C’è dunque un momento in cui uno si accorge che parlare o scrivere può servire esattamente a nulla; se non, addirittura, essere controproducente.

C’è dunque un momento in cui uno si accorge che parlare o scrivere può servire esattamente a nulla; se non, addirittura, essere controproducente. Se si riflette sulla montagna di parole scritte e parlate, in particolare sui media, ci si rende conto una volta di più che il diluvio che ne deriva è una macina senza prodotto, una corsa estenuante lungo un cerchio vizioso. Nel quale si torna sempre al punto di partenza e le questioni che avrebbero dovuto essere risolte sono lì – ferite aperte che urlano la nostra impotenza, di cittadini e di uomini. Vanità delle vanità nel migliore dei casi, che ci riporta al monito di Seneca: “Fondamentale cosa da evitare è l’affaticarsi inutilmente…”
Nel 2012 ho avuto la fortuna di ascoltare una conferenza di Franco Mosconi, monaco camaldolese, intitolata “La forza della parola” (Firenze, Teatro “Le Laudi”, 17 aprile), in realtà dedicata – guardate un po’ – al silenzio; perché “una parola non radicata nel silenzio è fiacca”, ci lascia quel “senso di sconfitta interiore” da cui esso ci salvaguarda. Il silenzio è, sopra tutto, la chiave di accesso alla verità, che non potremo mai trovare nel rumore.
Una autentica cartina al tornasole, da proporre a chi desideri mettere alla prova la propria ‘capacità di silenzio’ (sia attiva che passiva, cioè di non produrre e di sopportare, il silenzio), sarebbe guardarsi “Il grande silenzio” (2005) di Philip Gröning, dove l’occhio del regista e dello spettatore sono tutt’uno ma la resa al divertimento (nel senso etimologico) – malgrado la suggestione delle immagini e dei suoni, immediati, della vita conventuale – è una tentazione sempre in agguato. Il silenzio non è comunque sufficiente, qualora non vissuto come spazio per accogliere il senso del ridicolo che ha la vicenda umana e, dunque, l’umiltà, e così non scadere nell’omologazione, nella perdita di senso e nella violenza. Se, infatti, l’astensione dalla parola non cura di per sé dal malanimo – non è d’altronde vero che le cogitationes “cessan d’essere tossiche non appena la confessione le ha fatte sortire dal loro (…) nascondiglio, poiché le suggestiones del demonio hanno potere su di noi solo finché restano celate in corde”? (Maria Tasinato, “L’occhio del silenzio”) –, la parola tornerà a prevalere e sarà carica di vuoto e di odio – nell’occasione perfetti sinonimi.
Sto scrivendo soprattutto a me medesimo e, con ciò stesso, contraddicendo le mie istanze, infrango il bene amato, il sempre più grato silenzio. Per dirlo con Terenzio, “homo sum, humani nihil a me alienum puto”, il più antico inno alla tolleranza. Mi propongo allora un esercizio interiore: trasformare le affermazioni – mie e altrui – in altrettante domande. Per svuotare i cassetti delle verità socialmente accettate e vieppiù dei miti che deprivano l’individuo e provare a fare pulizia, senza rancore, con quella pratica della pazienza che sia l’insegnamento cristiano sia quello del buddismo tibetano ci indicano segno di forza spirituale – oltre che antidoto alla degenerazione.
Anche nel Qoelet, in fine, “c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare”. Ma se si tace molto forse si avrà qualcosa (da dire) che valga la pena di essere ascoltato.

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