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C’era una volta il Quantitative easing

Il Qe è stato un disastro sotto tutti i punti di vista e lascia uno scenario desolante: non mostra solo il fallimento della politica della Bce ma anche il fallimento delle politiche economiche dei governi.

di Gerardo Coco | 28 Gennaio 2019

Con la fine del 2018 si è concluso il cosiddetto quantitative easing (Qe) varato dalla la banca centrale europea nel 2015 e consistito in un’espansione monetaria basata sull’acquisto di 2.6 trilioni di euro di titoli dei governi sovrani e sulla riduzione dei tassi di interesse. L’operazione aveva lo scopo di contrastare le pressioni deflazionistiche nell’area dell’euro, rafforzarne l’economia per superare livelli di produzione inferiori a quelli del 2007. Ma nulla di tutto questo si è verificato. Nessun impatto sull’economia reale, sull’occupazione, sugli investimenti delle imprese, sull’inflazione, sul credito e quindi sulla crescita. Pensare che il presidente Mario Draghi, per ben due volte nel 2018 affermava che si era in presenza di una crescita “robusta” (addirittura!).

 

Ora quando un’iniziativa propagandata come stimolo economico si rivela un fiasco clamoroso soprattutto per la sproporzione tra la dimensione gigantesca e l’inefficacia scandalosa e si tirano le somme dell’operazione affermando, come ha fatto Draghi nella press conference del 13 dicembre, che il Qe è stato “l’unico vettore di questa ripresa” (Qe was at times the only driver of this recovery), beh, vuol dire che si è smarrito completamente il senso della realtà.

 

Forse, ancora sotto l’incantesimo del whatever it takes (la promessa di liquidità illimitata del presidente della Bce che rassicurò nel 2012 la finanza) anche i media più importanti non si sono posti la più ovvia delle domande: come mai a conclusione di una manovra del valore compreso tra il pil italiano e quello tedesco già si parla già di recessione? E allora i 2.6 trilioni di euro a che sarebbero serviti? Ma..un momento, a proposito di trilioni al vento, la Bce non aveva lanciato tra il 2011/12 il famoso Ltrlo, il Long Term Refinancing, quella specie di quantitative easing per le banche da 1.3 trilioni e dopo un altro della serie, il Tltro, di modo che e la somma di tutti gli stimoli diventa 4.2 trilioni? Perché nell’eurozona tutto è circolare e si ritorna sempre al punto di partenza: la crisi? Lo si comprenderà analizzando gli effetti della manovra.

 

Innanzi tutto lo stimolo alla crescita attraverso la riduzione dei tassi di interesse è stata l’aspetto favola del Qe. Infatti i rendimenti dei titoli di stato europei nel 2015, ad eccezione della Grecia, erano già ai livelli più bassi della storia e nonostante ciò l’economia europea era in crisi. Neppure azzerando i tassi di interesse si incentiva il settore privato a indebitarsi quando il concorrente e debitore principale è il governo che esercita una pressione fiscale incompatibile con una normale attività economica e di consumo. Pertanto, nella realtà, il Qe è stato una cortina fumogena per mantenere lo status quo, continuare a finanziare i deficit dei governi e coprire l’insolvenza delle banche cercando di non far saltare l’euro. Con tale finalità, la liquidità del Qe non poteva che riversarsi nel settore finanziario proprio dove si è verificata l’inflazione. Infatti le banche, liberatesi dei titoli sovrani a rischio e incassata la liquidità dalla Bce, lungi dal prestare all’economia reale, hanno investito in attività speculative.

 

L’euro, deprezzato nei mercati da ondate di liquidità mensili, è diventato la valuta ideale per operazioni di carry trade consistenti nell’indebitarsi in questa valuta per acquistare valute forti e lucrare sugli spread di rendimento. Poi, il tasso negativo del -0.40%, applicato dalla Bce sui depositi delle banche per costringerle a fare prestiti, le ha spinte a trasformare gli euro in dollari per depositarli nelle filiali americane e poi parcheggiarli alla Federal Reserve per essere rimunerati allo 0.25%. Ne è seguita una fuga di capitali verso il dollaro e un suo apprezzamento destabilizzante sopratutto per i paesi emergenti indebitati in questa valuta. La ricerca concitata di rendimenti scatenata da un ambiente caratterizzato dalla soppressione degli interessi, ha spinto a comprare anche il debito della Turchia che offriva il 20% di interessi. Quando, qualche mese fa la lira turca è collassata del 25% nel giro di due giorni, le banche spagnole e italiane hanno registrato perdite colossali.Con la liquidità della Bce le banche europee hanno prestato complessivamente oltre 3 trilioni di dollari ai mercati emergenti, più di quattro volte il credito concesso dalle banche statunitensi. L’indebolimento dell’euro ha reso poi conveniente vendere allo scoperto nel mercato dei future, materie prime e preziosi ed è anche per tale pratica che questi mercati sono ribassati. Operazioni speculative, perturbazioni dei mercati, aumento della volatilità e del rischio ecco le conseguenze del Qe.

 

La crisi delle banche però è rimasta essendo essa espressione della crisi, più grave, dei debiti sovrani. lI problema della “circolarità” di cui sopra sta proprio qui. I governi dipendono dalle banche che ne acquistano il debito. Aumentando i rischi, la domanda di mercato dei titoli si dilegua, il loro valore diminuisce falcidiando il capitale bancario. Se le due più importanti istituzioni, governi e banche, sono a rischio lo è anche la moneta che rappresentano ed è per questo la Bce ha dovuto sostituirsi al mercato (“salvando l’euro”) ma invece di subordinare l’acquisto dei debiti a serie riforme per ridurli, li ha incentivati. Non si può risanare il sistema bancario senza risanare i governi.

 

La politica monetaria espansiva ha aggravato gli squilibri tra il nucleo e periferia europea come risulta in modo lampante dal fatto che la Bundesbank vanta un credito verso la periferia di oltre 700 miliardi di euro a seguito della fuga di capitali verso il nucleo. C’è infatti una relazione lineare tra la liquidità iniettata nel sistema finanziario europeo attraverso l’acquisto di titoli sovrani e il corrispondente aumento dei saldi target2 che registrano i movimenti dell’euro nell’unione.

 

Il Qe, poi, abbassando il tasso di cambio dell’euro rispetto alle altre valute ha consentito alla Germania di avvantaggiarsi ancora di più come paese esportatore rispetto agli altri membri. E’ stata la svalutazione a aumentare il famigerato “surplus tedesco”. Ma questo dimostra solo che è impossibile applicare una stessa politica monetaria a paesi di dimensioni e competitività diversi senza creare forti divergenze senza scatenare risentimenti verso i paesi più forti.

 

Il Qe è stato un disastro sotto tutti i punti di vista e lascia uno scenario desolante: non mostra solo il fallimento della politica della Bce ma anche il fallimento delle politiche economiche dei governi. Si può forse negare che il suo compimento abbia lasciato la zona euro in una posizione più fragile rispetto a quella del 2011? Il fallout dell’intervento è ancora in corso e lo sarà per lungo tempo. Purtroppo la ricaduta peggiore è stata sulle persone che hanno fatto la cosa giusta per 30 o 40 anni: accumulare e salvare la propria ricchezza per affrontare il futuro incerto. Ha penalizzato i risparmi di 500 milioni di cittadini dell’unione che potevano essere utilizzati per finanziare investimenti a lungo termine per rilanciare, senza trucchi, l’economia e contribuire a colmare il vuoto lasciato dalla crisi finanziaria. Stiamo vivendo un’era in cui le persone hanno creduto alle sciocchezze per troppo tempo e finché continueranno a crederci permetteranno altri disastri.

 

Gerardo Coco

 

Pubblicato in : EditorialeTag: 2011, anni, banca centrale, banca centrale europea, banche, bce, bundesbank, capitali, crisi, crisi finanziaria, draghi, economia europea, espressione, euro, fallimento, federal reserve, finanziaria, futuro, germania, governo, grecia, lira, manovra, mercati, mercato

Info Gerardo Coco

Laureato in economia all’Università Bocconi di Milano ha proseguito gli studi economici e finanziari al Politecnico di Huddersfield (UK). Ha una vasta esperienza in economia internazionale. Ha lavorato per diverse multinazionali in posizioni di responsabilità e ha costituito negli Stati Uniti una fondazione riconosciuta dalle Nazioni Unite per lo sviluppo economico nei paesi emergenti. Ha tenuto conferenze sullo sviluppo alla Columbia University di N.Y. al MIT di Boston e alle Nazioni Unite. E consulente industriale e membro del comitato scientifico dell’università Unimeier di Milano dove insegna di economia e finanza.

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