I giochi sono fatti, la stagione lirica si è conclusa; il nuovo direttore artistico del teatro Verdi di Pisa, Stefano Vizioli, è già alle prese con la nuova stagione. Ci è sembrato giusto incontrarlo per una chiacchierata che ci aiuti a comprendere anche il suo punto di vista sull’esito di questa sua prima stagione.
Il nostro lo abbiamo espresso per ognuna delle opere in cartellone e, ancor prima, quando, presentata la stagione, abbiamo aperto un “credito” nei sui confronti fidandoci di un percorso decisamente intrigante.
Fiducia ben riposta dal momento che ognuno degli spettacoli proposti ha dimostrato di avere una sua “ragion d’essere”: possono essere piaciuti più o meno ma avevano un senso, una logica; se ne comprendeva il valore della scelta.
Del resto, la schiettezza di Stefano Vizioli non lascia molto spazio ad ambiguità o incomprensioni: pragmatico, positivamente spregiudicato, capace di non disdegnare di usare strumenti inusitati (almeno fin ora) per la promozione della sua stagione, professionista serio e affidabile, ha disegnato una linea di tendenza che, probabilmente, rafforzerà nella prossima stagione ma che fin da ora si qualifica come originale ed “educativa” nel senso di offrire spunti di riflessione sul significato non solo ludico della musica e dell’opera in particolare.
Lo abbiamo “osservato” muoversi nella città in questo nuovo ruolo e crediamo che, se la città nelle sue molteplici espressioni saprà seguirlo concretamente, il futuro delle programmazioni al teatro Verdi potrà essere ancora più importante.
Si conclude la sua prima stagione lirica al teatro Verdi come direttore artistico: quale valutazione può fare sia in merito all’accoglienza del pubblico che rispetto alla capacità di aver segnato un “nuovo corso” della scelta di opere?
Io non so se ho segnato un nuovo corso: da quel che ricordo, il teatro di Pisa ha sempre proposto titoli anche fuori del repertorio ottenendo sempre grandi plausi sia per il coraggio che per la qualità delle proposte. Si è fatto Maderna, Weill, Monteverdi e quindi non solo Rigoletti e Tosche… Credo che tutto sia questione di alchimie e faccio mio l’aforisma ” non dare al pubblico solo ciò che desidera, ma quello che non sa di desiderare ”
Come valuta il pubblico che normalmente partecipa alla stagione lirica e quali, secondo lei, i margini di “miglioramento” per raggiungere nuovi target?
Molto dipende dalla comunicazione e da quanto il teatro “esca” dalle sue auguste mura per andare fra la gente, nelle scuole, nelle realtà sociali anche difficili.
Il teatro è prima di tutto un luogo di espressione civile ed etica, non solo un posto per divertirsi, credo che tutto questo, legato ad un moderno “sentire” dei nuovi canali di comunicazione, renda il lavoro sicuramente più difficile ma anche più esaltante.
Per ogni opera abbiamo creato video di backstage, trailers che sono stati seguitissimi, e il pubblico parlava del Girello di Melani con la stessa disinvoltura con la quale potrebbe trattare Traviata. Molto importante è stato l’incontro con le scuole, peraltro non è una novità che il Verdi si sia speso sempre tantissimo sul fronte formativo ed educazionale: abbiamo creato mostre di disegni su soggetti operistici che saranno poi collettati in un volume con il provvisorio titolo di ”I bambini e l’opera”.
Anche le prove aperte alla città e alle realtà sociali sono un buon veicolo di comunicazione: attraverso la loro fruizione non solo si porta il pubblico all’interno della fase “gestatoria” di una messa in scena, ma si mostra loro il lavoro dell’intera macchina produttiva (quindi non solo degli artisti) che c’è dietro ad ogni performance.
In qualità di direttore artistico per la lirica, si è personalmente “speso” sul territorio per incontrare e dialogare con molti settori della nostra comunità: quali esperienze merita ricordare e quali richieste o sollecitazioni le sono pervenute?
Mi è piaciuto moltissimo andare al centro polivalente San Zeno dove dei “diversamente giovani” mi hanno insegnato tanto con la loro passione, la loro curiosità e la loro saggezza, come pure ricordo volentieri “i mattutini albori” trascorsi nelle scuole di Pisa e del territorio che mi hanno messo a confronto con tanti bambini e adolescenti che hanno mostrato curiosità e disponibilità verso questo genere musicale per molti di loro totalmente avulso da ciò che normalmente ascoltano. Un plauso va ai loro professori, sempre in trincea perché non si perdano i valori di un sentire comune. I ragazzi non sono truppe cammellate da portare a forza in teatro, vanno aiutati, invogliati, coinvolti e questo lavoro da parte dei professori è impagabile.
L’opera non è prodotto di elite né un vetusto e ingombrante retaggio del passato: come spiegarlo alle nuove generazioni, come renderli consapevoli dell’immenso patrimonio artistico, culturale, storico, tradizionale, valoriale e contenutistico che ognuna di queste opere contiene ?
Ho aperto le prove apposta perché ciascuno ne tiri le conseguenze che desidera: il teatro è prima di tutto un luogo di lavoro, dove tanti mestieri confluiscono per un progetto comune, e le domande che mi sono state poste dai ragazzi sono state sottili e difficili. In molti di loro ho intuito il possibile futuro light designer, la costumista, l’attore: il teatro è una “casa” da amare e rispettare, dove alcuni valori come la solidarietà lo studio e l’impegno civile sono ancora non del tutto smarriti.
Recentemente l’Università di Pisa mi ha coinvolto con delle lezioni da fare in cattedra e ovviamente, nonostante io non sia un professore, la cosa mi ha riempito di orgoglio. Ho spesso lavorato con università italiane e straniere ma più come ospite, per lectures, conferenze o incontri con gli studenti, ma non ho mai fatto “un corso” con tanto di esame finale…
A chi vorrebbe chiedere aiuto per una ancora più efficace azione di “proselitismo” per accrescere il numero di fruitori delle prossime stagioni liriche e in che modo potrebbero aiutarla?
Vorrei che i privati fossero più attenti alle ragioni economiche del teatro: siamo in condizioni economiche sempre precarie pur essendo un teatro virtuoso che, tra i pochissimi in Italia, paga i cachet degli artisti il giorno stesso della recita, non dopo alcuni anni. Soprattutto non stiamo col cappello in mano a mendicare per tappare dei buchi, ma per offrire a nostra volta benefit che potrebbero anche giovare alle aziende stesse se, con la giusta lungimiranza, capissero quali vantaggi potrebbero ottenere cooperando attivamente nelle produzioni teatrali. Per la stagione prossima una grossa azienda locale avrà un ruolo da protagonista non solo economicamente ma anche artisticamente in uno dei titoli più difficili da realizzare.
Senza scoprire le carte, cosa ci riserverà la stagione 2018/19 a Pisa?
Le alchimie bizzarre sono la mia passione: ci sarà ovviamente l’amato Rossini perché comunque nel 2018 siamo nel pieno delle celebrazioni dei 150 della sua morte e quindi, dopo aver chiuso con Italiana in Algeri, propongo in autunno un Rossini “serio” per manifestare ancora di più il “ bipolarismo creativo ” del cigno di Pesaro. Poi si ritorna alla nobile OPERA STUDIO con un Puccini molto popolare per esaltare nuovi talenti, e quindi si riproporrà la sinergia con Lucca e Livorno, inserendo in questo caso anche gloriosi partner quali Firenze e Fiesole; avremo un Donizetti amatissimo dal pubblico a inizio anno solare, ma anche tre titoli nuovi per Pisa per cui sono molto curioso di vedere la reazione.
- Un ultima considerazione: ha avuto il coraggio di mettersi in gioco come regista con due produzioni diverse che hanno riscosso un meritatissimo successo mentre era contemporaneamente direttore artistico del teatro. Non ha temuto di essere “accusato” di conflitto di interessi?
Io sono un regista con una consolidata fama internazionale “prestato” alla direzione artistica. I miei spettacoli continuano a fare in giro per il mondo anche dopo anni: nel 2019 riprendo a Tokyo il Don Pasquale creato nel 1994 per la Scala.
È comune in Europa e in America che gli intendant, o i direttori artistici, siano registi: penso a Gotz Friedrich, a David Poutney, a Davide Livermore a James Robinson, registi che venendo dal palcoscenico sanno cosa sia la macchina produttiva perché la hanno sperimentata in campo, maneggiano budget e conoscono anche molto bene sia il repertorio che le voci.
Inoltre la mia esperienza in anni giovanili di maestro sostituto mi permette di avere una decente preparazione tecnica musicale e questo dà anche un certo fastidio, ammettiamolo, perché non ho consentito di trasformare il teatro Verdi in terreno di lottizzazione delle agenzie.
Ai miei colleghi d’oltralpe non solo è affidata la direzione artistica ma hanno l’obbligo, per contratto, di fare delle proprie regie. Io penso che se posso dare il mio contributo, gratuitamente, alla realizzazione di alcune regie, soprattutto se queste sono anche richieste all’estero, ciò permette di far uscire le produzioni fuori dell’alveo regionale e di portare il nome del teatro di Pisa in giro per il mondo. Alla fine è quella l’unica cosa che m’interessa, creare una solidità e una visibilità internazionale del teatro Verdi: se in qualche modo una minima fama personale aiuta la causa, non ci trovo niente di male.
Stefano Mecenate







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