
La percezione della flottiglia è molto più ambivalente di quanto sembri dentro le bolle sociali o mediatiche. E soprattutto cambia radicalmente a seconda del pubblico di riferimento.
Una parte dell’opinione pubblica occidentale, soprattutto quella più militante, progressista, universitaria o fortemente sensibilizzata sul tema palestinese, la percepisce come un gesto simbolico di resistenza umanitaria: una specie di teatro morale internazionale costruito attorno all’idea del “rompere l’assedio”. In quel contesto la flottiglia funziona semioticamente benissimo: barca civile, attivisti, mare, blocco navale, immagini facilmente traducibili in narrativa vittima/oppressore. È un dispositivo comunicativo molto potente.
Ma fuori da quell’ambiente la reazione è assai meno lineare.
C’è una fascia enorme di persone che prova soprattutto saturazione. Non necessariamente simpatia per Israele, ma stanchezza narrativa. Quando un’azione viene reiterata continuamente, ipermediatizzata e caricata di moralismo, scatta spesso un meccanismo di reattanza psicologica: il pubblico percepisce di essere manipolato emotivamente e reagisce con fastidio, ironia o aggressività. È il motivo per cui sotto moltissimi post sulla flottiglia trovi qualche commento di entusiasmo militante, ma principalmente valanghe di insulti, sarcasmo, accuse di “performance activism”, “turismo umanitario”, ricerca di visibilità ecc.
Inoltre molta opinione pubblica percepisce la flottiglia come qualcosa di profondamente simbolico più che concretamente utile. E quando una mobilitazione appare più simbolica che efficace, il sospetto di narcisismo politico cresce. Specialmente in una fase storica in cui l’Occidente guarda con diffidenza crescente ogni forma di attivismo spettacolarizzato.
Poi esiste un altro elemento: la questione giuridico-militare. Una parte delle persone, anche non filoisraeliane, considera il tentativo di forzare un blocco navale come un gesto deliberatamente provocatorio. E questo cambia completamente la percezione: non più “missione umanitaria”, ma azione mediatica pensata per produrre incidente, immagini, polarizzazione.
Paradossalmente la flottiglia probabilmente mobilita già convinti ma persuade poco gli indecisi. Anzi, in certi casi produce l’effetto opposto: rafforza l’idea che il conflitto israelo-palestinese sia diventato in Occidente anche un enorme teatro identitario dove si recita il proprio ruolo morale davanti ai social.
E infatti il dato interessante non è tanto chi applaude, quello era prevedibile, ma la quantità di fastidio, cinismo e rigetto che queste operazioni ormai generano in pezzi sempre più larghi della popolazione occidentale.
David Pacifici

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