
Il 23 giugno 2016 il Regno Unito votava per uscire dall’Unione Europea. Dieci anni dopo quell’anniversario ricorre mentre a Londra si consuma l’ennesima crisi politica: sette primi ministri in una decade, una media impensabile per un sistema politico tra i più stabili del continente fino a qualche anno prima. Keir Starmer si è dimesso in seguito alle pressioni dei suoi stessi ministri appena due anni dopo una vittoria elettorale con pochi precedenti nella storia recente. La sua uscita di scena non è un episodio isolato: è l’ultima manifestazione di un’instabilità strutturale che la Brexit ha instillato nel cuore della politica britannica. Certo, alcune delle previsioni più cupe che allora furono fatte non si sono avverate: nessuna recessione immediata, nessun crollo del mercato immobiliare. Ed è difficile isolare l’impatto della Brexit sull’economia, considerati gli shock successivi, tra cui la pandemia e la crisi energetica legata alla guerra in Ucraina. Tuttavia, gli economisti concordano ampiamente sul fatto che l’uscita dall’Ue sia costata ai cittadini del regno tra i 2 e gli 8 punti di Pil, riducendo investimenti e produttività e abbassando il tenore di vita. Ci sono altri costi da aggiungere al computo: l’esito del referendum è stato una dichiarazione di nazionalismo a macchia di leopardo, in un contesto in cui la maggioranza in Scozia e Irlanda del Nord aveva votato per rimanere. I nazionalisti scozzesi hanno così aggiunto un altro motivo al loro obiettivo di piena indipendenza dall’Inghilterra. In parallelo, i complessi accordi tra Bruxelles e Londra sulle merci in transito dall’Irlanda del Nord, necessari anche per proteggere l’accordo di pace del Venerdì Santo hanno finito per indebolire la causa degli unionisti. I rapportitra le nazioni del Regno Unito sono così diventati più tesi. Oggi, a dieci anni dal voto, il bilancio è largamente negativo e non stupisce che secondo un sondaggio recente di YouGov sei britannici su dieci ritengano Brexit un fallimento.

Il decennio perduto?
A quasi un decennio dal referendum, una cosa è chiara: Brexit ha reso l’economia britannica più piccola di quanto sarebbe stata se il Regno Unito fosse rimasto nell’Ue. Non si è trattato di un crollo improvviso, ma di “un freno graduale e cumulativo su commercio, investimenti e produttività” osservano gli analisti della Banca d’Inghilterra secondo cui circa metà dell’impatto economico è derivato dalla pura sorpresa e dall’incertezza del periodo successivo al referendum, mentre il resto è dovuto all’aumento delle barriere commerciali dopo l’uscita del Regno Unito dall’unione doganale e dal mercato unico nel 2021. Al contempo, la sterlina si è indebolita di circa il 10% rispetto al valore pre-referendum e non ha mai recuperato i livelli del 2016. A farne le spese, in modo sproporzionato, sono state le imprese più piccole che hanno riscontrato i maggiori problemi nei rapporti commerciali con l’Ue. Intanto, la strategia governativa ‘Global Britain’, volta a promuovere il ruolo della Gran Bretagna soprattutto al di fuori dell’Europa, non ha mai veramente visto la luce. Anziché approdare su nuove praterie “baciate dal sole” come sostenne all’epoca Boris Johnson, volto più noto della campagna per l’uscita dall’Ue e in seguito primo ministro del Regno Unito, Brexit ha aggiunto nuovi problemi: controlli alle frontiere per chi viaggia verso i paesi dell’UE, lungaggini burocratiche e meno opportunità per gli studenti per gli scambi all’estero.
Immigrazione: un capitolo a parte?
Un capitolo a parte merita il discorso legato ai flussi migratori, tra i principali argomenti a spingere gli elettori britannici a votare per il ‘Leave’. L’uscita dall’Unione, secondo i promotori, avrebbe dovuto consentire al Regno Unito di “riprendere il controllo” del proprio destino e dei propri confini. Gli arrivi di cittadini europei (che all’epoca del referendum rappresentavano tre quarti del totale) sono effettivamente diminuiti, ma quelli di cittadini extra-Ue sono aumentati in maniera esponenziale e oggi rappresentano il 90% degli ingressi. Nel 2016 il saldo degli arrivi era di circa 300mila unità, ma negli anni è aumentato – fino a toccare il picco di 900 mila nel 2023 – salvo poi scendere a 171 mila nel 2025 in seguito alla stretta decisa dal governo. Una quota significativa riguarda forza lavoro poco qualificata che genera scarsa produttività e ha un limitato effetto sul Pil, mentre Londra attrae sempre meno “cervelli”. Ma il rimpicciolimento dei numeri non ha disinnescato la questione politica. Il messaggio anti-immigrazione di Nigel Farage si è spostato dagli idraulici polacchi ai richiedenti asilo a bordo dei gommoni senza perdere efficacia: e oggi Reform UK guida i sondaggi con il 24%, davanti a Labour e Conservatori fermi al 19%.
Indietro non si torna?
Anche sul fronte internazionale, le speranze dei sostenitori di Brexit di una nuova ‘anglosfera’, che avrebbe incluso le nazioni anglofone del Commonwealth come Canada, Australia e Nuova Zelanda nella “relazione speciale” tra Gran Bretagna e Stati Uniti, si sono dissolte come neve al sole. Dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca gli Stati Uniti la ‘special partnership tra Washington e Londra ha traballato non solo sui temi di sicurezza e politica estera ma anche su quelli economici a seguito, soprattutto, dei nuovi dazi Usa. Intanto, le guerre in Ucraina e in Iran hanno rivelato vulnerabilità comuni a Ue e Regno Unito sul fronte della sicurezza energetica, alimentare e della difesa. Temi che legano inevitabilmente la sorte della Gran Bretagna a a quella dei vicini europei. Ciò detto, e anche se i sondaggi indicano una generale disillusione per Brexit, non vi è alcuna certezza su un imminente ritorno di Londra nell’Ue. Un percorso di riavvicinamento è più che mai auspicabile ma anche tutto da definire: l’uscita aveva richiesto quattro anni di intense e spesso aspre negoziazioni. Il rientro potrebbe richiedere ancora più tempo, soprattutto perché, dopo lo sconvolgimento indesiderato della Brexit, gli Stati membri porrebbero le proprie condizioni per riammettere il Regno Unito.
Il commento
Di Antonio Villafranca, Vice Presidente per la Ricerca ISPI
“Brexit non è stata una catastrofe ma è stata un fallimento. Lo è stata dal punto di visto economico sottraendo alcuni punti percentuali alla crescita britannica. Ma lo è stata soprattutto dal punto di vista di politica interna ed estera. Sul piano interno la sua complessità e impossibilità nel trasformarsi in un asset per il paese hanno contribuito alla debacle dei conservatori. Sul piano della politica estera ha reso evidente agli occhi del mondo che l’idea di Johnson della “Global Britain” era solo un miraggio fuori tempo massimo. Certo, ha rappresentato un vulnus anche per l’intera Ue, su cui però ha avuto anche un effetto positivo: a nessun altro paese è più venuto in mente di pensare alla propria ‘exit’.”
Alessia De Luca

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