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Bidenomics al bivio

Incertezze economiche e politiche globali mettono alla prova la strategia economica dell’amministrazione USA. Aiuterà a vincere le presidenziali 2024?

di Istituto Ispi | 16 Ottobre 2023

“Bidenomics is about building an economy from the middle out and the bottom up, not the top down. And there are three fundamental changes that we decided to make with the help of Congress and been able to do it: first, making smart investments in America; second, educating and empowering American workers to grow the middle class; and third, promoting competition to lower costs and help small business.”[Remarks by President Biden, Chicago, 28 June 2023].

Le origini della Bidenomics

Dopo la vittoria di Donald Trump alle presidenziali del 2016, i Democratici statunitensi si resero conto che, per tornare a vincere, dovevano rivedere profondamente il loro approccio di politica economica. Una buona gestione macroeconomica, sostenuta dai vantaggi prodotti dalla globalizzazione e coadiuvata da misure sociali mirate per i ceti più poveri e le minoranze non rappresentava più una formula vincente. La crescita delle diseguaglianze, la crescente polarizzazione del Paese, la deindustrializzazione di vaste aree del Paese, nonché il rallentamento nella mobilita’ sociale imponevano un ripensamento dell’approccio dominante di politica economica.

Alle primarie del 2020 si confrontarono due approcci di politica economica: il Green New Deal proposto da Bernie Sanders e dalla sinistra del Partito Democratico e quello che diventerà il Build Back Better (BBB), sostenuto da Joe Biden e dall’ala di centro-sinistra del partito. Il Green New Deal prevedeva una radicale trasformazione ecologico-sociale dell’economia statunitense, finanziata da forti aumenti delle imposte sulle imprese e sugli individui con redditi elevati, nonché una tassa patrimoniale annua. L’approccio bideniano, pur aprendo a diversi temi contenuti nel Green New Deal, propugnava una trasformazione economico-sociale più graduale, fondata su cinque pilastri: (i) un importante stimolo fiscale volto a ripristinare rapidamente la piena occupazione; (ii) un ambizioso piano di investimenti infrastrutturali comprendente infrastrutture fisiche e digitali; (iii) politiche industriali volte ad accelerare la transizione climatica e a ricostruire parte dell’apparato industriale, in  particolare in settori critici per la sicurezza nazionale statunitense e la transizione ambientale: tali misure avrebbero inoltre contenuto clausole volte a rafforzare i sindacati e il potere contrattuale dei lavoratori; (iv) politiche della concorrenza più stringenti, volte a ridurre il potere delle grandi imprese high-tech e a sostenere la crescita delle piccole e medie imprese; (v) un’espansione del welfare state al fine di ridurre le diseguaglianze e a rafforzare il capitale umano. Se si esclude il piano di rilancio fiscale, finanziato con l’emissione di debito pubblico,  il resto delle misure sarebbe stato (quasi) completamente finanziato da aumenti di imposte su imprese e individui ad alto reddito (senza pero’ l’introduzione di una patrimoniale). 

Pur non radicale quanto il Green New Deal, l’approccio bideniano di politica economica aveva un respiro reminiscente del New Deal roosveltiano e partiva da premesse significativamente diverse dall’ortodossia neoliberista. Politiche della domanda di stampo keynesiano per stabilizzare l’economia e ritornare rapidamente alla piena occupazione si coniugavano con quella che il Segretario al Tesoro Janet Yellen ha definito una “modern supply side economics”, vale a dire una politica dell’offerta basata non su riduzioni d’imposta per promuovere un piu’ elevato tasso d’investimento privato, ma su un ampio ventaglio di misure (spese in infrastrutture, capitale umano, e ricerca e sviluppo) volto a promuovere investimenti che innalzano la produttivita’ del sistema economico nel suo insieme e con un impatto positivo sulla riduzione delle diseguaglianze. 

Bidenomics in pratica

Tuttavia, una cosa sono i programmi elettorali e un’altra cosa è la loro realizzazione pratica, soprattutto quando essi devono essere approvati da un Congresso in cui i Democratici avevano un’esigua maggioranza sia alla Camera che al Senato. 

Una volta eletto presidente, Joe Biden si concentrò inizialmente sul rafforzamento della ripresa economica post-Covid. Con l’American Rescue Plan Act of 2021 (ARPA) la nuova Amministrazione optò per uno stimolo fiscale molto elevato (1.900 miliardi di dollari, circa il 10% del Pil statunitense) finanziato in deficit. Uno stimolo così forte aveva un duplice obiettivo: (i) accelerare la crescita, riportando rapidamente l’economia statunitense a livelli pre-Covid e (ii) utilizzare l’opportunità fornita dalla pandemia per redistribuire risorse a favore dei gruppi sociali a basso reddito. Una tale strategia non era però senza rischi: una crescita significativamente al di sopra del potenziale economico poteva attizzare tensioni inflazionistiche, anche perché in parallelo la Federal Reserve (FED) stava perseguendo una politica monetaria fortemente espansiva. 

All’ARPA, che era sostanzialmente una manovra congiunturale, doveva far seguito il Build Back Better, che si prefiggeva una serie di riforme strutturali dell’economia statunitense. Inizialmente, l’amministrazione Biden privilegiò il passaggio di BBB nella sua interezza per evitare che riforme essenziali non vedessero mai la luce. Tuttavia, un evento non legato all’economia, porterà  un duro colpo a questo approccio. La disastrosa caduta di Kabul fece crollare la popolarita’ di Biden (e con esse la sua presa su alcuni esponenti del Partito Democratico). La debolezza politica del Presidente, nonché le prime avvisaglie di un’accelerazione dell’inflazione, fecero sì che un paio di senatori democratici rifiutarono di fornire il loro appoggio a BBB. Il tira e molla che ne seguì indebolì ulteriormente l’Amministrazione Biden, che alla fine fu costretta ad accettare l’idea dello spacchettamento.

Lo spacchettamento non impedì che una buona parte di BBB venisse realizzata. Nel novembre 2021 venne cosi approvato, con appoggio bipartisan, l’Infrastructure Investement and Jobs Act, un pacchetto di nuovi investimenti infrastrutturali di 550 miliardi di dollari da realizzarsi su un arco decennale. Ad esso fece seguito il CHIPS and Science Act del valore di 250 miliardi di dollari volto a promuovere attività di ricerca e sviluppo, nonché la produzione di semiconduttori sul territorio statunitense. Anche questa legge, approvata nell’agosto 2022, ottenne un appoggio bipartisan (in funzione anti-cinese). Infine, sempre nell’agosto 2022, la maggioranza Democratica del Congresso approvò l’Inflation Reduction Act (IRA), una legge che autorizza una spesa di 891 miliardi di dollari su dieci anni per investimenti in energia e per far fronte al cambiamento climatico e alcune spese di welfare. Tutte e tre le leggi contengono misure dal lato delle entrate che finanziano in larga parte le spese previste.

Successi e problemi 

Nonostante i progressi fatti nella realizzazione di Build Back Better, nel 2022 e per buona parte della prima metà del 2023, l’Amministrazione Biden tenne un profilo basso sull’economia, evidenziando successi puntuali, per esempio in campo occupazionale, piuttosto che i vantaggi d’insieme della politica economica perseguita. Questo fu probabilmente dovuto a due fattori: l’elevata inflazione, che poteva essere in parte ricondotta all’ARPA, e la possibilità di una recessione imminente determinata dal rapido rialzo dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve. Tuttavia, con la rapida decelerazione del tasso d’inflazione e un’economia più resiliente del previsto, i consiglieri del presidente decisero, anche in preparazione delle elezioni presidenziali del 2024, che era venuto il momento di assumere un profilo più alto e promuovere i risultati economici della Bidenomics. Di qui il discorso di Chicago del 28 giugno sopra menzionato, a cui si sono seguiti una serie di interventi del Presidente e dei membri della sua Amministrazione per spiegare e divulgare i benefici della Bidenomics. 

L’Amministrazione Biden puo’ infatti vantare una serie di successi in campo economico: anche grazie all’ARPA, l’economia statunitense ha riassorbito molto rapidamente le perdite generate dalla pandemia e dal lockdown ed è tornata sul sentiero di crescita pre-pandemico, il Paese è in una situazione di piena occupazione e l’inflazione, pur restando al di sopra dell’obiettivo della Federal Reserve, si è ridotta significativamente. Inoltre, la modernizzazione delle infrastrutture sta sostenendo la ripresa degli investimenti, mentre il CHIPS and Science Act e l’IRA hanno prodotto un significativo incremento nella costruzione di strutture industriali che dovrebbero condurre nel tempo ad una significativa ripresa del settore manufatturiero. I salari dei lavoratori con basse qualificazioni sono aumentati più rapidamente  della media e, come hanno mostrato o stanno mostrando una serie di scioperi, il potere contrattuale dei sindacati, dopo decenni di declino, si sta rafforzando. L’Infrastructure Investment and Jobs Act e l’IRA sono rispettivamente il più  grande piano di investimenti infrastrutturali dai tempi di Eisenhower e il piu’ grande investimento da sempre per affrontare il cambiamento climatico. Last but not least, grazie all’IRA gli Stati Uniti stanno finalmente cominciando a fare la loro parte nella lotta al cambiamento climatico. 

Come spiegare allora il fatto che i sondaggi indicano che la maggioranza della popolazione statunitense sia tutt’altro che impressionata positivamente dalla Bidenomics e consideri che l’economia stia andando nella direzione sbagliata? 

L’elevata inflazione (e il suo impatto sul potere d’acquisto delle famiglie americane) è certamente la ragione principale dell’impopolarità della Bidenomics. Naturalmente la responsabilità è condivisa con la Federal Reserve. Inoltre, non tutta l’accelerazione dell’inflazione era dovuta a un eccesso di domanda: fattori internazionali imprevisti quali la perturbazione delle catene delle catene dell’offerta durante il lockdown o l’aumento dei prezzi delle materie prime in seguito all’invasione russa dell’Ucraina hanno avuto un impatto significativo sul tasso d’inflazione. L’errore principale dell’Amministrazione Biden è consistito nel fatto di aver inizialmente minimizzato il possibile impatto inflazionistico dell’ARPA e nell’aver trattato per un lungo periodo l’inflazione come un fenomeno transitorio, destinato a svanire nel giro di pochi mesi. Questo errore di valutazione non è sfuggito ai cittadini statunitensi e ha avuto e continua a presentare un costo politico molto elevato. 

Un altro fattore che gioca contro la Bidenomics tra le classi popolari è stato il venir meno dello stimolo fiscale. Per esempio, nel 2021 la povertà infantile era stata dimezzata grazie alle misure contenute nell’ARPA. L’esaurimento di queste misure temporanee era inevitabile e previsto. Tuttavia, doveva essere in parte compensato dall’espansione del sistema di welfare contenuto in BBB. Il suo scorporo ha però fatto sì che questa parte del piano sia rimasta inadempiuta. La povertà infantile è cosi tornata ai livelli antecedenti lo stimolo fiscale. Di conseguenza, molte famiglie con un basso reddito non hanno visto migliorare le proprie condizioni nell’ultimo anno, nonostante la crescita dei salari. 

La congiunzione di questi due fattori ha fatto sì che Bidenomics abbia avuto un impatto meno forte di quanto sperato, in particolare sulla popolazione bianca con redditi bassi e medio-bassi, la quale, non percependo – o percependo solo temporaneamente – un miglioramento sensibile della propria condizione, continua a restare maggioritariamente nel campo repubblicano e ad appoggiare Donald Trump. Inoltre, questi stessi fattori fanno sì che vi sia un certo disincanto tra le minoranze, che tradizionalmente votano democratico e che sono state tra le maggiori beneficiarie dell’ARPA; disincanto che potrebbe tradursi in una più elevata astensione alle prossime elezioni. 

Inoltre, la congiuntura internazionale non sta aiutando la Bidenomics. La guerra in Ucraina e le tensioni geopolitiche nel Mare della Cina Meridionale e a Taiwan hanno aumentato l’incertezza globale e avuto importanti ripercussioni in termini di prezzi delle materie prime e crescente dislocazione delle catene dell’offerta, che hanno entrambe esacerbato le tensioni inflazionistiche. Anche se è presto per valutarne l’impatto, il recentissimo attacco di Hamas contro Israele e gli effetti destabilizzanti nel Medio Oriente che esso comporta rischiano di far aumentare ulteriormente l’incertezza internazionale e rendere ancora più volatili verso l’alto i prezzi degli idrocarburi, con un impatto negativo sia sulla fiducia degli investitori che sull’inflazione.

Infine, se l’economia statunitense si è mostrata resiliente e fin qui ha realizzato una buona performance in termini di crescita e occupazione, le aspettative di una recessione o quantomeno di un forte rallentamento nel 2024 non si sono dissipate e si sono semmai rafforzate. Infatti, finchè l’economia resta forte e l’inflazione rimane al di sopra dell’obiettivo della Federal Reserve, quest’ultima continuerà a tenere i tassi d’interesse elevati. Poiché la trasmissione della politica monetaria all’economia reale richiede tempo, l’attivita’ economica rischia di indebolirsi. Di conseguenza, buone notizie nel breve periodo aumentano la probabilità di una recessione nei trimestri a venire. Se a questo si aggiunge una situazione delle finanze pubbliche non molto rassicurante, soprattutto in un periodo di tassi d’interesse elevati (il debito federale si situa attorno al 100% del Pil e il deficit pubblico è superiore al 5% del Pil), e una situazione internazionale piena di rischi, si può spiegare la percezione che molti americani hanno che l’economia statunitense stia andando nella direzione sbagliata. 

Bidenomics al bivio

Per concludere, Bidenomics avrebbe dovuto essere uno dei principali strumenti per distaccare le classi lavoratrici bianche con reddito basso o medio-basso da Donald Trump e riportarle nell’alveo del Partito Democratico. Nonostante i buoni risultati macroeconomici ottenuti e una situazione di piena occupazione, il nuovo approccio di politica economica per il momento non ha dato i frutti sperati. Lo scorporo di Build Back Better ha fatto perdere la visione d’insieme del progetto bideniano e solo recentemente – con Bidenomics – si è tentato di riformulare la dimensione d’insieme del progetto. Tuttavia, l’inflazione da un lato e dall’altro il fatto che il quinto pilastro – l’espansione del welfare – sia rimasto incompiuto hanno eroso il potenziale elettorale della Bidenomics. 

Guardando al futuro, nella prospettiva delle elezioni presidenziali del novembre 2024, Bidenomics presenta potenzialità e rischi. Da un lato, se l’inflazione continua a ridursi, l’economia si rivela resiliente nonostante gli elevati tassi d’interesse, il Paese rimane in piena occupazione e la rinascita del manifatturiero, concentrata in particolare su produzioni ad alta tecnologia ed ecologiche comincia a concretizzarsi, portando alla creazione di posti di lavoro con salari elevati, è possibile che Bidenomics possa diventare un asset per i Democratici alle elezioni di novembre. Se invece l’anno prossimo l’economia dovesse entrare in recessione o stagnare, è difficile pensare che la popolarità di Bidenomics possa aumentare in modo significativo e i Democratici dovranno trovare altri temi per cercare di vincere le elezioni.

Moreno Bertoldi (Ispi)

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: amministrazione, anni, cina, debito pubblico, discorso, elezioni, federal reserve, finanze, futuro, globalizzazione, lavoro, manovra, mare, misure, partito democratico, patrimoniale, percezione, politica monetaria, posti di lavoro, primarie, recessione, riforme, rinascita, sindacati, sistema economico

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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