Mentre infuria una battaglia ideologica e pretestuosa in difesa della famiglia, a quanto pare minacciata gravemente da un eventuale riconoscimento dei diritti delle coppie conviventi etero ed omo – e siamo sempre in attesa che qualcuno ci spieghi per quale misterioso meccanismo il riconoscimento di un diritto dovrebbe diventare sottrazione ai danni di qualcun altro – ci pare giusto e doveroso porre un interrogativo: come dovrebbero sentirsi tutte le coppie alle quali lo stato italiano, con la legge 40, ha impedito di costruirla, una famiglia?! Non è un interrogativo ozioso, perché a quasi due anni dal referendum fallito per l’abrogazione della legge, affiorano, laddove riescano a sfuggire al silenzio imposto dai più, testimonianze e dati che non è esagerato definire drammatici. Sui magazine più letti, cominciano ad essere pubblicate lettere di donne, vittime di questa legge, che raccontano l’abominevole calvario che stanno affrontando per avere un figlio. Ma anche gli addetti ai lavori, quelli schierati solo dalla parte di chi soffre e non dalla parte di un partito o di una fede, tentano di farsi ascoltare e di portare all’attenzione generale i risultati provocati dall’applicazione della legge 40.
Nei giorni scorsi, la dottoressa Claudia Livi, medico ginecologo e responsabile di un centro per la fecondazione assistita a Firenze, ha rilasciato un’intervista a Repubblica che dovrebbe quantomeno far riflettere, se in questo paese neghittoso si praticasse ancora questa lodevole attività, naturalmente. La dottoressa Livi, che abbiamo avuto il piacere di conoscere ai tempi della battaglia referendaria e di cui abbiamo apprezzato l’equilibrio, la sensibilità e la preparazione professionale, rende noto un dato sconcertante: dall’entrata in vigore della legge ad oggi, è quadruplicato il numero delle coppie che vanno all’estero per la fecondazione assistita. Di fatto, si è creato un tragico turismo della provetta verso i paesi europei – ma anche verso la Turchia, che in due anni ha aperto oltre trenta centri medici -–che porta migliaia di coppie italiane ad affrontare enormi sacrifici e spese ingenti per accedere ad una speranza che nel nostro paese è stata o negata del tutto – ovvero la fecondazione eterologa – o fortemente limitata.
La dottoressa Livi racconta infatti come il divieto di congelare gli embrioni e l’obbligo di produrne non più di tre per reimpiantarli tutti, stia creando problemi gravi: le donne più giovani, sono esposte al rischio di gravidanze gemellari che, nel solo centro della Livi, sono aumentate del 25% dal 2004; le donne sopra i 37 anni, alle quali tre embrioni spesso non sono sufficienti, devono ripartire da capo in caso di fallimento e sottoporsi di nuovo ad una pesantissima stimolazione ormonale. Per non parlare del dramma causato dal divieto della diagnosi preimpianto anche per coppie portatrici di malattie genetiche, che vede il ricorso crescente all’aborto terapeutico in stato di avanzata gravidanza.
L’elenco delle situazioni tragiche create da questa legge potrebbe continuare, purtroppo, ma ci fermiamo qui per dedicarci a qualche riflessione. Chi scrive, si è battuta duramente ai tempi del referendum, e può dunque testimoniare in prima persona ragioni, condizioni ed intromissioni che hanno reso pressochè impossibile fornire quantomeno una corretta informazione ai cittadini chiamati ad esprimersi su un tema così importante e delicato. Da tutto il quadro della legge 40, emerge una concezione aberrante della donna, ridotta ad una sorte di minus habens sotto tutela statale, impedita a decidere del proprio corpo, della propria salute e della propria scelta di maternità. Le coppie infertili sono state marchiate ed umiliate come quelle che “non si capisce perché non adottino, con tutti i bambini che ci sono” – e sorvoliamo sulla pressochè impossibile pratica dell’adozione in Italia – per cui alla loro sofferenza si è aggiunta una accusa di egoismo procreativo a tutti i costi e di insensibilità sociale che equivalgono ad una dura e pubblica condanna morale. Il divieto alla fecondazione eterologa è stato però quello più clamoroso: una pratica consentita per dieci anni a migliaia di coppie, di colpo negata ad altre migliaia che si sono trovate discriminate, perché d’improvviso lo stato ha deciso di avere il diritto di entrare nelle scelte privatissime di due adulti consenzienti e di poter decidere in maniera del tutto aprioristica chi poteva fare figli e chi no. Il quadro, allora, era completato dalla quasi totale complicità dei media, che hanno fatto pensare ai cittadini di non essere all’altezza di decidere su questioni presentate non già come fortemente invasive della sfera individuale, ma invece come elaborazioni intellettuali di un livello troppo alto per poterci capire qualcosa. Naturalmente, l’apporto di una classe politica imbelle è stato determinante; le più alte cariche dello stato – Berlusconi, Casini, Pera – hanno lanciato appelli all’astensionismo, tutti folgorati sulla via di Damasco da improvvise conversioni al verbo di Ruini, ovvero pronti alla solita caccia al voto cattolico in vista delle elezioni politiche che si stavano avvicinando. In realtà, tanto l’iter della legge, blindata in Parlamento da una maggioranza che ha rifiutato ogni emendamento, quanto la campagna referendaria, hanno segnato uno dei punti più bassi della recente storia del nostro paese, tradendo il dovere che ha uno stato di recepire le istanze dei cittadini e di restare, al tempo stesso, fuori dalla porta delle loro case, per non dire dei loro letti. La crociata irragionevole che ha portato a distruggere le speranze di molti aspiranti genitori in nome di dogmi – non principi – che nulla hanno a che vedere con le regole di civile e democratica convivenza, ha prodotto solo l’espatrio di tanta gente, “colpevole” solo di desiderare un figlio che la scienza può dargli. Non sono mostri alla ricerca del figlio perfetto, non sono seguaci dell’eugenetica, non sono reprobi refrattari all’adozione: sono esseri umani nati senza colpa con dei problemi – problemi che oggi si possono superare, ma non nel nostro paese.
Ci piacerebbe che tutte queste coppie, respinte ed umiliate da una legge dello stato, partecipassero al Family Day, accanto a quelli che i figli ce l’hanno e quindi degli altri se ne fregano, accanto ai politici ipocriti che quel giorno sfileranno e che hanno a suo tempo votato la legge 40, benedetti dalla Cei che la famiglia la vede a condizione: che sia nata in Chiesa, che abbia figli arrivati senza sforzo, che sia chiusa alle sofferenze altrui, siano esse discriminazioni sessuali o negazioni genitoriali. Ma ci piace soprattutto pensare che i 25.000 voti che hanno condannato il centrodestra alle elezioni politiche appartengano a coloro che hanno pagato sulla propria pelle una legge vergognosa fatta per sudditanza e calcolo politico: al prossimo turno elettorale, ci auguriamo che a questi si aggiungano gli omosessuali. Perché l’elettore sa come punire chi l’ha tradito: la legge della democrazia è comunque più forte dell’ipocrisia del legislatore.
Chiara Boriosi

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