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Cambiare strada

di Enrico Cisnetto | 22 Aprile 2012

Una situazione sempre più difficile in cui pil e deficit danno segnali allarmanti.

Non sono bazzecole. Se il governo prevede che il pil quest’anno avrà un decremento dell’1,2% mentre il Fondo Monetario ci attribuisce un -1,9%, significa che quei sette decimi di punto di differenza rappresentano uno scarto di valutazione del 58%. Altresì, se per il 2013 il governo pronostica una crescita dello 0,5% mentre l’Fmi ci dice che saremo ancora in recessione per un -0,3%, significa che gli otto decimi di punto di scarto differenziano le due previsioni del 160%. Lo stesso vale per l’andamento dei conti pubblici: tra ipotizzare che l’anno prossimo avremo azzerato il deficit, anzi saremo di mezzo punto in attivo, e dire, come ha fatto l’Fmi, che fino al 2017 non se ne parla, c’è una distanza abissale, anche al netto delle correzioni dovute al ciclo economico. Chi ha ragione? La storia insegna che tanto Roma quanto gli organismi internazionali hanno spesso sbagliato pronostico. Ma poco importa, perché in fondo sul piano sostanziale la differenza è inesistente: nell’uno come nell’altro caso, dobbiamo cambiare registro. Perché anche a voler ottimisti (si fa per dire) e credere che i numeri giusti sono quelli contenuti nel Def, il risultato non cambia: aver evitato il default, e continuare in questa decisiva missione, è condizione necessaria ma non sufficiente per salvare il Paese e ridargli una speranza. In questo sono totalmente d’accordo con Luca Ricolfi, che nel giro di tre giorni ha pubblicato sulla Stampa due articoli (17 e 19 aprile) davvero mirabili sul governo Monti e il suo tentativo di passare dalla fase dell’emergenza finanziaria (quella dello spread a 570 punti) a quella dell’uscita dalla recessione. Come nel caso di Ricolfi, una premessa è d’obbligo: questo governo ha un merito straordinario – averci allontanato dal ciglio del burrone e averci ridato dignità nel contesto internazionale, ma anche aver messo fine (speriamo per sempre) alla deriva fallimentare della Seconda Repubblica – ed è insostituibile. Detto questo, però, ha scelto un’impostazione di fondo della sua politica economica che era sbagliata (ma per molti versi comprensibilmente) e continua ad essere sbagliata (incomprensibilmente). L’errore – mi consenta il professor Monti – è stato quello di non aver considerato, o quantomeno di non averlo fatto fino in fondo, quali erano le condizioni del nostro sistema economico prima che esplodesse la crisi dello spread. Noi venivamo da un quindicennio – quello tra il 1992, fine della Prima Repubblica, e il 2007, inizio della crisi finanziaria mondiale – in cui avevamo perso complessivamente 15 punti di pil rispetto alle media Ue e 35 nei confronti degli Stati Uniti, con una caduta a due cifre del tasso di produttività e competitività in rapporto a quello dei maggiori competitor, cui si sono aggiunti due anni di recessione (2008 e 2009) nel corso dei quali siamo stati il paese del gruppo Ocse a perdere più ricchezza (6,5 punti di pil) e due anni di ripresina (2010 e 2011) in cui il recupero (1,8 punti di pil) è stato tra i più bassi. Per questo, non si poteva somministrare ad una siffatta economia la cura, inevitabilmente recessiva, del taglio del deficit, e tanto più se quella ricetta prevedeva, come era stato fino a quel momento da parte dei governi sia di centro-destra sia di centro-sinistra, la netta prevalenza dell’aumento delle tasse sul taglio delle spese. Si dirà: ma azzerare il deficit era una richiesta (imposizione) europea, c’era scritto nella lettera della Bce. Vero. Ma non per questo era la strada giusta. Bisognava avere la forza e la lucidità di dire: cara Ue, sul rigore hai ragione, ma non preferiamo applicarlo attaccando il macigno del debito, non insistendo sul fronte del deficit. Si dirà ancora: ma in quelle ore concitate, con lo spettro della Grecia che incombeva sulle nostre teste era difficile, anche per un governo tecnico, avere quel coraggio. Comprensibile. E infatti in questa rubrica ho scritto a fine anno: bene la riforma delle pensioni, pazienza il resto; basta che la fase due sia orientata sul debito. Niente da fare: prima le liberalizzazioni (interventi modesti), poi la riforma del mercato del lavoro (che non merita la sufficienza). E ora un lungo documento intitolato alla crescita, pieno di buone intenzioni ma privo di indicazioni operative e comunque con un orizzonte temporale di medio-lungo termine. Quasi a tradire l’idea che la recessione è europea e noi ci usciremo quando ne usciranno anche gli altri. Cosa vera, ma con un piccolo particolare: perdiamo un punto e mezzo di pil in più della media Ue e oltre due punti di Germania e Francia. Cioè il differenziale che ci portiamo dietro dall’inizio degli anni Novanta è non solo confermato, ma aggravato. Per questo, caro presidente Monti, accetti un consiglio: apra nel Paese un confronto che non sia più basato sul refrain “meno male che c’è questo governo, altrimenti saremmo come la Grecia” – su questo non ci piove, solo gli stolti non lo riconoscono – bensì su quali operazioni straordinarie si possono attuare per consentire che il patrimonio pubblico e quello privato si trasformino in nuovo reddito.

Pubblicato in : Editoriale

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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