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Centrodestra fa politica: forse a sua insaputa

A destra, mancando un Renzi, si è ancora fermi al mantra che solo stando tutto insieme il centrodestra può vincere. Forse vero, ma impossibile.

di Beppe Facchetti | 8 Maggio 2016

Se prendiamo un attimo sul serio la scelta che Silvio Berlusconi ha fatto a Roma per Marchini, se insomma facciamo finta che sia tornata la politica, si aprono scenari nuovi e interessanti.

Dopo una transizione infinita, aggravata da otto anni di crisi economica, il sistema politico potrebbe uscire dalla trappola cui l’hanno consegnato, tanti anni fa, le iperboli referendarie di un bipolarismo sbagliato.

Per capirlo, c’è voluto il tripolarismo, che alle elezioni di Roma è diventato addirittura quadripolare, ma meglio tardi che mai.

Il bipolarismo italico è stato pessimo, ben diversamente da come sognavano i teorici dei laboratori, i Panebianco che ancora oggi non si curano delle forzature innaturali necessarie per realizzarlo, e i Parisi che pur ne hanno patito direttamente i danni. Il bipolarismo di casa nostra è stato personalizzazione esasperata, invettive reciproche da talk show, finchè non hanno stancato anche queste. Il suo punto massimo di successo, si fa per dire, fu l’Unione delle forze di sinistra, sommate non per governare ma per vincere: 300 pagine di programma, 30 ministri, una crisi al giorno.  Ma anche il centrodestra non aveva potuto soffocare le differenze interne tra sensibilità anche incompatibili, staccatesi, una alla volta, dall’egemonia del fondatore. La sinistra ha poi capito (o avuto circostanze fortunate che glie lo hanno fatto capire) che occorreva chiarire l’equivoco della convivenza di Mastella e Turigliatto, e che si doveva far a meno coraggiosamente dell’uno e dell’altro. E’ arrivato Renzi, non senza doverci provare due volte, con in mezzo l’esplosione del terzo polo grillino che ha impedito il governo Bersani e legittimato l’accordo del Nazareno, fino a poco prima decisamente un orrore per entrambi i contraenti. Prezzo pesante, che sta segnando una legislatura molto preoccupata di recuperare, con troppe concessioni strategiche, il terreno demagogico dei 5Stelle.

A destra, mancando un Renzi, si è ancora fermi al mantra che solo stando tutto insieme il centrodestra può vincere. Il che è potenzialmente vero, perchè una maggioranza di centrodestra esiste nel Paese, ma nel frattempo questo è diventato un destra-centro, con saluti definitivi all’impossibile e un po’ osceno partito liberale di massa. La debolezza di Forza Italia per il logorio dell’immutabile leader storico, ha fatto crescere l’oltranzismo della Lega, la sua conquista di tanti voti (non però sufficienti a governare) in termini concorrenziali ma convergenti coi 5Stelle sull’ala del populismo, dell’estremismo, del legame con tutto ciò che di anti-europeo si muove nel mondo, dalla Lepen a Putin, persino a Trump.

Le elezioni di Roma, in cui Salvini non rischia niente perché non ha nulla da chiedere a Roma ex ladrona, hanno saldato il leghismo secessionista (ora dall’Europa) al nazionalismo della Meloni, sull’onda lunga del fantasma del MSI, a cui non crede più neppure Fini. E che funziona solo se distrugge le basi stesse del perbenismo moderato di Forza Italia.

E’ qui, però, che Berlusconi ha avuto un sussulto e ha messo a frutto tanti anni di politica, decidendosi a cogliere uno spazio non solo di semplice resistenza, ma di recupero di ruolo.

L’istinto, forse a sua insaputa, lo ha condotto ad un Marchini, che, se proprio non naufraga a giugno, potrebbe essere la novità politica del prossimo futuro. Viene da sinistra e può essere il Renzi della destra, così come Renzi, che veniva dal centro, è diventato il capo della sinistra.

Non esiste d’altra parte nessun sistema politico in cui le estreme tengano in ostaggio i moderati dei due schieramenti (semmai il contrario) e un ipotetico duello Renzi-Marchini sarebbe ugualmente molto duro, ma almeno attorno alle riforme.

I grandi temi del mondo di oggi – migrazioni, lavoro, pensioni, tasse – non si risolvono del resto negandoli o strumentalizzandoli come clave solo per trovare un voto in più.

Non vorremmo aver intravisto un Berlusconi che non c’è, e non vogliamo ancora trarne conseguenze generali, ma se – su tre poli – almeno due fanno politica, sarebbe un buon segno di bipolarismo virtuoso.

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, berlusconi, bersani, bipolarismo, convivenza, crisi, crisi economica, danni, elezioni, fini, futuro, governo, italia, lavoro, lega, legislatura, massa, meloni, mondo, pensioni, putin, renzi, riforme, roma, silvio berlusconi

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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