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Chiusura e mini Ilva incubi di Meloni

Per molti la sorte è segnata: se andrà bene resterà in piedi solo una mini Ilva di Taranto. L’orologio corre veloce verso il 28 ottobre per quella che fu la più grande acciaieria d’Europa. Entro questa data si scioglierà il drammatico dilemma: resterà in piedi una mini Ilva, si salverà l’intero centro siderurgico o chiuderà una delle ultime grandi fabbriche dell’Italia del sud?Le tre ipotesi si rincorrono.

di Rodolfo Ruocco | 22 Agosto 2026

Per molti la sorte è segnata: se andrà bene resterà in piedi solo una mini Ilva di Taranto. L’orologio corre veloce verso il 28 ottobre per quella che fu la più grande acciaieria d’Europa. Entro questa data si scioglierà il drammatico dilemma: resterà in piedi una mini Ilva, si salverà l’intero centro siderurgico o chiuderà una delle ultime grandi fabbriche dell’Italia del sud?
Le tre ipotesi si rincorrono.

La drammatica crisi è formalmente scoppiata a fine luglio. Un mese fa la Corte d’Appello di Milano ordina di «sospendere l’attività» dell’area a caldo entro 90 giorni. Le attività potranno riprendere solo una volta «rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti» e «adottato le misure necessarie per condurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza, con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate all’anno». Il gruppo siderurgico vuole ricorrere in Cassazione ma non si sa come finirà.

Il governo Meloni da circa un anno cerca disperatamente di vendere il gruppo siderurgico in agonia. Ora in sono rimasti in lizza solo tre possibili acquirenti: il colosso dell’acciaio indiano Jindal e una cordata in costruzione di 14 imprese siderurgiche italiane, in gran parte lombarde. La multinazionale Jindal a certe condizioni vorrebbe rilevare l’intero gruppo ex Ilva in amministrazione straordinaria compresa la parte a caldo minacciata di spegnimento, il cuore sono gli altiforni.

Jindal in una fase transitoria ne manterrebbe attivi due altoforni da sostituire successivamente da un solo forno elettrico. La cordata italiana, coordinata da Federacciai, intenderebbe acquisire invece solo la cosiddetta parte a freddo (quella dei laminati) senza gli altoforni, poi costruirebbe un forno elettrico. Sul tavolo c’è anche una proposta del fondo di investimento Usa Flacks che punterebbe all’intera fabbrica.

Ex Ilva, ex Italsider, ora Acciaierie d’Italia. Siamo all’epilogo di una tragedia politica, industriale, sociale, ambientale e sanitaria aperta da anni. Sia la proprietà dello Stato sia due grandi gruppi privati (gli italiani Riva e la multinazionale franco-indiana ArcelorMittal) non sono riusciti a conciliare gli obiettivi industriali (produzione di acciaio e occupazione) con quelli ambientali (inquinamento) e sanitari della popolazione e dei lavoratori (esplosione dei tumori e di altre malattie).

Di qui l’ordinanza della Corte di Appello di Milano.
La bomba innescata è politica, economica e sociale: sono in pericolo 8.000 posti di lavoro dei dipendenti ex Ilva e circa altrettanti nell’indotto. Lo spegnimento sarebbe un durissimo colpo non solo per la Puglia ma per l’intero tessuto industriale italiano.

L’Iri costruisce l’acciaieria di Taranto nel lontano 1965, su impulso dei governi del primo centro-sinistra Dc-Psi-Psdi-Pri, con l’obiettivo di sviluppare il Mezzogiorno. L’impresa, tra speranze ed entusiasmo, è un grande successo. Con la stagione delle grandi privatizzazioni delle aziende a partecipazione statale nel 1995 il gruppo (Taranto più gli altri stabilimenti al nord) è ceduto ai privati, alla famiglia Riva. Il picco di produzione è di 8,5 milioni di tonnellate di acciaio l’anno. Ma cominciano i guai perché i profitti sono alti però gli investimenti per modernizzare gli impianti scarseggiano. Così cominciano i sequestri della magistratura, la continua fermata degli altoforni, il calo della produzione, la cassa integrazione per i lavoratori.

La proprietà dai Riva torna allo Stato ed è disegnato un rilancio basato su una riconversione verde: bonifica industriale del sito, sostituzione progressiva degli altoforni alimentati a carbone altamente inquinanti con forni elettrici con l’utilizzazione del gas. La parola magica è decarbonizzazione. Però il progetto è inattuato, resta solo sulla carta.

O meglio: la multinazionale franco-indiana ArcelorMittal nel 2018 acquista l’ex Ilva di Taranto con l’impegno di rinnovare e rilanciare il grande impianto. Ma niente sembra funzionare: la decarbonizzazione non arriva, la magistratura ferma a ripetizione gli altoforni inquinanti, la produzione sprofonda, la cassa integrazione esplode. La fabbrica torna proprietà dello Stato, nel 2024 arriva la seconda amministrazione straordinaria mentre l’acciaieria è in agonia.

I sindacati dei metalmeccanici da anni proclamano scioperi. Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm chiedono la riconversione verde della produzione e il rilancio del centro siderurgico salvaguardando occupazione, ambiente e salute. I sindacati chiedono l’intervento del capo dello Stato e della presidente del Consiglio. Sergio Mattarella promette «un impegno nazionale» dello Stato per Taranto. Giorgia Meloni assicura: «Il mantenimento di un’importante capacità produttiva di acciaio è ritenuto dal governo obiettivo di rilievo nazionale».

Ex Ilva, ex Italsider, ora Acciaierie d’Italia. Siamo alle ultime convulse settimane per evitare la chiusura. I sindacati bocciano l’idea di una mini Ilva e rilanciano la proposta di una rinascita complessiva dell’intero gruppo. Pesa l’incapacità dei governi di diversi colori e degli enti locali di individuare e realizzare un piano di rilancio.

Giorgia Meloni accumula errori, si muove con misure tampone e ora agisce con grande prudenza davanti all’enorme problema. La presidente del Consiglio da quattro anni guida un esecutivo di destra-centro (all’inizio di settembre sarà il più longevo nella storia della Repubblica italiana) che pone la difesa dell’industria nazionale come uno dei punti al centro del suo programma. L’acciaio è certamente un interesse strategico nazionale per un paese che vuole restare la seconda manifattura d’Europa. La chiusura dell’ex Ilva simbolo dell’acciaio italiano sarebbe una grave sconfitta per l’intera industria nazionale, sarebbe singolare lo “spegnimento” regnante il governo Meloni inventore del ministero delle Imprese e del Made in Italy. Ma anche la nascita di una mini Ilva non sarebbe un risultato entusiasmante da presentare alle elezioni politiche del 2027.

Rodolfo Ruocco

Chiusura e mini Ilva incubi di Meloni
Pubblicato in : Editoriale

Info Rodolfo Ruocco

Rodolfo Ruocco, classe 1954, giornalista professionista. Ha lavorato prima come redattore economico-sindacale e poi come giornalista parlamentare all’”Avanti!”, al “Il Giorno”, al Tg2, a Televideo Rai e a Rainews24. Ora è impegnato nella confezione della pubblicazione digitale “Sfoglia Roma” che ha creato nel 2017 assieme a un collega.

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