Non è un numero bello. E’ esageratamente dispari, non ha simmetrie. E’ lontano dall’inizio del decennio ed è troppo a ridosso del dieci per essere simpatico, eppure questo incipiente, imminente, immanente, silente 2009 (duemilanove) ci sta piovendo addosso. Carico di incertezze o meglio di certezze attese come negative. Sarà l’anno centrale della recessione, sarà l’anno della disoccupazione, sarà l’anno della crisi tutto l’anno (speriamo di no) , sarà un duemila nove che -guarda caso- viene proprio dopo ottanta anni esatti tondi tondi dal 1929: ah queste vendette storiche. Pero’ basta questi confronti fantozziani perché a guardar bene molte paure le inneschiamo proprio noi giornalisti. Un po’ di sana autocritica e di ancor più sano senso del limite quando si scrive di economia e finanza oggi sono quasi più raccomandabili di quando si scrive di cronaca nera o di costume. Basta una parola scritta superficialmente sul giornale o detta male in radio o tv per scatenare reazioni incontrollate allo sportello o in borsa, e di operazioni incontrollate Dio sa quanto non c’è bisogno. Eppure questo 2009, come numero così brutto e disarmonico, ci sta proprio piovendo addosso. Qualcuno sogna di saltarlo a piè pari, ma avremmo un esercizio di bilancio puramente virtuale in un mondo già virtuale e poi non è saltando un anno per comodità di calendario che si annullano i problemi. Questo 2009 così lontano dal palindromo 2002 e così vicino al più armonico prossimo 2010, le cui parti di cifre sono multiple l’una dell’altra, beh questo brutto 2009 potrebbe pure essere l’anno della riscossa. Diamo per scontato di affrontare in rosso e nero (ma il Milan non c’entra) i primi due trimestri di quest’anno che imbocchiamo, ma da giugno -con i piani messi in azione dai governi americani, con l’insediamento di Obhama, e dalla conferenza dei governi europei per di più nell’anno del G8 a guida italiana- vivaddio qualcosa si dovrebbe vedere. Certo non è come recuperare un cinque in matematica dal primo quadrimestre al liceo, ma è anche vero che qui non parliamo di studenti sedicenni ma dei professori del mondo e comandanti del pianeta, che un po’ di studi di matematica e di economia dovrebbero aver fatto. Anzi è proprio la similitudine scolastica che ci può venire in aiuto. La crisi ci è arrivata addosso più o meno alla fine dell’estate e abbiamo cominciato l’anno (scolastico) con prove terribili e quasi tutte insufficienti: verifiche scritte e interrogazioni orali a caso, poche regole, pochi sussidiari in aiuto, esercizi fuori tema come quello delle automobili o della tasse sugli straordinari. Qualche voto sufficiente l’abbiamo messo in cassaforte con la tenuta dei risparmi ma abbiamo preso fior di insufficienze negli incerti piani di recupero e di rilancio industriale, sociale, occupazionale. Ci rimane dunque la seconda parte dell’anno scolastico per ristudiare, oltre alla guerra dei cent’anni, anche le tabelline catastrofiche della finanza svolazzante e dei piani avventati che potrebbero scaricare in maniera squilibrata sui lavoratori piuttosto che sui risparmiatori i disastri internazionali. E così arrivare gli esami di giugno affrontando le prove finali con la maturità necessaria. Certo non porteremo a casa un ottimo, o una menzione con lode, ma anche un appena sufficiente ci farà sembrare meno brutto questo numero 2009, l’anno nuovo che verrà. Anzi che è già venuto.
Fabrizio Binacchi
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