E’ stata chiusa Radio Padania, l’ultimo ‘residuo simbolico’ del tentativo di fare la ‘teologizzazione del populismo’, facendo ampio ricorso alla prepolitica, in uno scenario ormai avviato ad archiviare gli eccessi ideologici del XX° secolo. Quella della Lega, è stata ed è una declinazione fortemente orientata al populismo, poiché il partito non era certo l’espressione da un laboratorio cultural ideologico, né disponeva di un adeguato supporto ai saperi, tanto meno di un capitale umano politico in ‘nuce’. Per queste considerazioni, ‘l‘inventore’ della Lega, Umberto Bossi, ha condotto la sua ‘truppa’ in uno scenario pseudo religioso in nome del ‘dio Po’, assecondandolo con una ‘paccottiglia’ di variopinte liturgie, e gadget, che ha goduto di un’assunzione di dignità, solo nell’ accentuato provincialismo politico di un Paese, depauperatosi di riferimenti ideologici modernizzati e di credibili capacità per affrontare la dinamica di un cambiamento profondo in atto a livello globale.
Pellegrinaggi al Monviso, a prelevare ampolle d’acqua dalla mistica sorgente dal Po, l’Eridano della Padania, da sversare, con altrettanta cerimonialità, nel mare Adriatico a Venezia, gli improvvisati riti celtici per la scenografia delle grandi adunate agostane in canottiera sul pratone di Pontida, la scuola bosina e il dialetto quale lingua paritaria quella nazionale, un insieme di suggestioni finalizzate a dare ‘ossigeno a una idea visionaria e profetica che soltanto da Bologna in giù non si riusciva a capire’. La Lega ha evidenziato il disincanto del popolo del nord dai ‘profeti’ della ideologia, spostandola su simboli, che per un ceto medio che si è fatto da sé, hanno finito per assumere una forza incredibile ed un altrettanto motore di auto suggestione da integrare nella quotidianità.
In fondo, anche le ideologie ottocentesche avevano esercitato un potere di suggestione che, come tale, colpisce più l’inconscio che la ragione, e i simboli, nel caso della Lega ebbero il potere di suscitare energie da esercitare in un’epoca, privata e depauperata, di miti e di eroi, Bossi riesce a colpire l’immaginario collettivo esercitando una significativa forza di attrazione, miscelando nel ‘Bimbi’ della sua cucina politica Alberto da Giussano con Gandhi, il federalismo ‘de noantri” con il Parlamento Padano, i Giudici Padani, le nuove sedi dei ministri nel Palazzo reale di Monza, la Banca Padania, finita peggio della Banca Etruria, l’informazione padana con il quotidiano La Padania e la Radio Padania, e per non farsi mancare proprio nulla, il concorso per Miss Padania e la nazionale padana di calcio ed il ‘Giro’ della Padania per ciclo amatori iscritti alla Lega. La visione federale del Professor Miglio, fu sepolta ancor prima del suo mentore, troppo imbarazzante da poter attuare da parte di un gruppo dirigente che a Roma, Milano, Venezia e Torino si era accomodato su inaspettate ‘poltrone’. A contorno di ogni cerimonia delle ampolle c’erano le litanie sulle aspettative ”Oggi più che mai i temi e le riforme che la Lega ha portato avanti sono quelli che consentono di uscire in modo strutturale dalla crisi, la manovra è contingente e le riforme sono strutturali”.
Dall’abbandono al suo destino del professor Miglio, alla chiusura di Radio Padania, il ‘girello’ con cui ha mosso i primi passi Matteo Salvini, si chiude il lungo ciclo delle ‘suggestioni d’indipendenza’, mentre i tanti anni al governo nazionale, con la guida di ministeri di assoluta valenza strategica ai fini delle riforme, e con persino un ministro dell’economia sodale come Tremonti, avrebbero dovuto consentire quanto meno l’abbozzo di un’idea di federalismo light piuttosto che un’ autonomia differenziata o qualcosa di simile, perfino i lunghi anni a governare le Regioni Lombardia e Veneto avrebbero potuto dare alle speranze di Miglio qualche pur timido seguito, ma nulla di tutto questo è accaduto e occorre avere il coraggio di evidenziarlo, perché i populismo che assurgono a passare dall’opposizione al governo, devono avere, forse anche più degli altri, il dovere di presentare il bilancio dei risultati in sintonia con le coerenze.
Nella Lega di oggi il ‘dio Po’ e la paccottiglia delle cerimonie è ormai blasfemia, tutte sepolte definitivamente da Matteo Salvini, che ha rescisso ogni legame col passato mitologico della Lega, perché oggi è inequivocabilmente posizionato ‘per il Nord e Sud uniti’; ovvero la Lega che detestava la cultura della custodia della patria di Fini e di papà Le Pen, oggi si ripresenta come Fregoli, in un sodalizio con Giorgia Meloni e Marine Le Pen, in veste di custodi delle patrie.
‘La Radio chiude, la Padania non c’è più, e qui è di nuovo tutto Novecento’, sottolinea Mattia Feltri. Dunque tutto finito, tutti ritornati risorgimentali sotto l’unico tetto nazionale come indicherebbe il ‘sovranismo’ di Salvini? Non si direbbe, perché come spesso accade, il diavolo si nasconde nei dettagli, e in questo caso, i dettagli sono i referendum per l’autonomia che i due presidenti di Lombardia e Veneto, intendono indire per il prossimo mese di ottobre, confidando in una coincidenza con elezioni politiche nazionali.
E’ forse la riproposizione di parte dei vecchi appunti del professor Miglio, no di certo, i due referendum, non hanno nulla a che fare sia con il federalismo e sia con un’autonomia gradualmente declinata, sono solo specchietti per allodole, si chiede una maggiore autonomia senza dare indirizzi, si chiedono solo più quattrini da sottrarre ovviamente alla responsabilità solidale in nome di una maggiore autonomia di spesa. Fermo restando la diversa sensibilità e responsabilità civica nell’essere sia governati che governanti a livello Paese, la prima constatazione è che la regione Lombardia non si è dimostrata, in assoluto, così virtuosa nella gestione della spesa pubblica, le cronache ci danno quotidiane relazioni di situazioni di voto di scambio e corporativismi sostenuti tramite la spesa pubblica regionale, la seconda è che i maggiori trasferimenti al nord contraddirebbero il nuovo corso leghista di Salvini, perché sarebbero sottratti al Centro e al Sud. La politica di questi anni, è caratterizzata da un’inadeguata valutazione dei diffirenziali positivi ed emulativi ottenibili da una maggiore responsabilità che potrebbe derivare dando maggiori autonomie e responsabilità territoriali, se come tali venissero concepite e soprattutto controllate: a partire dalle Regioni e per finire alle città metropolitane. Il tessuto nazionale è tutt’altro che omogeneo, per condizioni economiche e culturali del senso civico, e proprio su questo terreno i partiti nazionali non hanno mai saputo o voluto mostrare né il cipiglio né la visione necessari nel timore che ciò potesse mettere in discussione anche il loro modello organizzativo, che si sarebbe inevitabilmente rafforzato su base territoriale. L’autonomia, è più che mai un’imprescindibile esigenza della democrazia, se vuole governare i macro trend di una società dinamica e moderna per definire le funzioni nell’utilizzo dei suoli e la relativa compatibilità per la salvaguardia dell’ambiente, per gli investimenti per una mobilità collettiva penetrante e diffusa, per l’educazione, la formazione e la cultura tutti aspetti che presuppongono sia la certezza della disponibilità di risorse e sia saggezza e capacità nell’uso delle stesse. E’ inevitabile che una maggiore autonomia non può prescindere dall’avere impatti anche sull’architettura e sulle funzionalità dell’attuale modello istituzionale regionale e sul modello di democrazia condivisa nei processi decisionali, affinché la virtuosità e la riorganizzazione delle funzioni possano essere fonte di creazione di risorse aggiuntive da investire nell’interesse delle comunità. E’ assolutamente indiscutibile, che i partiti ‘parlamentari’, devono avere nella vicenda un compito centrale, ma senza il ruolo attivo, da mosche cocchiere, da parte del civismo diffuso, ovvero di una ‘rete’ delle molteplici espressioni del civismo localizzato, onde evitare il rischio di un’autonomia marginale nonché depressiva che è assai alto. Nella società globalizzata il fattore critico distintivo è dal dato dal ‘tempo’: per muoversi, per decidere, per adeguarsi, per fare sintesi, ed è per questo che i modelli istituzionale calati dall’alto ed omogeneizzati sono sempre più esposti al rischio di produrre disaffezione democratica, che si manifesta nel distacco da ogni senso di responsabilità civica. In questo scenario, a partire proprio da Milano, attorno al ‘baluardo’ della città metropolitana, da costruire secondo l’originalità delle esigenze e delle attese delle comunità territoriali, deve avviarsi la proposizione di idee e proposte per un’autonomia coerente e non solo di ‘danèe’.
Mimmo Merlo (lavocemetropolitana.it)

Lascia un commento