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CI VUOLE UNA BRETTON WOODS III

Serve una grande riforma dei cambi, che affianchi alla moneta Usa altre divise forti. Di Enrico Cisnetto

di Enrico Cisnetto | 18 Luglio 2009

Il fatto che la preannunciata uscita dell’Italia dal G8, a favore della Spagna, fosse una sciocchezza e come tale si sia dimostrata, non significa che la riunione all’Aquila del “club più prestigioso del mondo” sia necessariamente diventata un successo.

Così come, viceversa, il fatto che le risoluzioni approvate siano generiche e di scarso impatto operativo, e che quelle meglio definite lascino alla sola buona volontà dei sottoscrittori la loro applicazione, non significa automaticamente che il summit sia stato un flop. Se soltanto sgomberassimo i giudizi su questa materia dal tifo da stadio che li inquina, troveremmo il modo di capire un po’ meglio che cosa sia il G8 in sé, cosa sia stato questo specifico G8, e cosa potrà accadere dopo.

Per esempio, chi pensa che un membro del “club” possa uscirvi o entrarvi esclusivamente in relazione alla ricchezza, mostra di non sapere che oggi gli “otto” rappresentano solo il 50% del pil mondiale e nemmeno il 13% della popolazione.

E che, se si esclude la Russia, il G8 non contempla nemmeno i Brics, ovvero le uniche economie in crescita, che producono il 15% della ricchezza globale. Questo significa che qualunque paese lo avesse organizzato non avrebbe potuto discostarsi dal format “colossal” che questi summit hanno ormai assunto, ben lontano dall’idea originale, a cominciare dal primo di Rambouillet, che fu una semplice riunione a sei con i capi di Stato o di governo (per l’Italia Aldo Moro), ciascuno con tre soli collaboratori.

Ma, probabilmente, è proprio questa la dimensione a cui bisognerebbe ritornare. Così come, di sicuro bisognerà tornare ai temi trattati in quei primi incontri: gli equilibri monetari. Infatti, gli ottimi propositi che in materia di nuova governance finanziaria e di lotta ai paradisi fiscali sono stati messi in campo a l’Aquila – e che grazie al lavoro del ministro Tremonti indirizzeranno i lavori del prossimo G20 di Pittsburgh – rischiano di rimanere tali se non si affronta il tema, complesso ma decisivo, di un nuovo ordine monetario, senza il quale è impossibile riscrivere le regole di ingaggio dell’economia globale.

E’ quello che, non a caso, ha chiesto ieri la Cina nel “G8+5”: avviare una riforma graduale del sistema valutario internazionale sulla base del precetto di una progressiva diversificazione della “moneta di riferimento”.

Un auspicio che già qualche tempo fa era stato del governatore della banca centrale cinese, e che il “G4 Bric” aveva ufficialmente fatto proprio nel suo primo summit ufficiale di poche settimane fa. E Obama dovrà prenderne atto: non si può più prescindere da una discussione approfondita sul ruolo del dollaro.

Del resto, che il biglietto verde non sia più in grado di essere l’unica valuta di riferimento internazionale, lo provano diversi sintomi: l’accordo tra Cina e Brasile per eliminare il biglietto verde come moneta di pagamento del loro commercio bilaterale; la creazione di una divisa del Golfo che entrerà in vigore l’anno prossimo tra Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, Qatar, Oman e Bahrein; l’omologa creazione monetaria comune tra Cina, Giappone e Corea del Sud. E, cosa ancor più dirompente, il “warning” lanciato dalla Banca Popolare cinese, che mira ad abbandonare il dollar standard per passare ad una grande divisa mondiale, o a un paniere di poche divise continentali tra loro collegate, da far nascere sotto l’egida di un nuovo Fondo Monetario.

E’ chiaro che di fronte a tutti questi sintomi, pensare di continuare nella “fiction” di un mondo sorretto dal dollaro, è un errore madornale. Insomma, serve una Bretton Woods III. Sì, non è un refuso: la seconda esiste già di fatto, anche se non formalmente, da quando i paesi asiatici emergenti hanno copiato Europa e Giappone nell’agganciarsi al dollaro dopoguerra (in particolare la Cina, che tiene la sua divisa volutamente sottovalutata per lasciar correre le esportazioni, e nel frattempo si è riempita di titoli del debito americano).

Ma anche questo è un sistema che non regge più: la fiducia nel biglietto verde risente, e sempre più risentirà, dell’attuale crisi finanziaria, e la Cina non potrà tenere sottovalutata all’infinito la sua divisa. Per questo serve una grande riforma dei cambi, che non si limiti a fotografare l’esistente, ma che abbia il coraggio di uno scatto in avanti affiancando alla moneta Usa altre divise forti. Un’utopia? No, una necessità. Che può essere perseguita solo tornando velocemente allo spirito e ai temi di Rambouillet.

Enrico Cisnetto (da Terza Repubblica giornale on line di Società Aperta)

Pubblicato in : Primo piano

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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