La manifestazione promossa dalle associazioni che si battono in difesa dei diritti degli omosessuali e delle coppie di fatto, si è chiusa con il solito strascico di dichiarazioni pro o contro che hanno ottenuto solo il bel risultato di aggravare un clima già sufficientemente intossicato dalle esternazioni di politici, religiosi e tuttologi di ogni risma in questi ultimi tempi. Ci sembra dunque opportuno non commentare lo svolgimento della manifestazione, dato l’ampio spazio di cui ha goduto su tutti i media, ma di allargare il campo a qualche riflessione che, in questa fase del dibattito – anzi, dello scontro, sordo e cieco ad ogni ragione che non sia la propria – politico e sociale, ci appare più cogente dei diritti stessi in discussione. In realtà, quello che colpisce con evidenza, soprattutto chi voglia sforzarsi di assumere una posizione di analisi esterna ed obbiettiva, è la preoccupante crescita di un fenomeno che caratterizza da ormai troppo tempo, certo da molto prima dei Dico, che hanno funzionato da detonatore al termine di una miccia molto lunga, la vita politica italiana ed i suoi rapporti con la società civile. Perché, di fatto, la manifestazione romana è stata solo l’ultimo atto di una sostanziale ed ormai cronicizzata incapacità di dare vita, e poi di sostenere con argomenti, confronti e scambi, ad una dialettica che muova dal desiderio di chiarire ogni punto dei temi dibattuti, di fornire ai cittadini sufficienti strumenti di conoscenza, e di dare conto delle motivazioni delle proprie posizioni – viviamo ormai da lungo tempo la logica sterile della contrapposizione, del “con me o contro di me” come valore apodittico, svincolato da ogni dovere di contenuto, il che va persino oltre il dogma, quando non si tratta solo, o non solo, di temi etici che coinvolgano anche posizioni di fede, ma di temi politici che riguardano la vita di tutti. Lo sciagurato bipolarismo all’italiana, schizofrenica creatura acchiappavoti senz’altra ragione di essere se non quella della lobby elevata allo stato di coalizione vincente, in termini di voti, ma imbelle, in termini di capacità di governare, ha partorito, tra le altre disgrazie, questa logica perversa del “contro” che nega l’essenza stessa della democrazia, se ancora vogliamo credere che in uno stato democratico gli eletti dal popolo siano tenuti a giustificare le loro azioni, a dare conto delle loro prese di posizione, e che gli elettori, d’altro canto, possano e debbano rivendicare il diritto di esprimere opinioni ed esigere spiegazioni, chiedendo giustamente che lo stato recepisca le esigenze e le necessità di tutti, non solo di quelli che appaiono politicamente corretti in quanto non disturbanti per la coalizione in quel momento di turno al governo. Gli effetti di questo meccanismo barricadero sono sotto gli occhi di tutti: da anni assistiamo a turni elettorali dove non si scelgono programmi ma posizioni, dove si invita a votare non per convinzione ma per contrapposizione, mentre le leggi elettorali, statale e regionali, procedono di pari passo, svuotando di ogni significato il ruolo degli elettori ed accentuando al massimo l’espressione di potere degli schieramenti politici. Vogliamo dunque meravigliarci se la questione dei Dico, ma molto prima quella sulla Legge 40, sono sfociate in una sequela crescente di scontri, opposizioni, manifestazioni di intolleranza consumate da tutti ed a tutti i livelli, invece di dare vita, come sarebbe proprio ed auspicabile in un paese in cui la democrazia avesse ancora un corretto funzionamento, ad un ampio ed argomentato dibattito a beneficio di tutti?! Solo chi sia in palese malafede – e la compagnia è veramente ampia, in questo caso, non risparmiando nessuno, al di qua ed al di là del Tevere – oggi può protestare sulla logica dell’insulto, della provocazione, della mistificazione elevata a regola di comportamento: nessun partito dell’arco costituzionale, nessuno, può dirsene incolpevole. Ci pare grave, ed ingiustificabile, sentire politici di ogni appartenenza, ed esponenti religiosi di alto livello, continuare a ripetere come una litania di fede che non si capisce perché ci sia tanta fretta di occuparsi di una questione che riguarda “una minoranza”, come se il nostro ordinamento costituzionale avesse, certo a nostra insaputa, abolito di colpo il diritto di ogni minoranza ad essere rappresentata e tutelata nei propri diritti. Anche i disabili rappresentano una minoranza: forse per questo dobbiamo disinteressarci di loro?!
Ed ancora più grave ci appare il fatto che una senatrice possa andare in televisione a dare di deviati ed anormali agli omosessuali senza che nessuno la cacci a pedate dal Parlamento che, ci sembra di ricordare, deve rappresentare tutti, ma proprio tutti, gli italiani; così come le ripetute dichiarazioni in tal senso di tutta la compagnia di giro Ruini & co. amplificate ogni giorno dai media, contribuiscono scientemente a diffondere il verbo dell’intolleranza, della presunta devianza, della nuova grande contrapposizione sulla quale scannarsi ben bene: chè oggi non ci si scontra più sull’essere di destra o di sinistra, ma sull’essere, od essere ritenuti, normali od anormali. Secondo il dettato della Binetti e di Santa Madre Chiesa, che si arrogano il diritto di appiccicare etichette secondo criteri a loro insindacabile giudizio resi universali, e pazienza per chi la pensa diversamente, quando il Papa proclama che lo stato deve regolarsi sul principio che sopra le proprie leggi sta la legge divina. E per chi non ci crede, sono previste deroghe?! No, solo la chiusura nel ghetto degli anormali, chè ognuno di noi, in qualche fase della propria vita, certamente si troverà a far parte di una minoranza di qualche genere. Dunque, chi oggi, e sono molti, strilla la propria fasulla indignazione per qualche slogan irriverente – e certo “teodem-enti”, viste le performance della Binetti, sembra più una constatazione che un insulto – dovrebbe in realtà riconoscere tutta la portata della propria grave responsabilità nei confronti della dialettica democratica in questo paese. Se si ritiene di poter fare politica con l’insulto, la diffamazione, la categorizzazione in anormalità di ogni voce diversa, si riconosca che non si lavora per la costruzione, ma per la contrapposizione. Chi semina vento raccoglie tempesta – chi semina insulti ed intolleranza, raccoglie disprezzo. Perché le persone di buon senso e di civile formazione, a qualunque schieramento appartengano, si vergognano di assistere a certa caccia alle streghe che, oggi, non ha veramente più ragione d’essere. E su questo, tutti dovremmo veramente riflettere: è davvero questo il paese che vogliamo? E’questa la democrazia che meritiamo? Sarebbe il caso di cominciare a chiedersi se si può uscire dalla logica della contrapposizione, e tornare a forme più elevate e costruttive di dibattito politico e civile, non solo per il bene del paese, ma per quello di ognuno di noi che, in un modo o nell’altro, un giorno potrebbe sentirsi dire: sei una minoranza, sei anormale, dunque taci. Prima che qualche aleatoria etichetta ci colpisca, diamoci da fare.
Chiara Boriosi

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