Film di guerra, quella guerra incessante e continua di due popoli che non riescono, non vogliono, non sanno convivere.

Che poi a me non sia piaciuto per vari motivi, poco importa, importante è che il documentario sta cambiando e spesso non è molto distinguibile da quella che pareva essere l’unica detentrice della forma alta di Arte, la fiction appunto, e questa sensazione si ha per il film opera prima del regista israeliano Yuval Adler, presentato alla 10^ edizione delle “Giornate degli autori”.
Un film duro ma sincero l’opera prima di un regista che si impone di non dare un giudizio, ma rappresentando le contraddizioni di una situazione di grave disagio.
Film di guerra, quella guerra incessante e continua di due popoli che non riescono, non vogliono, non sanno convivere. Film di servizi segreti, di spie comprate e “allevate”, film che fa affiorare e sottolinea il dramma psicologico di chi, come Sanfur dovrebbe tradire il fratello Ibrahim (combattente palestinese ricercato) ma fa il doppio gioco e quello del reclutatore che, a lungo andare perde di vista lo scopo della missione, il limite oltre il quale non può andare senza compromettere la sua identità e la sua completa appartenenza alla causa.
E’ bravo il regista a mantenere la giusta distanza tra le situazioni; ci fa entrare nel meccanismo del reclutamento dei servizi israeliani (quasi come un documentario) e ci fa conoscere un lato abbastanza sconosciuto dell’attività dell’Autorità Nazionale Palestinese nei confronti della popolazione.
Evidenzia tra fiction e documentario i contrasti e la contrapposizione, dettata anche dalla difficoltà di fidarsi l’uno dell’altro, tra le varie anime palestinesi tra di loro e con la stessa Autorità Nazionale (si contendono il cadavere del “martire”), contrasti che si evidenziano anche quando cercano di unirsi contro Israele, il loro comune nemico.
Ma anche i servizi segreti hanno le loro magagne e Levi (direttore) accusa Reiz (reclutatore) di aver perso di vista gli interessi del suo paese e gli ordina di sacrificare Sanfur.
Le scelte finali di Reiz e Samir cambieranno per sempre il loro futuro.
Un film che difficilmente vedremo in sala, salvo qualche passaggio in una sala d’essai, ma che varrebbe la pena di cercare.
E dopo aver parlato di Bethlehm non possiamo esimerci dal citare Amos Gitai, ancora una volta a Venezia con Ana Arabia, un piano sequenza lungo 84 minuti, girato in una zona di quartiere di Gerusalemme, tentativo di isola felice, dove arabi e israeliani convivono in pace. Un’utopia, una metafora, un piccolo sogno che, in alcune situazioni cerca di realizzarsi. Il regista racconta che ad Haifa, sua città natale, si respira l’aria del film, si riesce a convivere. Negli ospedali medici palestinesi e israeliani lottano gomito a gomito per salvare vite umane; a Gerusalemme i piccoli palestinesi, curati da medici israeliani , dividono le cure con i piccoli israeliani.
Certo ci vuole amore, pazienza e fiducia per vivere e sopravvivere là dove l’odio sembra dover regnare.
Ma c’è una speranza, ci sono queste piccole oasi dove si respira la pace anche se ancora paragonabili agli esseri in via di estinzione: sono specie che vanno protette, aiutate a rafforzarsi. Il destino di arabi e israeliani è troppo strettamente intrecciato, non possiamo permetterci di buttare via tutto, specie se pensiamo che fino a più di venti anni fa, gli appartenenti alle tre religioni monoteiste convivevano senza traumi.
La regista palestinese Liana Badr, amica da tempo, racconta sempre che da ragazzina i suoi vicini erano sia ebrei che cristiani, i ragazzi si frequentavano e lo stesso facevano le loro famiglie, i riti venivano rispettati, si festeggiavano insieme le feste principali. E proprio ripensando a queste parole non riesco a non chiedermi se i soldi del premio Nobel alla Pace a Yasser Arafat non siano serviti, più che ad un arricchimento personale dello stesso, all’acquisto di armi da usare contro il “nemico”.
Certo che gli svedesi con il Nobel alla Pace non sempre ci azzeccano.

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