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C’era una volta l’America

L’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 fu più devastante di quello giapponese a Pearl Harbour. Non solo perché Pearl Harbour era una base militare alle Hawaii e le Torri Gemelle un grande centro commerciale di New York. L’attacco alle Torri Gemelle fu trasmesso in tutto il mondo. La potenza americana si scopriva terribilmente fragile agli occhi del cittadino comune, vivesse a Nairobi piuttosto che ad Islamabad.

di Riccardo Bruno | 11 Settembre 2026

L’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 fu più devastante di quello giapponese a Pearl Harbour. Non solo perché Pearl Harbour era una base militare alle Hawaii e le Torri Gemelle un grande centro commerciale di New York. L’attacco alle Torri Gemelle fu trasmesso in tutto il mondo. La potenza americana si scopriva terribilmente fragile agli occhi del cittadino comune, vivesse a Nairobi piuttosto che ad Islamabad.

La polemica che seguì quasi immediatamente alla finta solidarietà verso l’America colpita al cuore, fu sulla risposta da dare a quanto avvenuto. Si disse sì all’intervento in Afghanistan, dove si presumeva, a torto, che si nascondesse Bin Laden e subito si chiese di non fare la guerra ai civili. I talebani sono studenti, non hanno un esercito regolare, esattamente come Hamas, e prima ancora, lo Fln algerino. Tutti civili. E appena l’America tornò in Iraq, si riempirono le piazze per la pace. L’Europa non voleva che l’America impiegasse le truppe. Doveva usare l’intelligence. Solo la Russia di Putin, impegnata com’era nello sterminio di mussulmani in Cecenia, non sollevò obiezioni di sorta. Le relazioni fra Putin e l’amministrazione americana si cementarono allora, tanto che Obama non seppe dirgli di no all’invasione della Crimea nel 2014. Mentre quelle che con l’Europa, andarono a farsi benedire.

Per l’America fu più facile sconfiggere Germania e Giappone, l’Italia si arrese in meno di due anni, che i mujaddin. Obama vinse le elezioni accusando la passata amministrazione Bush, Cheney. La situazione era fuggita loro di mano. Si erano sbagliati gli obiettivi e soprattutto, la democrazia non si esporta sulle punta delle baionette. Frase fascinosa, è di Mazzini, ma discutibile. L’Europa divenne democratica dopo l’intervento armato americano, la democrazia venne esportata eccome in un’Europa completamente fascistizzata. Nel dubbio, senza baionette il suo ambasciatore Stevens venne ammazzato a Bengasi come un cane, Obama continuò ad organizzare colpi di Stato in medio oriente fino alla Turchia, mentre si volle fidare dell’Iran. Se oggi l’America combatte l’Iran è per la fiducia concessa da Obama. Un disastro in Afghanistan. Obama fissò una data per il ritiro dopo aver modificato le regole di ingaggio dell’esercito che perse ogni iniziativa. L’America obbligata all’intervento per convincere il mondo della sua forza, si mostrò ancora più vulnerabile. Così è rinato il movimento Maga, risale al presidente Jackson e ha saputo imporsi uno lesto come Trump, pronto a fare a pugni con l’universo, solo per dimostrare di essere alla guida di un colosso invincibile.

Se Kennedy fosse riuscito a eliminare Castro, come Trump ha eliminato Khamenei, probabilmente sarebbe morto nel suo letto. Eppure Kennedy era il presidente che chiedeva ai cittadini americani cosa fossero disposti a fare per il loro paese, Trump quello che promette cinquemila dollari se vince le elezioni di mid term, a tutti, non ai suoi elettori. Trump è un personaggio da avanspettacolo, con un gusto tutto suo per la battuta eccezionale, Kennedy era il pupillo introverso di una dinastia di milionari che voleva affabulare prima di dominare. Due prodotti opposti della stessa realtà americana, legata interamente al successo. Il primo voleva impressionare il mondo, convinto di poterlo plasmare a sua immagine e somiglianza. L’altro ci ha completamente rinunciato e non gliene importa un fico secco di come la si pensi. Se le cose vanno male, ti bombarda.

Riccardo Bruno

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all’Ufficio esteri del PRI diretto dall’onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l’Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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