Torna anche Boheme sul palcoscenico del 65° Festival Puccini di Torre del Lago, certamente una delle opere più amate dal pubblico tra quelle composte da Giacomo Puccini.
Scene e costumi sono quelli di Leila Fteita che hanno colto le indicazioni del regista Alfonso Signorini: «Murger nel suo romanzo e Puccini con la sua musica raccontano la Parigi che fu degli impressionisti e partire da loro mi è sembrata la prospettiva più naturale; con questo spettacolo rendo omaggio all’impressionismo francese, attingendo a piene mani in questa epoca con un excursus da Renoir a Manet a Toulouse-Lautrec, quindi anche con una zampata nel periodo finale di questa fase felicissima della storia dell’arte. Non voglio essere originale ma fedele all’ originale perché la sfida è parlare al presente seguendo il dettato dell’ autore».
Le scenografie, ad esclusione di un terzo atto quasi claustrofobico tutto proiettato davanti al palcoscenico, sono suggestive e delicate, cornici ideali per accogliere la storia e personaggi senza soverchiarli; il disegno di luci di Valerio Alfieri contribuisce significativamente a creare le atmosfere più giuste.
Un’opera “delicata”nella quale ogni dettaglio è sostanza e dove le emozioni sono il leit motive di tutta la vicenda, emozioni che si estrinsecano nella musica come nella regia.
Con un certo rammarico nella serata del 20 luglio queste emozioni ci sono giunte molto ovattate nonostante l’impegno dei cantanti e del coro che hanno fatto il possibile per coinvolgere il pubblico.
Una direzione lenta, piatta, ha spento la partitura che Puccini voleva fresca, pimpante, gioiosa come i suoi protagonisti, i sei giovani spensierati che affrontano la vita e i suoi imprevisti con la leggerezza di un’età dove ogni cosa sembra possibile.
Il M° Martins Ozolins, direttore principale dell’Opera nazionale lettone, sembra non aver trovato la sintonia giusta con la partitura pucciniana penalizzando l’esecuzione dell’Orchestra del Festival Puccini e mettendo talvolta in difficoltà i cantanti.
Anche la regia di Signorini ci è apparsa in questa serata fiacca e a volte approssimata. È mancata, a nostro avviso, quella spinta emozionale che conduce al tragico epilogo passando nei molteplici stati d’animo dei protagonisti; non ci è giunta come avremmo voluto quella sensazione di amicizia, di complicità, di voglia di vivere che, pur nel distinguo delle singole vicende, è la matrice comune di questa storia. I personaggi sembravano a tratti lasciati da soli a “inventarsi” un ruolo sulla scena. In quanto alle approssimazioni, una per tutte ci sembra doveroso citare, quella delle lattivendole che dopo essere entrate oltre la barriera per svolgere il loro lavoro, ne escono nuovamente un attimo dopo aver cantato.
Come abbiamo anticipato nel titolo, il pubblico ha decretato senza ombre di dubbio il successo di questo ennesimo debutto nel ruolo della soprano cinese He Hui che ha vestito per la prima volta proprio qui, a Torre del Lago, i panni della giovane Mimì, “gaia fioraia”. Dopo Butterfly e Tosca, il pubblico del festival ha avuto modo di ascoltarla, ed apprezzarla, anche in questo ruolo per nulla scontato dal momento che il personaggio richiede, vocalmente e scenicamente, una preparazione adeguata.
Complessivamente buona la sua performance, è certamente una delle migliori voci pucciniane che abbiamo ascoltato, anche se non ci è sembrata sufficientemente rilassata per offrire il meglio di sé, forse troppo concentrata a cercare una sintonia con la direzione che a tratti è mancata.
Buona la prova del tenore francese Jean-Francois Borras, per la prima volta sul palcoscenico di Torre del Lago, un Rodolfo dalla bella voce, potente e morbida al contempo, che ha mostrato le sue indiscusse potenzialità ma anche le sue fragilità che devono essere messe a punto per non “guastare” le sue performance.
Non ci ha convinto invece il baritono serbo Nikola Mijailovic (Ma quanti stranieri! Possibile che ci sia così penuria di buone voci italiane da pescare, proprio come nel calcio, solo tra i “fuoriclasse” stranieri? Eppure ci sono fior fiore di Accademie, non ultima quella del Festival, che annualmente accolgono, o dovrebbero accogliere, giovani italiani. Che ne è di loro? Dove finiscono?), la cui voci è sembrata cambiare più volte durante l’opera alla ricerca di una non trovata ottimizzazione, mostrando solo talvolta squarci di piacevole esecuzione. Marcello è fondamentale nell’equilibrio dell’opera e una “presenza” solo parziale altera molto gli equilibri interni rompendo quella magia musicale e scenica che è alla base della riuscita di quest’opera.
Analogo discorso può essere fatto per Ivanna Canovic (anche lei straniera…) che ha vocalmente proposto una Musetta con molte riserve, oltre a darne una interpretazione scenica (ovviamente voluta dal regista) eccessivamente sopra le righe. Donna libera, certamente, donna consapevole della propria bellezza, certo, e che apprezza esser ammirata ma da lì a quella pantomima a cui abbiamo assistito ci può essere una via di mezzo. Ovviamente, rispetto a questo, vale unicamente il mio giudizio come opinione personale.
In quanto ad “eccessi scenici” ne ha fatto le spese il povero Alessandro Ceccarini costretto a vestire i panni di un Alcindoro-Fantozzi al limite del ridicolo. Un ruolo che, diversamente, potrebbe avere una sua dignità e che, forse, darebbe modo di valorizzare meglio la parte vocale messa in ombra da quei movimenti al limite del grottesco. Alessandro Ceccarini ha voce e piglio per affrontare con ben altro impatto personaggi come Alcindoro o Benoit, per rimanere all’interno di quest’opera, e ci dispiace vederlo sacrificato così.
Apprezzabile l’interpretazione di Daniele Caputo: il suo Schounard è stato vocalmente e scenicamente buono e pertinente e ha saputo render “vivo” questo personaggio nel quale, si dice, Puccini abbia voluto identificarsi. Più impacciato il georgiano George Andguladze, forse non proprio a suo agio nel ruolo di Colline, anche se nella romanza Vecchia Zimarra ha trovato il giusto equilibrio offrendone una interpretazione da applauso.
Piacevole la prova di Claudio Ottino, Benoit, gradevole la breve apparizione di Marco Voleri nelle vesti di uno squillante Parpignon.
Complimenti da fare ai due cori del festival, quello dei “grandi” diretto da Roberto Ardigò e quello delle voci Bianche diretto da Viviana Apicella.
Boheme tornerà ancora sul palcoscenico di questo teatro il 3 e il 10 agosto, mentre si attende la prima di Madama Butterfly in programma il 27 luglio.
Stefano Mecenate











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