Si assiste al più paradossale dei rovesciamenti: la sinistra, autodefinitasi “riformista”, il Pd, che si propone come garante dell’austerity, tanto cara ai partiti liberali e popolari europei.

Ed è in questo scenario che si assiste al più paradossale dei rovesciamenti, davvero degno del romanzo di Lewis Carroll: la sinistra, autodefinitasi “riformista”, il Pd, che si propone come garante dell’austerity, tanto cara ai partiti liberali e popolari europei, vestali dell’ortodossia monetarista, e la destra che contesta l’Imu e i possibili aumenti dell’Iva in nome degli interessi dei più deboli.
Ma se la posizione del Pdl appare davvero strumentale, poiché fu il governo Berlusconi tra il 2008 e il 2011 a prevedere tali misure, quella del Pd rischia di perpetuare una certa anomalia della sinistra italiana di ceppo marxista-leninista, riletto nell’interpretazione gramsciano-togliattiana, che per l’affermazione dell’“egemonia” del partito nella società, oltre il perimetro delle classi popolari verso i ceti borghesi soprattutto intellettuali e dell’imprenditoria sedicente “illuminata”, è disponibile a scelte conservatrici.
Fu così per “svolta di Salerno”, dell’aprile del 1944, con cui Palmiro Togliatti, anche su impulso dell’Unione Sovietica, favorì il compromesso tra partiti antifascisti, monarchia e Badoglio, per un governo di unità nazionale al quale partecipassero i rappresentanti di tutte le forze politiche presenti nel Comitato di Liberazione Nazionale, accantonando in quella fase la questione della Repubblica e per l’approvazione dell’art. 7 della Costituzione, sui rapporti tra Stato italiano e Vaticano.
E poi, il vecchio Pci, negli anni dei governi di “Unità nazionale”, nella visione di Berlinguer propedeutico al compromesso storico con la Democrazia cristiana, e i suoi eredi del Pds-Ds-Pd dal 1993 in avanti, hanno sostenuto una linea di politica economica rigorista, in cui il moralismo e l’elitismo della tradizione comunista hanno sposato una visione di austerità, che è stata definita con un ossimoro di “riformismo liberista”, fortemente influenzata dalle tesi di Giorgio Amendola dei “sacrifici della classe operaia quale classe generale” e da quel socialismo mercatistico di salveminiana memoria incentrata sulla figura del “buon contribuente” elaborata da Luigi Einaudi.
Così se il Pci sostiene la lotta all’inflazione e i sacrifici per gli operai tra il 1976 e il 1979 (ingaggiando, però, negli anni del governo-Craxi, una feroce battaglia contro quel taglio alla scala mobile, che portò l’Italia ai vertici dell’economia mondiale), gli Occhetto, i D’Alema, i Veltroni, i Bersani, i Letta delegando la politica economica a tecnici come Ciampi, Dini, Prodi, Padoa-Schioppa, Monti e, oggi, Saccomanni, hanno sostenuto quei tagli sociali e quell’incremento della pressione fiscale, che hanno gravemente impoverito gli italiani.
Al fondo rimane il problema, emerso ancora una volta in occasione del consiglio generale del Partito socialista europeo svoltosi recentemente a Sofia, con l’unica adesione per il nostro Paese del Psi al Programma Fondamentale dei socialisti europei, in vista delle elezioni europee del 2014: l’assenza in Italia di una vera e grande forza socialdemocratica.

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