
Ieri ci sono stati tre suicidi nelle carceri italiane.
Due donne e un uomo che hanno deciso di togliersi la vita facendo arrivare a 47 i morti detenuti dall’inizio dell’anno.
Ho avuto modo di visitare più volte, in ragione dei miei incarichi pubblici, le carceri della Toscana vedendo di persona le condizioni di vita insopportabili in cui lo Stato, violando le leggi, costringe a vivere le persone recluse.
La maggior parte di loro, circa 55mila nel 2022, sono dei poveracci, spesso stranieri, con un basso livello di istruzione, uno su sei in attesa del primo giudizio, due su cinque per reati di spaccio di stupefacenti, più della metà per reati contro il patrimonio anche di lieve entità.
Il rapporto di Antigone dell’anno scorso -da allora la situazione è peggiorata- rivelava che “dalle visite effettuate in 85 istituti penitenziari negli ultimi 12 mesi, dal luglio 2021 al luglio 2022, gli osservatori hanno rilevato che in quasi un terzo (31%) degli istituti visitati ci sono celle in cui non sono garantiti i 3mq calpestabili per persona. Al sovraffollamento, che non aiuta di per sé a combattere il caldo, si aggiunge anche il fatto che nel 58% delle carceri visitate c’erano celle senza la doccia per garantire igiene e refrigerio (anche se per il regolamento penitenziario del 2000 prevedeva che ci fossero docce in ogni camera di pernottamento entro il 20 settembre 2005). Infine nel 44,4% degli istituti ci sono celle con schermature alle finestre che limitano il passaggio di aria”.
Il problema è che il carcere è diventato “una discarica sociale”. Di qui il sovraffollamento che continuamente si ripresenta a causa di una società che non viene incontro alle persone più deboli e in difficoltà ma le emargina, spesso le usa, e poi le reclude in strutture disumane.
Alessandro Margara diceva che “nella maggioranza dei casi si trovano in carcere perché prima non hanno avuto un aiuto risolutivo, gli interventi sono stati assenti o si sono rivelati fallimentari, ecco allora il carcere che serve come compensazione di un’azione precedente non riuscita”.
Che fare però nell’immediato?
Sempre Antigone sostiene che intervenendo sulla legge droghe si ridurrebbe di tanto la popolazione detenuta.
Inoltre, rivela ancora l’associazione onlus, che si occupa dei diritti nel sistema penale, “circa ventimila detenuti devono scontare un residuo di pena inferiore ai tre anni; molti di loro potrebbero accedere a misure alternative ma sono ancora in carcere ad accrescere il sovraffollamento”.
Poi, bisogna sviluppare nelle carceri le iniziative di rieducazione, le attività di formazione e quelle lavorative.
Come si vede si potrebbero prendere tanti provvedimenti che sono il contrario di quello che ha dichiarato il ministro Carlo Nordio per il quale il problema non è diminuire i detenuti ma trovare spazi ulteriori per l’incarcerazione utilizzando le ex caserme.
“Troppo buono lei” verrebbe da rispondere, consigliando al guardasigilli di fare un giro istruttivo nelle ex caserme militari per verificarne lo stato di agibilità e di sicurezza.
Ma al di là di questa proposta, che durerà lo spazio di qualche giorno intorno a Ferragosto, ciò che colpisce è che nella testa di un ministro della Repubblica ci sia la stessa idea securitaria che vede la carcerazione come risoluzione dei problemi sociali e quindi ritiene ineluttabile che possano esserci i suicidi in carcere.
“I suicidi in cella sono fardelli di dolore” si è difeso il guardasigilli visitando il carcere di Torino dove due persone si sono uccise; come dire che non si può far nulla.
Eppure la Costituzione Italiana afferma che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Enrico Rossi

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