
E’ di gran moda in questi giorni parlare di mascherine. Tornate prepotentemente alla ribalta con le ultime disposizioni sull’obbligo di indossarle anche all’aperto. Noi italiani siamo un po’ cartoline, nel senso che spesso vogliamo fare i fenomeni come avrebbe detto il compianto maestro di giornalismo Rino Bulbarelli, alle prese con qualcuno che la sparava, o la faceva, più grossa del consentito. Non è il tempo di fare i fenomeni. E poi in certi momenti noi italiani smettiamo di fare anche le cartoline, i personaggi riottosi e spiritosi, e ci mettiamo la veste del buon senso. E della responsabilità.
Sulle mascherine dovremmo essere tutti d’accordo: se gli esperti, scienziati di varie specialità, ci dicono che sono utili e necessarie per evitare di propagare il virus, e mettiamocele queste mascherine anche fuori, anche in giro e soprattutto come ha bene il ministro Speranza mettiamocele senza esitazione quando incontriamo qualcuno che non è dello stretto giro familiare.
Addirittura il professor Onder dell’Istituto superiore di sanità l’altra sera al telegiornale ci ha detto che giovani e brillanti giovani adulti che viaggiano per lavoro e per studi quando vanno a trovare nonni e padri, nonne e madri dovrebbero mettersi la mascherina protettiva e stare a distanza dai cari per ulteriore comprensibile precauzione e cautela. Perché il fenomeno è ormai abbastanza chiaro: c’è chi si prende il virus e quasi non se ne accorge, i giovani e i giovani adulti soprattutto sani e senza complicazioni, e c’è chi ovviamente asintomatico lo trasmette ai padri alle madri ai nonni e alla nonne e che per il solo effetto dell’età qualche acciacco e qualche disturbo ce l’hanno. E quindi corrono i seri veri rischi di complicazione e aggravamento.
Non facciamo le cartoline quando non è proprio il caso e mettiamo queste mascherine per noi e per gli altri. A onor del vero (chiedo perdono per la frase fatta, ma stavolta ci sta) quella delle mascherine è stata una vicenda da romanzo giallo. A febbraio e marzo, ce lo ricordiamo tutti, ci dicevano che insomma la mascherina non è che fosse così necessaria. Perché? Perché probabilmente ce n’erano poche e le dovevano dare al personale sanitario? Perché non ce n’erano a sufficienza per tutti gli ammalati e i potenziali malati? Fatto sta che all’inizio tardo invernale della pandemia la linea politica sulla mascherina non era così chiara. Adesso che lo è diventata e che ci sono (almeno speriamo) mascherine per tutti e per tutte le mode facciamo che ci mettiamo il cuore in pace e per qualche mese rinunciamo a far vedere i nostri nasi, le nostre bocche, il nostro mento. Lasciamo immaginare la parte migliore di noi. Puntiamo sugli occhi.
Abituiamo gli occhi a parlare come se si vedesse la bocca. Mi pare un buon esercizio. Gli occhi parlano, eccome. Certo le abitudini sono difficilmente cambiabili in un batter d’occhio. Ci sono persone che portano regolarmente la mascherina poi incontrano un conoscente che non vedevano da mesi o anni e quando si avvicinano invece di rinforzare la mascherina sul naso e sotto il mento, se la tolgono o se l’abbassano per salutare meglio il conoscente quasi sconosciuto. Dovremmo imparare che si può salutare con deferenza anche a un metro con un gesto elegante della mano senza toccare l’interlocutore.
Difficile per gente cresciuta come noi cresciuta a baci abbracci e pacche sulle spalle, nella cultura del saluto fisico, ma ora il saluto a distanza è indispensabile secondo le disposizioni e il buon senso. Poi come ci ricorda il protagonista dell’intramontabile pellicola “Il Corvo” “non può piovere per sempre”. Dovrà pur arrivare il giorno, il mese della svolta. Questa situazione di necessaria protezione ci induce anche a parlare con continenza e sobrietà, misurando la lunghezza del discorso e il volume della voce. Insomma una buona palestra per comprendersi con strumenti nuovi, buttiamola sul positivo.
Ci sono in negazionisti della mascherina: invitiamoli a ragionare. Ci sono i maldestri della mascherina: aiutiamoli a indossarla. Spesso la tengono tra il labbro inferiore e il mento. Bisognerebbe chiedere loro: secondo voi a che serve il ferretto sul lato superiore della mascherina chirurgica? Serve a fermare quel lato sul dorso del naso. Quindi la mascherina deve coprire anche le narici. Sennnò avrebbero fatto un boccaglio di pezza. Poi fissata sul naso si estende con il lato inferiore sotto il mento. Oplà. Così indossata può essere considerata una protezione, indossata sul mento è un quasi ridicolo inutile orpello. Ci sono quelli che ti guardano male se giri con la mascherina all’aperto o mentre che so attraversi la strada o butti le immondizie. Pazienza: e noi guardiamo male loro trasmettendo con gli occhi sentimenti di comprensione e di disapprovazione. Anche questo sarebbe un bell’esercizio. Ovviamente le norme prevedono l’esenzione della mascherina per i bambini piccoli sotto i sei anni, i portatori di patologie specifiche e se sei in un bosco lontano da tutti e da tutto. La mascherina può diventare anche un accessorio gradevole: già da mesi alcuni produttori creativi lavorano al marketing della mascherina, ci sono le mascherine firmate e delle organizzazioni internazionali, ci sono mascherina colorate e aziendali, di associazioni e organizzazioni. Magari arriverà anche la pubblicità sulla mascherina e allora con lo spot tra naso e bocca mi sa che avremo svoltato. Mascherina con slogan e disegnino come su un manifesto o volantino.
Ricordo che all’epoca della Sars, il virus comparso e poi scomparso 17 anni fa, andavo spesso al cinema: mi ero quindi organizzato e pur non avendo nemmeno lontanamente l’eco di questa pandemia un giorno nella sala del cinema mi sono messo la mascherina. E eravamo in 15 su 150 posti. Ricordo che un signore mi guardò male. Ho tenuto la mascherina per tutto il film. Ho ritrovato quella mascherina verdina nella tasca di una vecchia giacca. Mi ha fatto tenerezza. Non facciamo le cartoline, mettiamo bene le mascherine.
Fabrizio Binacchi

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