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Caro D’Alema a fare il massimalista si fa il gioco di Renzi (o di qualcun altro)

di Terza Repubblica | 14 Settembre 2015

Abbiamo stima, politicamente, di Massimo D’Alema molto più di quanto egli non faccia per meritarsela e ricambiarla. Per questo ci permettiamo di dolerci del modo in cui sta svolgendo il ruolo, utile se non fosse sterile, di antagonista di Matteo Renzi. Tralasciamo qui gli strali di cui l’ex leader comunista è diventato facile oggetto nel mostrare il suo lato ruvido (ma ne avrà uno non tale?) al giovane presidente del Consiglio: si è beccato dell’invidioso, del rancoroso, del vecchio frignone incapace di uscire di scena. Sono giudizi meschini, che non ci appartengono. Ma siccome D’Alema rivendica, giustamente, come giudizi politici le critiche brucianti che rivolge a Renzi, è proprio sul terreno politico che il suo antagonismo feroce fa acqua. Non perché a Renzi e al renzismo non ci sia motivo di rivolgere critiche – in questa sede non le abbiamo certo lesinate, seppure sempre con spirito costruttivo tanto da coltivare la speranza di non essere messi tra gli asini e i gufi – ma perché non è attestandosi sul fronte del “no” che si fanno quelle giuste, di critiche, nel metodo come nel merito. No, caro D’Alema – e con lei tutti gli altri oppositori interni di Renzi, da Bersani in giù – non è mettendosi sul fronte sinistro del suo partito e dello schieramento politico nazionale che si può costruire una posizione alternativa al giovinotto fiorentino, costruttiva e vincente.

Renzi è un riformista pragmatico, ed è su quella linea di demarcazione che va organizzata la dialettica (e, creda, c’è modo di farlo: si rilegga gli ultimi 18 mesi di TerzaRepubblica, se ha bisogno di spunti). Prima di tutto perché quella è la linea su cui si attesta sia la possibilità che la sinistra moderna vinca le elezioni sia che il Paese possa essere salvato. E poi perché, se non ricordiamo male, D’Alema si era dislocato su quel fronte quando Renzi aveva ancora i pantaloni corti, e non si capisce perché l’uomo che, seppur tra mille (troppe) prudenze aveva apprezzato la modernità del socialismo di Bettino Craxi e sottolineato il carattere perdente della sinistra comunista, oggi recuperi linguaggi e concetti antagonisti che non gli erano stati propri, per esempio quando aveva varcato il portone di palazzo Chigi da presidente. La “rottura sentimentale” con il partito che fu, che Massimo rinfaccia a Matteo, in realtà è stato proprio D’Alema a volerla, quando cercò – purtroppo senza riuscirci – di modernizzare la sinistra post-comunista. Perché ora rimproverarla a chi, nel bene e nel male, ci sta riprovando?

Tuttavia, è sotto un altro profilo, quello della tattica politica – terreno in cui D’Alema ama farsi vanto di non essere secondo a nessuno – che troviamo maledettamente fragile l’opposizione a Renzi, quella di D’Alema e ancor più quella della pattuglia di parlamentari che sta cercando di sgambettare il segretario-premier prendendo a pretesto le riforme istituzionali. Messa così la loro battaglia è perdente. Anche se dovesse riuscire a rovesciare Renzi, non sarebbe certo vincente nel Paese. Il quale ha salutato con un’apertura di credito che, in quella misura, non era stata concessa neppure a Berlusconi nel 1994, l’arrivo di un giovane sparigliante come Renzi, capace di mandare alle ortiche il bla-bla-bla sindacale e i riti della concertazione asfissiante. Poi, è vero, ne ha preso le misure, ha imparato a distinguere le parole dai fatti, non ha apprezzato più di tanto certa spavalderia, e il consenso è calato, forse più di quel tanto che era fisiologico che succedesse. Anche se lui lo nega, il risultato di Renzi alle ultime amministrative è ben lontano da quello conseguito solo qualche mese prima alle europee, fino al punto da far pensare (e se il presidente del Consiglio non ci pensa è matto) che la nuova legge elettorale ideata per un Pd attestato al 40% possa rivelarsi un clamoroso boomerang. Ma tutto questo non porta neppure una goccia d’acqua al mulino della minoranza Pd. Che, con i suoi arroccamenti, appare fuori dalla storia e dalla realtà, sia – ovviamente – agli occhi dei moderati che si sono avvicinati a Renzi per via della crisi di Berlusconi, ma anche agli occhi di quel popolo di sinistra che quando ha smesso di credere nel suo vecchio partito si è rifugiata nell’astensionismo o ha imboccato le strade che portano alle nebulose della sinistra-sinistra o ai pentastellati.

Ognuno di questi due tronconi, quella riformista e quello “vetero”, pensa di non poter convivere con l’altro, e comunque l’elettorato mobile (centrista e moderato, quello che fa vincere le elezioni) non premia certo chi predica la coabitazione a tutti i costi. Con buona pace di chi, come Paolo Mieli, esprime tormento per la sinistra divisa e teme la “sindrome greca”. Unita può anche prendere un voto in più degli avversari – dipende dalla consistenza di questi ultimi, e dalle modalità della legge elettorale – ma poi non è capace di governare. Divisa deve allearsi con le forze moderate, e può farlo solo l’ala riformista. Ma perché D’Alema e Bersani dovrebbero stare dalla parte dei massimalisti? Perché il riformista Renzi non gli piace? Bene, ma allora lo incalzino da quel lato, e anziché proporre brodose alternative a questo o a quel punto di questo o quel provvedimento, lancino un progetto riformista radicalmente diverso, che sappia mettere in evidenza i limiti del pragmatismo arruffato di Renzi.

Qualche esempio? Invece di inseguire Renzi sul terreno delle sue riforme istituzionali, indicando correttivi – su cui tanto il premier non media, perché vuol far esaltare la pochezza programmatica degli avversari – lancino la proposta spiazzante dell’Assemblea Costituente. Sulla scuola facciano esplodere la contraddizione di chi dice che bisogna tagliare la spesa pubblica corrente e poi si mette ad assumere decine di migliaia di insegnanti precari. Sul terreno dell’economia, perché non buttano tra i piedi del governo una bella proposta sulla riduzione del debito attraverso l’uso del patrimonio pubblico? E perché non sfidare Renzi sul terreno del garantismo in tema di giustizia?

Insomma, caro D’Alema, se ne faccia una ragione: se gli italiani devono scegliere tra lei in versione massimalista e Renzi, scelgono Renzi. Oppure nessuno dei due.

Pubblicato in : Primo pianoTag: antagonismo, battaglia, berlusconi, bersani, bettino craxi, concertazione, consenso, costi, craxi, crisi, elezioni, governo, legge elettorale, matteo renzi, merito, misure, nuova legge, palazzo chigi, pd, presidente del consiglio, renzi, riforme, scuola, socialismo, speranza

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