
di Diego Corrado*
La nuova escalation in Medio Oriente tra Iran, Israele e Stati Uniti, culminata con gli attacchi militari del febbraio 2026 e la successiva chiusura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran, rappresenta uno dei momenti più delicati per l’ordine geopolitico globale degli ultimi anni. Lo stretto – attraverso cui transita circa un quarto del petrolio mondiale – è infatti uno dei chokepoint energetici più importanti del pianeta, e la sua interruzione ha provocato immediate conseguenze sui mercati energetici e sulle rotte commerciali globali.
In questo contesto, il blocco dei BRICS – ampliato dal 2024 con l’ingresso di Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto ed Etiopia – si trova in una posizione particolarmente complessa. L’organizzazione, nata come piattaforma di coordinamento tra economie emergenti e promotrice di un ordine internazionale più multipolare, si confronta ora con una crisi che coinvolge direttamente diversi suoi membri e mette alla prova la sua capacità di agire come attore geopolitico coerente.
Un blocco attraversato da interessi divergenti
La crisi iraniana evidenzia innanzitutto la natura profondamente eterogenea dei BRICS. Se da un lato alcuni membri hanno espresso critiche verso le azioni militari di Israele e degli Stati Uniti, dall’altro la reazione del blocco è stata tutt’altro che unitaria. Brasile, Russia e Cina hanno condannato gli attacchi contro l’Iran e sottolineato la necessità di rispettare il diritto internazionale, mentre altri membri – come alcune monarchie del Golfo – hanno criticato la risposta militare iraniana o mantenuto posizioni più sfumate.
Questa divergenza riflette le differenti priorità strategiche dei membri del blocco. L’India, ad esempio, mantiene una cooperazione strategica e tecnologica molto stretta con Israele, pur continuando a coltivare relazioni energetiche e commerciali con Teheran. Allo stesso tempo, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – oggi parte dei BRICS – rappresentano i principali rivali regionali dell’Iran, pur condividendo con esso la membership nel nuovo formato “BRICS+”.
Il risultato è un blocco che, almeno in questa fase, appare più come una piattaforma diplomatica che come un attore geopolitico coordinato.
Lo Stretto di Hormuz e la dimensione energetica
La chiusura dello Stretto di Hormuz ha introdotto un ulteriore elemento di tensione. Il passaggio marittimo collega il Golfo Persico con l’Oceano Indiano ed è essenziale per il trasporto di petrolio e gas verso i mercati asiatici ed europei. Per molti membri dei BRICS la stabilità di questa rotta è vitale. La Cina e l’India dipendono in larga misura dalle importazioni energetiche provenienti dal Golfo, mentre l’Iran rappresenta un nodo strategico della Belt and Road Initiative cinese e uno dei principali fornitori energetici alternativi ai mercati occidentali.
Paradossalmente, proprio l’espansione del gruppo BRICS ha rafforzato il peso geopolitico del blocco su questo snodo strategico: con Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti al suo interno, il gruppo controlla virtualmente entrambe le sponde dello stretto. Tuttavia, questa configurazione non si traduce automaticamente in una politica comune. Se da un lato alcuni membri traggono vantaggio da prezzi energetici elevati, altri temono invece un’interruzione prolungata delle forniture e delle rotte commerciali.
Il Brasile tra autonomia strategica e diplomazia multilaterale
In questo scenario, il Brasile assume un ruolo particolarmente interessante. Tradizionalmente la politica estera brasiliana si fonda su tre pilastri: multilateralismo, non allineamento e difesa del diritto internazionale. Questa impostazione si riflette anche nella posizione assunta da Brasilia nella crisi mediorientale. Il governo brasiliano ha criticato le azioni militari contro l’Iran e ha ribadito la necessità di soluzioni diplomatiche, evitando tuttavia di assumere una posizione apertamente antioccidentale.
Per il Brasile, la crisi rappresenta soprattutto un banco di prova della propria strategia di leadership nel cosiddetto “Global South”. Il paese sudamericano cerca infatti di presentarsi come ponte tra Nord e Sud del mondo, sostenendo riforme della governance globale – come l’allargamento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – e promuovendo soluzioni diplomatiche alle crisi internazionali.
Questa postura riflette anche una logica pragmatica. A differenza di Cina e Russia, il Brasile mantiene relazioni economiche e politiche strette con Stati Uniti ed Europa e non ha interesse a un’escalation sistemica tra blocchi geopolitici.
I limiti geopolitici dei BRICS
La crisi dello Stretto di Hormuz mette quindi in evidenza un limite strutturale dei BRICS: la difficoltà di trasformarsi da forum economico e diplomatico in un attore strategico unitario. L’espansione del gruppo ha aumentato il suo peso demografico ed economico – rappresentando ormai una quota significativa della popolazione e del PIL mondiale – ma ha anche amplificato le divergenze interne.
A differenza di alleanze militari o politiche più consolidate, i BRICS non dispongono di meccanismi decisionali vincolanti né di una politica estera comune. Ciò rende difficile una risposta coordinata alle crisi geopolitiche, soprattutto quando coinvolgono direttamente alcuni dei suoi membri.
Un laboratorio del mondo multipolare
Nonostante queste contraddizioni, la crisi mediorientale potrebbe rafforzare il ruolo dei BRICS come spazio di mediazione diplomatica. Proprio perché riuniscono potenze con interessi divergenti – dall’Iran alle monarchie del Golfo, dall’India alla Cina – i BRICS potrebbero in futuro diventare una piattaforma informale di dialogo tra attori che difficilmente siedono allo stesso tavolo in altre sedi internazionali.
In questo contesto, il Brasile potrebbe svolgere un ruolo cruciale. La sua tradizione diplomatica, la distanza geografica dal conflitto e l’assenza di interessi diretti nella regione lo rendono uno dei pochi membri del blocco potenzialmente credibili come mediatore.
La crisi dello Stretto di Hormuz dimostra dunque che il mondo multipolare evocato dai BRICS è ancora in fase di costruzione. Il blocco rappresenta sempre più un’arena di negoziazione tra potenze emergenti piuttosto che un attore geopolitico compatto. Proprio in questa tensione tra cooperazione e rivalità si gioca il futuro dei BRICS – e, in parte, anche quello dell’ordine internazionale del XXI secolo.
Diego Corrado
*Istituto Ispi

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