
C’è un momento nei grandi eventi sportivi in cui le luci si abbassano e l’interesse si sposta altrove. È il momento in cui iniziano le Paralimpiadi. Non per mancanza di valore, ma per una scelta precisa: quella di guardare da un’altra parte. Nel vortice di spettacolarizzazione che accompagna lo sport contemporaneo – tra sfilate presentazioni e protagonismi costruiti a colpi di gomitate nello stomaco e sorrisi di circostanza – delle Paralimpiadi si parla sempre meno. O più spesso se ne parla per dovere. Il tema resta ai margini soffocato nel teatro del “c’ero anch’io”, dove conta esserci più che capire, apparire più che raccontare. Il contorno è scintillante: auto blu, hotel a otto stelle – almeno nei prezzi – e una sequenza di appuntamenti annunciati come unici e imperdibili. Ma dietro la vetrina l’attenzione per lo sport vero si assottiglia. Gli atleti diventano comparse, salvo i pupilli degli sponsor, mentre il racconto delle Paralimpiadi scivola in secondo piano, ridotto a parentesi emotiva utile a completare il palinsesto. Eppure le Paralimpiadi sono, o dovrebbero essere, il cuore di un’idea di sport fondata su partecipazione, sacrificio, fatica e riconoscimento. Valori che de Coubertin indicava come fondanti e che oggi sembrano sacrificati sull’altare della narrazione facile e dell’estetica a tutti i costi. Si preferisce l’eroe da copertina alla competenza, la storia edificante all’analisi tecnica, la retorica al racconto dei fatti. Gli atleti paralimpici non chiedono indulgenza né medaglie simboliche. Chiedono continuità, visibilità reale, attenzione professionale. Chiedono che il loro sport venga trattato come sport, con la stessa dignità riservata alle discipline olimpiche: spazio mediatico, approfondimento, rispetto. Invece spesso restano sullo sfondo mentre altri attendono le ultime firme, gli accessori di tendenza, i bolidi pronti a spostarsi da una località all’altra, talvolta su neve che con i Giochi ha ben poco a che fare. In un sistema che privilegia l’immagine e la velocità del consenso le Paralimpiadi restano scomode: troppo autentiche, troppo poco addomesticabili. Non sono scomparse, ma rischiano di diventare invisibili. E la domanda allora resta aperta: che fine hanno fatto le Paralimpiadi? Forse non le abbiamo perse. Forse abbiamo semplicemente smesso di pensarle.
Angelo Santoro

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