
Il capolavoro del grande compositore russo, realizzato nel periodo in cui egli lasciò per alcuni anni il paese natale alla volta degli Stati Uniti, è, come noto, ispirato all’omonima fiaba di Carlo Gozzi (1761) e di cui il drammaturgo Mejerchol’d aveva elaborato una versione, che poi, tradotta in francese, fu utilizzata da Prokofiev per la prima assoluta di Chicago del 1921.
Definita dallo stesso autore un’opera “contro il naturalismo e la routine dei grandi epigoni del teatro prerivoluzionario”, L’amore delle tre melarance, al di là del soggetto fiabesco e surreale, presenta tematiche più complesse, a cominciare dal rito di iniziazione vissuto dal principe protagonista, che, per vincere la sua ipocondria, deve affrontare vari pericoli e lottare contro il male, ottenendo così l’amore; a questo aspetto si innesta il motivo del teatro nel teatro: Comici, Lirici e Scervellati litigano su quale sia il genere migliore ed alla fine prevalgono gli Originali, che annunciano la rappresentazione dell’Amour des trois oranges.
Di fronte ad una materia così complessa e densa di significati sul piano teatrale, la risposta del trentanovenne regista italo-sudafricano Alessandro Talevi è stata di grande intelligenza, fantasia e spessore culturale, adeguandosi oltretutto in maniera perfetta con la concezione musicale del bravissimo direttore – anche lui under 40 – Juraj Valčuha. In sintesi Talevi ha concepito una sovrapposizione principe/musicista, giocando sul fatto che Prokofiev, lasciando il suolo russo per il Nuovo Mondo, decidesse di affrontare un’avventura densa di incognite, ma fondamentale nel suo processo di autorealizzazione; da ciò l’idea di ambientare la vicenda – malgrado gli aspetti fiabeschi permangano nella loro pienezza – negli anni successivi alla rivoluzione russa e con un’Europa annientata dalla tragedia della Grande Guerra: cosa di meglio che immaginare l’America come meta per una rinascita morale e materiale? Da questa idea dominante, si capisce come la figura di Fata Morgana, al di là del sua connotazione negativa, svolga la funzione di stimolo per lo sviluppo interiore del protagonista.
Sul piano scenico Talevi ha voluto il backstage a vista, pensando forse anche al fatto che il pubblico avrebbe dato l’addio al suo teatro, ed una scenografia di tradizione, semplice, ma di raffinata fattura, come a voler dire che non occorrono impianti sfarzosi (e, ovviamente, assai costosi) per realizzare ottimi spettacoli. Quindi è giocato molto sul piano della recitazione, efficacissima in tutti gli interpreti, sui movimenti delle masse, coordinati con una precisione assoluta, e sugli splendidi costumi, fantasiosi, sgargianti e talora eccentrici – indimenticabile in tal senso quello dell’esilarante cuoca – realizzati da Manuel Pedretti.
Di alto livello, come ricordato sopra, anche la parte musicale, poiché Valčuha è riuscito a sottolineare, con padronanza ed equilibrio, tanto il vigore espressivo, timbrico e ritmico della partitura, quanto lo spiccato lirismo che ne caratterizza alcune parti – si pensi al duetto fra Ninetta ed il principe -, ottenendo in tal modo una tensione continua ed un’assonanza perfetta con l’azione sul palcoscenico, grazie anche all’eccellente esecuzione degli orchestrali del Maggio Musicale. Molto buone anche le voci, fra cui citiamo Jean Teitgen, un re dal timbro penetrante e di grande intensità, il tenore Jonathan Boyd, un principe con ottime doti vocali ed assai espressivo nella recitazione, e Loïx Félix, un Trouffaldino esilarante e in perfetta sintonia con il personaggio; da ricordare, fra le voci femminili, la prorompente Fata Morgana interpretata da Anna Shafajinskaia e la spassosa Sméraldine, alias Larissa Schmidt. Infine, last but not least, la grande prova di compattezza, espressività e versatilità offerta dal Coro del Maggio, istruito da Lorenzo Fratini.
Successo alle stelle da parte di un pubblico entusiasta, rivolto anche ai tecnici del Comunale, che si sono giustamente presentati sul palcoscenico per congedarsi, in un’atmosfera allegra, ma al tempo stesso carica di emozione, con il pubblico a cui hanno regalato per decenni centinaia di spettacoli, svolgendo dietro le quinte un lavoro complesso, prezioso e di altissima professionalità.

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