
Se quella di Joe Biden in Medio Oriente partiva già come una missione ‘in salita’, il bombardamento dell’ospedale Al Ahli di Gaza City nella serata di ieri, potrebbe trasformala nella più complicata della sua presidenza. La strage di un numero imprecisato di civili – sembra tra i 200 e i 500 ma i bilanci non sono al momento verificabili – in maggioranza feriti ricoverati e rifugiati in cerca di un riparo dai bombardamenti, rischia di far saltare ogni tentativo di de-escalation: il re di Giordania, Abdallah II ha cancellato l’incontro previsto ad Amman con Biden, il presidente palestinese Mahmoud Abbas e l’egiziano Abdel Fattah al-Sisi mentre migliaia di manifestanti si sono riversati per le strade delle capitali della regione e non solo. Proteste si sono svolte a Istanbul, vicino al consolato israeliano, e nelle città libiche di Tripoli e Misurata. A Beirut, in Libano, le autorità hanno lanciato lacrimogeni contro i manifestanti assiepati davanti all’ambasciata americana. Intanto palestinesi e israeliani si accusano reciprocamente della responsabilità del massacro: Hamas sostiene che l’ospedale sia stato centrato da un raid delle IDF, mentre Tel Aviv sostiene di avere le prove di un razzo della Jihad Islamica finito fuori bersaglio o difettoso. “Sono profondamente rattristato per l’accaduto” ha dichiarato il presidente Biden in colloqui con il premier Benyamin Netanyahu, aggiungendo “anche se da quanto emerge non sembra ci sia una vostra responsabilità, ma dell’altro campo”. Mentre la dinamica dell’esplosione e il bilancio delle vittime restano da chiarire, l’orrore dell’ennesima strage di innocenti paralizza ogni iniziativa diplomatica moltiplicando i timori di un’escalation del conflitto a livello regionale.

Gaza resta chiusa?
n questo contesto, estremamente complicato e volatile, la crisi umanitaria in corso a Gaza peggiora di ora in ora, mentre il valico di Rafah resta chiuso sia in entrata che in uscita. Avrebbe dovuto essere uno dei temi dell’incontro di Amman, che saltando condanna i civili dell’enclave ad una inesorabile agonia: Rafah, l’unica via di comunicazione tra la Striscia di Gaza e l’Egitto, è stata bombardata da Israele più volte dall’inizio dell’offensiva. Un milione di civili palestinesi è sfollato verso sud, in seguito all’ordine impartito da Tel Aviv e ora si trova senza vie di fuga né strutture in grado di accoglierli. L’acqua – che Israele avrebbe dovuto ripristinare ma che di fatto manca – non basta più, manca l’elettricità e i già precari servizi medici sono al collasso. Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha detto che gli attacchi di Hamas non giustificano una “punizione collettiva” del popolo palestinese e chiesto una tregua umanitaria immediata. “L’accesso umanitario alla Striscia di Gaza va ripristinato senza ulteriore ritardo” ha twittato il presidente francese Emmanuel Macron. Ma in molti – nei commenti sulla piattaforma social – lo accusano di ‘ipocrisia’ dopo che ieri Francia, Stati Uniti e Regno Unito hanno bocciato una proposta di risoluzione sul conflitto che chiedeva “un cessate-il-fuoco umanitario, il rilascio di tutti gli ostaggi e l’evacuazione dei civili” presentata dalla Russia al Consiglio di Sicurezza.
Una missione dimezzata?
Metà della visita di Joe Biden in Medio Oriente è stata cancellata prima ancora che salisse sull’Air Force One. Ma la scelta di confermare il viaggio – nonostante le minacce per la sicurezza – potrebbe avere delle conseguenze sulle relazioni di Washington con l’intero mondo arabo. Per organizzare la missione, il segretario di Stato americano Antony Blinken aveva fatto la spola tra le capitali e tenuto una maratona di colloqui con i leader della regione. Gli obiettivi della visita presidenziale – tanto più difficili perché dissonanti – erano da un lato ribadire il sostegno a Tel Aviv dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre e dall’altro contenerne la risposta e le violenze sui civili di Gaza per scongiurare un’escalation del conflitto. Gli Stati Uniti speravano anche di fare progressi nel garantire il rilascio degli americani e di altri ostaggi tenuti da Hamas e un passaggio sicuro per i cittadini stranieri nell’enclave verso l’Egitto. L’esplosione che ha colpito l’ospedale ha spazzato via quel disegno lasciando Biden a gestire una visita che avrà come unica tappa quella in Israele col rischio di aumentare le tensioni nella regione e danneggiare il proposito degli Stati Uniti di proporsi come un intermediario onesto. Le immagini del presidente americano fianco a fianco con Netanyahu all’indomani della devastazione dell’ospedale di Gaza City attribuito da gran parte del pubblico arabo alle forze israeliane, “confermeranno all’opinione pubblica mediorientale – osservano diversi analisti sul Financial Times – che il sostegno americano a Israele è incrollabile”.
Capitalizzare l’indignazione araba?
Con il montare dell’indignazione nelle piazze arabe cresce anche il rischio di un’escalation che vada oltre la Striscia di Gaza. A preoccupare è soprattutto l’apertura di un fronte settentrionale se Hezbollah, potente milizia sciita libanese strettamente alleata con l’Iran, si unisse ai combattimenti. Da giorni si moltiplicano gli scontri a fuoco lungo il confine e oggi – in occasione della visita di Biden – i vertici dell’organizzazione hanno decretato una giornata “della rabbia” mentre da Teheran il residente Ebrahim Raisi definisce gli Stati Uniti “complici di Israele per i crimini commessi a Gaza”. Una guerra su vasta scala con il Libano trasformerebbe quello con Hamas in un fronte ‘secondario’ secondo Firas Maksad, membro senior del Middle East Institute con sede a Washington, secondo cui “l’arsenale di Hezbollah, in termini di attrezzature e capacità militari, fa impallidire quello di Hamas a Gaza”. Gli eventi sono in rapida evoluzione e ad osservarne gli esiti sono anche i principali avversari di Washington: Mosca, tradizionale alleato di diversi regimi arabi, ha parlato di “fallimento evidente della politica Usa in Medio Oriente” e Pechino che acquista gran parte del petrolio della regione e cerca di imporsi come attore alternativo agli Stati Uniti nella regione. Entrambi sperano di capitalizzare a loro favore la rabbia dell’opinione pubblica araba nei confronti di Israele e dell’America.
Il commento
Di Mario Del Pero, ISPI e Sciences PO
“È stata una scelta per molti aspetti coraggiosa quella di Joe Biden. Il suo viaggio in Israele è indicativo del capitale politico che l’amministrazione statunitense sta investendo in questo conflitto. Gli Usa perseguono obiettivi plurimi e non necessariamente complementari: ribadire il sostegno a Israele cercando però di contenerne la risposta e di attivare strumenti di sostegno per la popolazione civile di Gaza; colpire duramente Hamas prevenendo un’escalation regionale del conflitto; aumentare l’impegno statunitense senza che questo abbia effetti sul fronte ucraino; evitare ripercussioni politiche negative sul piano interno. L’esplosione all’ospedale Ahli Arab e l’annullamento dell’incontro previsto in Giordania hanno ridotto di molto il significato di questa visita e, con essa, l’ambizione statunitense di poter sfruttare il momento anche per riavviare una qualche forma di dialogo israelo-palestinese”.
A cura della redazione di ISPI Online Publications

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