
di Giorgio Fruscione*
“Bombardateli fino a farli impazzire!”. Il colonnello Vukasinovic sta ricevendo un ordine apparentemente ordinario per una zona di guerra: chiede che i quartieri a maggioranza musulmani di Sarajevo siano bombardati a intervalli regolari. Proprio per indurre uno sfinimento psicologico, oltre che danni fisici e materiali. È il maggio del 1992. Sulla capitale assediata della Bosnia piovono ogni giorno centinaia di colpi di mortaio. Quell’ordine arriva dal capo dell’esercito della Republika Srspka, il generale Ratko Mladic.
Allora sconosciuto ai più, Mladic è stato prima ai vertici militari dell’Armata popolare Jugoslava, quando questa combatté a Knin il secessionismo della Croazia. Poi, quando l’armata smette di essere sia popolare sia jugoslava, Mladic viene spedito a comandare l’esercito dei serbi di Bosnia ed Erzegovina sotto l’egida politica di Radovan Karadzic. È lui a pilotare la pulizia etnica in Bosnia, rivelatasi sia fine che mezzo della guerra, mentre è presidente della Republika Srpska, quell’autoproclamata entità statale a maggioranza serba che non accetta l’indipendenza della Bosnia da Belgrado e insegue un sogno etnonazionalista: la grande Serbia.
Quando nel luglio del 1995 l’ONU alza le mani di fronte alle truppe serbo-bosniache che entrano nell’enclave protetta di Srebrenica, Ratko Mladic è un po’ più noto. I caschi blu che dovrebbero garantire l’incolumità dei civili sanno che Mladic è a capo dell’esercito e sanno che vuole il disarmo totale. Ciò che non si sa, ma si sarebbe dovuto sapere o perlomeno prevedere, è che le sue intenzioni tradiscono le sue parole. In pochi giorni, l’esercito sotto il suo comando bracca tutti gli uomini bosgnacchi in età militare: li insegue nei boschi mentre riparano in aree sicure, li induce nell’inganno, li stana. Le esecuzioni sono sommarie: prima di essere ammazzate, le vittime seppelliscono in fosse comuni chi li ha preceduti. Per 8mila volte.
Due tribunali internazionali, la Corte Internazionale di Giustizia e il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY), definiranno quanto accaduto a Srebrenica un genocidio. Uno dei capi d’accusa per cui Ratko Mladic è stato definitivamente condannato all’ergastolo nel giugno 2021. E il 27 agosto 2026, il generale ha terminato di scontare il suo debito con la giustizia.
Ratko Mladic è stato questo: un criminale di guerra, colpevole del più grave crimine commesso in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, il genocidio di Srebrenica. Non esiste nessun’altra interpretazione delle sue azioni e non esiste nessuna colpa collettiva per quanto ha compiuto. Queste sono le due cose che in Serbia e in Republika Srpska hanno manipolato per 31 anni. E di cui da oggi riprenderanno le manipolazioni.
In questi tre decenni, infatti, Mladic è stato un attore non protagonista della memoria che le sue azioni hanno creato. Per la prima metà, ha vissuto nella macchia, diventando uno dei più importanti ricercati al mondo: quando viene trovato nel 2011 è a casa di un parente, in un villaggio della Vojvodina. Non oppone resistenza e viene trasferito nel carcere dell’ICTY a Scheveningen, presso L’Aia. Da imputato, si rifiuta di riconoscere la legittimità del Tribunale penale, apostrofandolo “satanico”; quando viene condannato in primo grado nel 2017, definisce “bugie” le sentenze dei giudici. Tuttavia, la sua immagine viene costruita a Banja Luka e Belgrado. Le autorità della Republika Srspka e della Serbia hanno infatti contribuito all’immaginario dell’eroe. Dal canto suo, Mladic è un soldato che ha messo in pratica gli ordini, quelli della pulizia etnica: è un interprete della banalità del male degli anni Novanta nei Balcani. Paradossalmente, la parte peggiore di Mladic è quella emersa nel periodo di pace, mentre il generale è lontano dal paese che si dice abbia difeso. Sarajevo, Prijedor, Srebrenica sono i luoghi che forse maggiormente ricorderanno come davvero il generale “difese il popolo”: assediando una capitale fino allo sfinimento, coi campi di concentramento per i non-serbi, quindi con l’uccisione di massa di uomini disarmati in fuga.
La memoria costruita intorno a Mladic non c’entra nulla con la protezione dei serbo-bosniaci; il generale viene osannato proprio perché il genocidio l’ha compiuto, perché ha perseguito l’obiettivo di pulizia etnica; perché ha imposto il predominio di un popolo su un altro. Definirlo eroe significa celebrare la fine della pluridecennale convivenza dei popoli jugoslavi e la supremazia di una nazione sulle altre. Questi sono i “successi” di Mladic, la cui effige negli ultimi anni è tornata a comparire sui muri di Belgrado, dove regolarmente si ricorre al nazionalismo per interesse politico. Nella Serbia governata dal presidente Aleksandar Vucic – che quando era all’opposizione cambiò simbolicamente il nome del viale dedicato al premier ucciso Zoran Djindjic in favore dell’allora ricercato Ratko Mladic – è più probabile essere perseguitati se si infanga il generale piuttosto che se lo si esalta, come effettivamente accaduto nel 2021 quando la polizia arrestò gli attivisti che lanciarono uova contro il murales difeso dagli scagnozzi del regime.
Anche se al momento Vucic non si è ancora espresso, il ministro della Giustizia serbo Nenad Vujic ha detto che Mladic verrà sepolto con le massime onorificenze di stato. In Republika Srpska, invece, le reazioni sono state immediate. Il leader dei nazionalisti serbo-bosniaci Milorad Dodik ha accolto la notizia “con profondo dolore”, dichiarando che la scomparsa di Mladić riporta alla memoria di molte persone nella Republika Srpska il periodo in cui “si decidevano le sorti della storia, della libertà e della sopravvivenza del popolo serbo […] Per questo, il sentimento del nostro popolo resta più forte di ogni tentativo di cancellare ciò che la gente conserva nella propria memoria”, ha scritto Dodik su X. Molto simile quanto scritto dal sindaco di Banja Luka Drasko Stanivukovic: “Per il popolo serbo, Ratko Mladic rimane un uomo il cui nome è profondamente inciso nella nostra storia. Un uomo che, come molti lo ricordano, ha portato sulle sue spalle i momenti più difficili del suo popolo, che ha sopportato sacrifici per il suo popolo e il cui operato e nome continueranno a vivere”. Un pensiero che la dice lunga su come la narrazione post-guerra, in Republika Srpska, si sia mantenuta sui binari del nazionalismo e lontana dal processo di riconciliazione, dal momento che Stanivukovic rappresenta uno dei principali oppositori di Dodik e ha 33 anni, appartenendo dunque a quella generazione che la guerra l’ha vissuta solo nei ricordi, che in Bosnia ed Erzegovina sono ancora, impunemente, manipolati.
È molto probabile, quindi, che Mladic torni ad essere un tema ad uso politico tra poco più di un mese, quando ci saranno le elezioni generali bosniache nonché a quelle in Serbia, qualche settimana dopo. Oggi però conta solo la fine di un capitolo: dove sia andato Ratko Mladic è materia dei teologi; più importante ancora è immaginare che le persone che ha costretto all’inferno in terra da oggi, forse, potranno trovare un po’ di pace.
Giorgio Fruscione
*Istituto Ispi

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