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Calo demografico italiano. Bando alle ideologie, organizzare il presente e il futuro

Nella difficoltà della pandemia ci è data questa opportunità. Oggi operiamo per mantenere vivi tutti, anche i più disperati. Questa operosità ci sia di scuola e tesoro anche per un modello organizzativo della società e dell’economia basato sull’aiuto ai più deboli.

di Vincenzo Donvito | 30 Novembre 2020

Le previsioni Istat di un calo della natalità sotto i 400 mila all’anno ci deve far preoccupare perché l’italiano è destinato ad una sorta di estinzione? Da più parti si sottolinea questa preoccupazione. Ma noi la vediamo proprio al contrario: ben venga il calo demografico. Anzi: era ora!
La pandemia coronavirus ci ha confermato quello che forse qualcuno continuava a far finta di non vedere: il Pianeta è unico, interconnesso non solo da Internet, ma grazie ad Internet lo è molto di più per tutto. Ci riguarda e ci coinvolge quello che accade nel deserto del Sahel, quello che registrano le postazioni scientifiche in Antartide, quello che succede ai ghiacciai dell’Artico e alla foresta amazzonica, l’intensificazione di flussi migratori di persone in fuga per motivi naturali o antropici (come accade da quando si sa che l’umano esiste), le isole del Pacifico che spuntano e che scompaiono, quel che accade in Nagorno-Karabakh o nel Tigré dell’Etiopia o in Yemen o in Afghanistan… tutto ci riguarda come l’inaugurazione di un nuovo giardino nel nostro quartiere (ché i materiali e la mano d’opera per realizzarlo vengono da tutte le parti del mondo).

Tutto questo ha al centro (ancora e nonostante tutto) l’essere umano. Dovunque esso sia. Pensare che meno italiani possa essere un disastro per l’economia del nostro Paese è ragionare facendo finta che il resto non esista. La consapevolezza dell’esistenza di questo “resto”, invece, è nella testa e nei fatti di chi ha deciso, in un Paese ricco come il nostro, di fare meno figli. Siamo bravi e consapevoli, ché lo abbiamo capito da soli senza che ci fosse imposto da un’autorità statale modello figlio unico cinese.

In un Paese in cui le autorità (istituzionali e culturali) lanciano grida d’allarme per il calo demografico… in questo Paese con meno di 400 mila nascite annuali abbiamo difficoltà a far vivere degnamente tutti, economicamente (reddito di cittadinanza è solo la punta di un iceberg) e sanitariamente (covid docet).

Ma quale economia e quale socialità ci viene prospettata dicendo che siamo in pericolo se siamo meno qui, mentre nel resto del mondo (li dove hanno meno stimoli e informazioni per calibrare le proprie proli) accade il contrario? In quel resto del mondo che è anche disposto a morire nel canale di Sicilia e non solo, per poter mangiare e lavorare anche per le loro molto numerose proli?

E quale società basata sulla democrazia economica e istituzionale si prospetta quando, vigente e confermato il modello produttivo basato sul mercato e sul consumo, non riusciamo a farlo funzionare senza farci male? Come sono i mostri urbanistici delle città in cui viviamo, dove mandiamo i rifiuti prodotti da questo modello che, pur con tutte le buone volontà, abbiamo difficoltà insormontabili a stoccare e che – per esempio – per quelli elettronici ci basiamo sull’inviarli nei Paesi più disgraziati del Pianeta?

L’elenco potrebbe continuare, ma crediamo di aver reso il concetto.

Occorre organizzarsi per una società in cui gli over 65 crescono, o li interniamo e sopprimiamo o cambiamo le politiche sanitarie e sociali ed economiche che attualmente favoriscono un prolungamento della vita media? Dobbiamo per questo dedicare meno attenzione ai giovani, costruire meno asili, etc? Tutt’altro. Non dobbiamo neanche fare tanta fatica creativa per capire come: i Paesi scandinavi, con tutti i distinguo possibili ed immaginabili, possono essere un punto di riferimento.

Nella difficoltà della pandemia ci è data questa opportunità. Oggi operiamo per mantenere vivi tutti, anche i più disperati. Questa operosità ci sia di scuola e tesoro anche per un modello organizzativo della società e dell’economia basato sull’aiuto ai più deboli. Quelli che oggi ci sono. Ché considerare la decrescita demografica come una iattura e pensare essenzialmente ad evitarla, sembra come che ci si debba preparare solo a far sì che un domani i più deboli siano numericamente maggiori di oggi.

Vincenzo Donvito, presidente Aduc

Pubblicato in : Primo pianoTag: aduc, democrazia, figlio, futuro, giovani, istat, mercato, mondo, persone, rifiuti, scuola, sicilia, tesoro

Info Vincenzo Donvito

Vincenzo Donvito, giornalista classe 1953, è fondatore ed animatore di Aduc (Associazione per i diritti degli utenti e consumatori), della quale è Presidente.

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