Tanto tempo fa, un progetto alternativo al sistema capitalistico il Pci lo aveva (condiviso anche dal Psi, e grosso modo anche dai sindacati) e si caratterizzava per un originale ruolo dello Stato, del tutto differente dall’esperienza sovietica, e da quella dei Paesi dell’Est. 1. Lo Stato era visto come fornitore di servizi essenziali: pensioni, sanità, scuola, eccetera. 2. Ma era visto anche come Stato imprenditore, almeno nei settori strategici. Al che, dopo dieci anni di privatizzazioni e/o esternalizzazioni, si pongono alcune domande: 1. Perché si è privatizzato tanto e in tempi così rapidi? 2. Perché non c’è stato nessun ripensamento, se non a carattere ideologico, almeno pragmatico? Ricordo la nota specificità della struttura industriale italiana: nell’industria metalmeccanica, su 130.000 imprese, più di 100.000 hanno 50 addetti o meno, con una media complessiva di 15 addetti per impresa. Quindi è evidente che debbano essere integrate con aziende di maggior dimensione.
Nel sistema capitalistico italiano hanno esercitato storicamente un ruolo di fondamentale importanza gli assetti societari, fondati su due capisaldi: la proprietà familiare e la proprietà dello Stato. Entrambi questi assetti sono entrati in crisi. Le grandi famiglie della borghesia industriale hanno via via sostituito la strategia di lunga portata con una tendenza al profitto immediato ed alla vendita delle loro aziende alla prima occasione favorevole. Ci sono state e ci sono eccezioni anche importanti. Ma esse non modificano il quadro generale dell’economia – dalla meccanica alla chimica, dalla farmaceutica alla alimentazione, dalla informatica alla distribuzione – e sono tutte vicende concluse con l’intervento di società straniere.
La proprietà pubblica, a sua volta, è stata umiliata attraverso una critica sistematica dei suoi esponenti e delle sue imprese e disgregata attraverso la privatizzazione delle sue parti più appetibili. Si è usata a questo scopo una interpretazione di comodo delle direttive della Comunità europea, che ha consentito di confondere furbescamente due concetti diversissimi: liberalizzazione del servizio e privatizzazione dell’impresa. La manovra ha riguardato, in gran parte, alcuni dei maggiori “gruppi” italiani già controllati dallo Stato, alcuni dei quali (come l’Iri, l’Efim, la Cogne), sono stati liquidati, altri (come la Telecom), sono stati svenduti, altri infine, (come l’Eni, l’Enel, la Finmeccanica), hanno abbandonato l’obiettivo per il quale erano stati fondati: essere cioè, strumenti della politica economica generale del paese, per trasformarsi in holding semipubbliche con il solo scopo del profitto.
Questa politica ha avuto come conseguenza il declino complessivo del “Sistema Italia” nel mondo, perché il nostro paese si è presentato alla competizione internazionale senza alcuna strategia complessiva, né di attacco, né di difesa. Tutto ciò mentre i due maggiori Paesi continentali (la Francia e la Germania), mantenevano saldamente in mano pubblica le loro grandi imprese: dalla energia elettrica al gas, dalle telecomunicazioni alla finanza. Occorrono, quindi, non tanto nuove misure a favore delle imprese, ma una nuova e diversa politica dello Stato relativamente alla nostra presenza nell’economia del mondo.
(inchiestaonline.it)

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