Sette richieste Foia su dieci non hanno ricevuto alcuna risposta mentre un rifiuto su tre è di fatto illegittimo. È questo il primo, allarmante dato sulla nuova legge sulla trasparenza voluta dal governo Renzi a tre mesi dalla sua entrata in vigore. Eppure, quando il Freedom of Information Act viene applicato, permette di ottenere informazioni di grande interesse pubblico, dalle copie degli scontrini delle spese degli eletti ai costi dei rimpatri dei migranti.
Il primo Freedom of Information Act italiano (Foia – d.l. 97/2016), che è entrato in vigore il 23 dicembre 2016, estende a tutti i documenti delle Pubbliche amministrazioni l’istituto dell’accesso civico contenuto nel Decreto Trasparenza (d.lg 33/2013) aggiungendo la possibilità per chiunque di richiedere l’accesso ai documenti delle Pubbliche amministrazioni, senza dover fornire alcuna motivazione e imponendo alle PA di rispondere entro 30 giorni.
È una nuova misura di trasparenza che ha già fatto fare guadagnare all’Italia 40 posizioni nell’RTI rating, la classifica internazionale di accesso all’informazione che, se ben applicata, potrebbe contribuire anche a migliorare la posizione del Paese nei ranking sulla corruzione di Transparency International che ci vedono penultimi in Europa.
Ignoranza di Stato è il primo monitoraggio sul Foia italiano (scaricabile a questo link: www.dirittodisapere/rapporto-foia) condotto sul campo con vere richieste alle PA per misurare quanto la nuova legge sia effettivamente utile a cittadini, giornalisti e attivisti per esercitare quel “controllo diffuso” che è la missione della stessa legge.
Realizzato da Diritto di Sapere (DDS), la prima Ong italiana per la tutela e la promozione del diritto di accesso alle informazioni come strumento di democrazia e partecipazione civile, il monitoraggio ha coinvolto 56 volontari, tra cui 18 giornalisti, 15 cittadini e 23 attivisti, che hanno inviato alle Pubbliche amministrazioni italiane 800 richieste di accesso Foia.
Tra le organizzazioni coinvolte: Arcigay, Greenpeace, Legambiente, Antigone, Naga, Lunaria, Transparency International Italia, European Center for Constitutional and Human Rights, Associazione 21 Luglio, Survival, Riparte il futuro, Access Info, il collettivo femminista queer Ambrosia, Coalizione italiana libertà e diritti umani (CILD), Como senza frontiere, Irpi, Associazione Luca Coscioni.
Attraverso l’utilizzo del Foia, ogni Ong ha richiesto informazioni rilevanti per il suo lavoro. Legambiente, per esempio, si è concentrata sugli investimenti sulle energie rinnovabili mentre Naga sull’accoglienza migranti a Milano; gli incidenti sulle piattaforme di estrazione è stato il tema di Greenpeace mentre Arcigay ha voluto ottenere i numeri delle unioni civili in Italia.
Le 800 richieste inoltrate dai 56 volontari che hanno collaborato a Ignoranza di Stato hanno ricevuto una quota altissima di non risposte (73%), che rivela il punto di criticità più grave. Una situazione che è addirittura peggiore rispetto a quella fotografata da Diritto di Sapere in Silenzio di Stato, monitoraggio fatto nel 2013 sulla legge 241. Quattro anni fa, infatti, il silenzio diniego, ovvero il diritto delle Pubbliche amministrazioni di negare l’accesso semplicemente non rispondendo, arrivava al 65%. Grave soprattutto perché il Foia ha reso il silenzio amministrativo illegittimo.
Solo il 17% delle risposte è stato giudicata soddisfacente perché ha permesso di ottenere almeno l’80% delle informazioni richieste. Un problema, quello delle mancate risposte, che non migliora se si concede alle PA più tempo per rispondere: pur concedendo agli enti pubblici due settimane aggiuntive a quelle stabilite dal decreto, il tasso di non risposta resta del 53%. Neppure inviare la richiesta da una casella di posta elettronica certificata (PEC) aiuta, visto che metà delle richieste inviate via PEC sono state comunque ignorate.
L’ignoranza di Stato citata nel titolo non si limita alle mancate risposte. Uno su tre dei rifiuti che ci sono stati opposti sono di fatto illegittimi perché l’accesso è stato negato utilizzando eccezioni non previste dal decreto trasparenza, a riprova di come la nuova norma sia ancora poco conosciuta e rispettata dalle Pubbliche amministrazioni. “C’è il rischio che i dipendenti interessati siano discriminati”, “non mi ha fornito la motivazione della sua richiesta” e “contatti l’ufficio stampa” sono solo alcuni dei dinieghi impropri che abbiamo ottenuto come risposta alle richieste del monitoraggio.
Per quanto allarmante, il quadro che emerge dal monitoraggio dà però anche una speranza di miglioramento. Alcune delle richieste che nel 2013 erano state rigettate perché basate sulla legge 241/1990 (che presentava molte più limitazioni), quest’anno hanno ottenuto invece risposta positiva, permettendo di ottenere informazioni di indubbio interesse pubblico. Ben 136 risposte, infatti, sono state giudicate soddisfacenti, permettendo ai giornalisti e attivisti di avere tra le mani informazioni che mai erano state rese pubbliche prima di allora. Per raccontare anche questi successi, la seconda parte di “Ignoranza di Stato” è composta dal racconto di quattordici tra giornalisti, attivisti e cittadini sulla loro prima esperienza con il nuovo Foia.
Commentando i risultati del monitoraggio, Toby Mendel, fondatore del Centre for Law and Democracy di Halifax, in Canada, ha osserva che: “L’alto numero di dinieghi impropri, ad esempio per motivazioni non stabilite dalla legge, suggerisce la necessità di assicurare una formazione migliore ai dipendenti pubblici. Inoltre, alcune risposte (come il rifiuto motivato dalla mancanza di firma autografa) suggeriscono la necessità di ricordare ai funzionari pubblici il loro obbligo di assistere i richiedenti poiché un rifiuto su questa base non ha alcun senso”.
Ben Worthy, ricercatore presso il Birbeck College dell’Università di Londra, ha rilevato che: “Il ritardo nell’ottenere una risposta è un problema molto serio in tutti i Paesi dotati di un Foia ma la situazione sembra molto grave in Italia. In Gran Bretagna solo 1 richiesta su 5 arriva oltre il limite di 20 giorni stabilito dalla legge. Dopo pochi anni dalla sua approvazione in Australia, il 50% delle risposte arrivava in tempo e solo 1 su 5 dopo 45 giorni”. L’inadempienza, i ritardi e i dinieghi – avverte Worthy – permettono alle Pubbliche amministrazioni di ignorare semplicemente la legge e più questa viene ignorata e meno diventa efficace. Ciò innesca una spirale negativa che ostacola la cooperazione col cittadino disincentivando l’esercizio del diritto di accesso.

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