
Domenica il Brasile al bivio sceglierà la sua strada. Al ballottaggio delle elezioni presidenziali, il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, 80 anni, insegue un quarto mandato non consecutivo. Lo sfidante, il senatore Flavio Bolsonaro, 45 anni, primogenito dell’ex presidente Jair Bolsonaro, ai domiciliari per il tentativo di rovesciare il risultato elettorale del 2022 punta a riportare la famiglia al Palacio do Planalto. Al primo turno del 4 ottobre è stato il figlio dell’ex capo dello Stato a chiudere in testa, con il 47% delle preferenze contro il 45% del presidente, smentendo i sondaggi della vigilia che davano Lula in vantaggio. Oggi, dopo una campagna elettorale al cardiopalma, la distanza si è quasi annullata: le ultime rilevazioni indicano percentuali entro il margine d’errore e sull’esito del voto possono pesare fattori marginali, quali l’affluenza, le schede bianche, l’effetto degli algoritmi. La posta in gioco di quest’elezione va però oltre i confini nazionali. Dal risultato dipenderà se la prima economia dell’America Latina resterà l’eccezione nell’ondata conservatrice che ha attraversato il continente o ne diventerà il tassello più importante. E determinerà il destino dell’accordo tra Unione europea e Mercosur.

Un paese già spostato a destra?
Lula ha annunciato che questa sarà la sua ultima candidatura. Ha guidato la sinistra brasiliana per una generazione. Eletto per la prima volta nel 2002, è stato successivamente travolto dall’inchiesta Lava Jato, condannato e incarcerato nel 2018. Nel 2021 la Corte suprema ha annullato le sue condanne per vizi procedurali. Un anno dopo ha battuto Jair Bolsonaro con lo scarto più stretto della storia democratica del paese. Il suo avversario di oggi è il figlio dell’ex presidente Jair, che sconta una condanna a 27 anni per aver cospirato contro l’esito di quel voto. Da marzo, per motivi di salute, è agli arresti domiciliari. In caso di vittoria, Flavio ha promesso di concedergli la grazia. Il resto del programma ricalca l’agenda paterna: tagli alla spesa, un tetto al debito pubblico, uno Stato più snello per rilanciare la crescita e il pugno duro contro la criminalità organizzata, il tema che più di ogni altro pesa sugli elettori. Il primo turno ha già cambiato gli equilibri. Il Partido Liberal dei Bolsonaro è diventato la prima forza in entrambe le Camere e insieme agli alleati di centrodestra controllerà il Congresso che si insedierà a febbraio. Oltre ai temi elettorali, gli ultimi giorni della campagna sono stati caratterizzati dalle proteste davanti agli uffici di Meta a San Paolo. La campagna di Lula ha accusato la società che gestisce Facebook, Instagram e altre piattaforme social e di messaggistica di limitare ingiustamente i suoi contenuti, potenzialmente favorendo il suo rivale. Meta ha ammesso problemi tecnici ma ha negato ogni parzialità: “Non sopprimiamo contenuti per danneggiare una parte, né diamo un trattamento preferenziale a nessuna delle due”.
Quale ruolo per Washington?
La vicenda Meta però è solo l’ultima ombra di un’influenza americana che accompagna il voto. Nell’estate del 2025 Donald Trump ha imposto dazi del 50% sulle importazioni brasiliane e sanzioni Magnitsky contro un giudice della Corte suprema, definendo esplicitamente le misure come una ritorsione per il processo contro Jair Bolsonaro. E a luglio di quest’anno sono arrivati nuovi dazi nell’ambito della Sezione 301, tuttora in vigore. Eppure, il presidente Usa non ha espresso per Bolsonaro alcun endorsement formale, a differenza di quanto aveva fatto con Javier Milei in Argentina, José Antonio Kast in Cile o Nasry Asfura in Honduras. Il timore a Washington è che le pressioni finiscano per rafforzare Lula, che ha fatto della difesa della sovranità nazionale un tema di campagna elettorale. È indubbio tuttavia che la Casa Bianca osserverà il voto con attenzione. Negli ultimi due anni candidati conservatori vicini a Trump hanno vinto un’elezione dopo l’altra in tutto il continente. Il Brasile, prima economia della regione, è finora rimasto un’eccezione e Trump vede in quest’elezione un’opportunità per eliminarla.
Cosa rischia l’Europa?
Per l’Ue la posta in gioco nel voto brasiliano è alta. Dopo oltre venticinque anni di negoziati, l’accordo commerciale tra Ue e Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) è entrato in applicazione provvisoria dal 1° maggio. Lula è stato il principale artefice dell’intesa sul versante sudamericano, e la rivendica come il suo maggiore successo in politica estera. Bolsonaro, al contrario, ha parlato di liberare il Brasile dalle “catene” del Mercosur e di puntare su accordi bilaterali. Tra i primi atti annunciati c’è un’intesa commerciale con gli Stati Uniti sul modello di quella firmata dall’Argentina di Milei. Darebbe alle imprese americane un accesso privilegiato al mercato brasiliano, a scapito di quelle europee. C’è però un limite che nessuno dei due candidati può ignorare. La Cina è il primo partner commerciale del Brasile, e gli scambi con Pechino sono cresciuti persino durante la presidenza di Jair Bolsonaro, nonostante le tensioni politiche. Gli Stati Uniti restano un partner troppo importante per essere trascurati. Chiunque vinca dovrà muoversi tra questi due poli. Un governo Bolsonaro, però, rimetterebbe in discussione il multilateralismo e sceglierebbe un rapporto privilegiato con Washington. Per l’Europa non sarebbe solo un cambio di interlocutore. Rischierebbe di perdere terreno in uno dei mercati su cui ha puntato per diversificare commercio e approvvigionamento di materie prime, proprio mentre cerca di ridurre la dipendenza da Washington e da Pechino.
Il commento
di Emiliano Guanella, Corrispondente da San Paolo per RSI – Tv Svizzera e La Stampa, e analista politico
“Lula, è stato il commento di molti analisti, ha fatto in un mese più che in tre anni e mezzo di governo, senza curarsi della cifra abnorme ipotecata sulle casse pubbliche per l’anno a venire, oltre 50 miliardi di euro di spese extra che non si sa proprio dove si andranno a pescare. Flavio Bolsonaro, dal canto suo, ha continuato sulla sua strada, girando in lungo e in largo il paese per promettere la fine della corruzione comunista, la mano dura contro la criminalità, il ritorno ai valori cristiani con un occhio di riguardo alle potenti chiese evangeliche neopentecostali, il suo zoccolo duro. Dio, Patria e Famiglia da una parte, mentre a sinistra lo slogan ricorrente è stato ‘Dio, liberaci da questa famiglia’, ossia il clan Bolsonaro, con il capostipite agli arresti domiciliari, la moglie e un figlio eletti al Senato e il primogenito che punta al premio più grande”.
Alessia De Luca

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