Mettiamola così: sono insofferente e pure un po’ allergico rispetto ai crucifige, specie quelli gridati allo specchio, ai lavacri di maniera e, a dirla tutta, non ho mai considerato l’autocritica come un virtuosismo politico e tantomeno umano. I lettori potranno anche accompagnare questa premessa con un corale chissenefrega, ma credo invece che, in un’epoca dove è prassi comune cambiare, anche radicalmente, opinione pretendendo però di vedersi riconosciute linearità di pensiero e coerenza, l’animatore di un foglio online abbia il dovere di fare i conti con le proprie topiche.
Salto i convenevoli e vado al dunque: su Pisapia l’8 luglio scorso scrivevo un pezzo per leragioni.it dal titolo “il salotto buono sceglie Pisapia”. Me lo sono andato a rileggere prima di scrivere questa mia breve riflessione. Liquidavo l’(allora) ipotesi di Pisapia candidato con un attestato di stima per la sua persona e con una dose massiccia di scetticismo. Puntavo il dito, in particolare, contro una parte dei sostenitori della sfida, in quel momento ancora ai primi passi, dell’avvocato. Riducevo la proposta politica che la candidatura di Pisapia rappresentava e rappresenta all’espressione di quel salottismo radical che miete qualche consenso nel centro città e raccoglie diffuse ostilità nei grandi quartieri. Senza girarci troppo intorno, sbagliavo. Certo, per rendere competitiva una candidatura espressione di una cultura così segnatamente schierata vanno fatti ancora molti passi. Primo tra i quali quello di “buttare a mare” la zavorra giustizialista e giacobina che con quella cultura (e con il candidato) non c’entra nulla. Poi sarebbe necessario, con un po’ di coraggio, prospettare delle politiche per il lavoro e per la convivenza, per i trasporti e per la geografia urbana, che siano figlie della sperimentazione e della revisione delle culture della sinistra milanese (ça va sans dire: in continuità con quella sensibilità socialista e riformista che, ditene quello che volete, tanto ha determinato lo sviluppo sociale e economico della città) e non una riedizione spolverata di un sinistrismo barricadero che suscita più sbadigli che interesse.
Sarà possibile farlo? E’ presto per dirlo. Ma è certo che, tra la corsa a ricollocarsi dei dirigenti del Pd milanese e i naviganti a vista pronti ad attraccare sui moli del vincitore, sarebbe più interessante porre delle questioni politiche. La città ha bisogno di ritrovare se stessa, una parte della sinistra milanese anche. Confrontiamoci, nel concreto e nel pagano delle proposte amministrative, su quale futuro vogliamo per l’una e per l’altra.
Tomaso Greco www.leragioni.it

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