
Secondo le stime dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), nel 2024 la forza lavoro globale comprendeva circa 3,4 miliardi di persone. Di queste, circa 2 miliardi erano impiegate in lavori informali, ovvero senza contratti regolari o tutele sociali.
In Italia, secondo i dati ISTAT, nel 2024 il numero totale di occupati era di circa 24 milioni. Di questi, i lavoratori dipendenti erano 18,8 milioni, suddivisi in: 16,4 milioni con contratto a tempo indeterminato, 2,4 milioni con contratto a tempo determinato mentre il restante erano lavoratori autonomi, pari a circa 5 milioni .
Al contrario di quanto volevano e vogliono farci credere i giornali e le tv di orientamento neoliberista e di destra, mai come oggi, le classi lavoratrici sono state così numerose sulla Terra.
Sono loro che producono la ricchezza reale, i beni e i servizi che mandano avanti il mondo.
Il capitale è sì necessario per acquisire gli strumenti di produzione ma sarebbe una cosa morta, inanimata, che non genererebbe nulla se non fosse resa attiva dai lavoratori.
Ancor più sterile è da solo il capitale finanziario che col denaro produce denaro.
Eppure, nonostante la grandezza numerica dei lavoratori a livello globale, oggi una gran parte della forza lavoro è impiegata in condizioni disumane, priva di tutele e contratti regolari.
In Italia, la maggior parte dei lavoratori dipendenti ha sì un contratto a tempo indeterminato e una maggiore stabilità occupazionale rispetto alla media mondiale, ma i diritti sono arretrati e non mancano certo la precarietà del lavoro e i salari insufficienti.
In generale, nel mondo e nel nostro Paese mai così grande è stato lo sfruttamento delle classi lavoratrici, mentre il capitale si impossessa sempre più della gran parte della ricchezza prodotta, la quale, mai come oggi, è stata concentrata nelle mani di pochi.
Come dice il sociologo Luciano Gallino, la lotta di classe che era stata condotta dal basso – dalle classi lavoratrici e medie- per migliorare il proprio destino ha ceduto il posto a una lotta condotta dall’alto -dalle classi dominanti capitalistiche globali- per recuperare privilegi, profitti e soprattutto il potere che avevano perso nel periodo dal secondo dopoguerra fino agli anni ottanta.
La classe capitalistica ha potuto vincere la lotta di classe perché a livello globale -è sempre Gallino che parla- si è presentata come una realtà unita sul piano materiale e ideologico, mentre le classi lavoratrici e medie non sono state in grado di integrarsi e di presentarsi come un soggetto unitario.
Tuttavia, non è detto che questa situazione sia immodificabile e che le cose debbano ovunque e sempre andare avanti nel modo che abbiamo visto negli ultimi decenni.
Importanti lotte delle classi lavoratrici in molte parti del mondo sono da tempo in corso, e in particolare in quei paesi dove più recente è stato lo sviluppo capitalistico.
Non è destino che esse un giorno non possano confluire in una lotta internazionale per ridurre la giornata lavorativa -ferma da oltre un secolo a otto ore a fronte della produttività enormemente aumentata- o per fissare standard mondiali, tutele sociali e ambientali, alla produzione e allo scambio di merci.
All’attuale onda nera, nazionalista e populista, della destra reazionaria guidata da Trump, ai dazi e alla corsa agli armamenti, voluta per garantire impieghi fruttuosi ai capitali, la sinistra deve rispondere con un nuovo internazionalismo basato sui diritti del lavoro, sulla difesa dell’ambiente e sulla cooperazione pacifica.
Anche da noi in Italia milioni di lavoratori sono impegnati per rinnovare i contratti e ottenere paghe più dignitose che recuperino, almeno in parte, quanto perso con l’inflazione.
Anche da noi è in corso con i referendum una battaglia per i diritti, per abolire il jobs act, ridurre la precarietà e aumentare la sicurezza.
Giustamente la sinistra e il PD di Elly Schlein hanno posto il tema del salario minimo: nessuno deve lavorare per meno di nove euro lordi l’ora.
Se questo diventerà legge dovrà cessare una forma insopportabile di sfruttamento brutale, schiavistico, dei lavoratori.
Però, attenzione, anche dopo i nove euro lo sfruttamento non cessa. La classe operaia povera è un fenomeno vastissimo in Italia, anche rispetto ad altre nazioni dell’Europa.
Decine di milioni di persone nel nostro Paese hanno diritto a paghe dignitose, a una giornata lavorativa più corta, a un’occupazione più stabile a servizi accessibili e di qualità per la sanità, l’istruzione e la mobilità, ad una casa adeguata in quartieri belli e vivibili.
È un’operazione di ridistribuzione della ricchezza che produce benessere e crescita sostenibile.
Però questo non si potrà mai realizzare senza l’azione di un soggetto sociale unitario; quelle classi lavoratrici e medie che alla sinistra spetta di mettere al centro del proprio impegno affinché, con la loro forza e le loro lotte, si produca un cambiamento in direzione di una società più giusta e più umana.
Si può ancora credere che questo avvenga?
Mio padre mi raccontava di essere diventato comunista in tempi in cui era difficile avere speranza, durante il fascismo, andando di nascosto agli ulivi a cantare con pochi compagni le canzoni di lotta del movimento operaio.
Conosceva per intero “primo maggio” di Pietro Gori, sull’aria del Nabucco di Verdi; un inno bellissimo e commovente che, a un certo punto, rivolge un appello poetico e appassionato a credere negli ideali e nella speranza, e dice:
Giovinezze dolori ideali
primavere dal fascino arcano
verde maggio del genere umano
date ai petti il coraggio e la fè.
Il mio augurio è che questo primo maggio dia ai nostri cuori il coraggio e la fede.
D’altra parte, per noi è imparagonabilmente più facile di quanto non fosse per i nostri genitori.
Il primo impegno è semplice: andare l’8 e il 9 giugno a votare per i referendum sul lavoro e la cittadinanza.
Enrico Rossi

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