Tutto parte dagli inizi degli anni novanta. Una fase della storia italiana in cui l’allora Pds si trova alle soglie di un potere che non aveva mai esercitato.

Molti, in questi giorni, si apprestano a festeggiare, tra sberleffi vari, il vergognoso fallimento del tentativo di Bersani, l’avvento di un governo che certamente risolverà i nostri problemi e l’arrivo contestuale dell’ennesimo salvatore della patria, Matteo Renzi.
In questo atteggiamento, c’è la secolare furbastreria italiota, l’ansia di accodarsi al probabile vincitore e di sputare in faccia al probabile perdente. Ma c’è anche, ed è questo l’aspetto più significativo, una semplificazione al ribasso che ci impedisce di cogliere la sostanza dei problemi e, con essa, l’oggettiva tragicità dello scontro in atto all’interno del Pd. Perché di tragedia si tratta, al di là delle mediocrità e delle furbizie di molti suoi protagonisti, e di una tragedia di cui noi socialisti dovremmo essere in grado, meglio di tanti altri, di comprendere la natura.
Tutto parte dagli inizi degli anni novanta. Una fase della storia italiana in cui l’allora Pds si trova alle soglie di un potere che non aveva mai esercitato e in una condizione di debolezza senza precedenti.
Per accedervi, sarà dunque costretto a vendere l’anima al diavolo. Lo farà, nel corso della sequenza temporale degli anni novanta, con tre distinte operazioni.
La prima, e per noi la più scandalosa, vedrà il concorso, anzi l’applauso alla liquidazione del nome e della cosa socialista. Alla luce delle circostanze, un atteggiamento però più che comprensibile: chiedere ai comunisti di rinunciare ai benefici più che certi di un’operazione a lungo preparata nel tempo era come chiedere ad un calciatore di non battere il “rigore-scudetto” perché furbescamente ottenuto o ad un maratoneta di ritirarsi, ad un passo dal traguardo in segno di solidarietà con i suoi concorrenti ingiustamente squalificati.
Meno scontate, invece, la seconda e la terza “operazione Mefistofele”. Quella che nel corso degli anni novanta porterà i postcomunisti a fare proprie le ragioni e le esigenze della grande industria privata garantendogli mano libera nella gestione del lavoro e la liquidazione a prezzi stracciati del sistema delle partecipazioni statali nella convinzione, rivelatasi ben presto infondata, della sua superiore capacità nell’assicurare lo sviluppo e l’ammodernamento dell’economia italiana. Un passaggio cruciale, questo, perché è in questa fase che i postcomunisti consacrano il loro passaggio da partito dei lavoratori a partito dei ceti medi illuminati, tanto per capirsi da un partito maggioritario nelle borgate ad un partito maggioritario nel centro storico e ai Parioli (quartiere dell’alta borghesia di Roma n.d.r.).
Da ultimo, l’accordo su cui si formerà il partito democratico. Un accordo che ha due clausole non scritte: il carattere incolore e inodore del nuovo partito, dove la parola ‘democratico’, proprio perché omnicomprensiva, escludeva qualsiasi riferimento alla socialdemocrazia in particolare e alla sinistra in generale e, ancora, la presa d’atto della necessità del “papa straniero”. In altre parole, gli ex comunisti potevano e dovevano governare il Paese, ma con leader che fossero esterni al vecchio partito (da Prodi a Rutelli, da Amato a Renzi) o che ne ripudiassero esplicitamente l’eredità (Veltroni).
Ora, i risultati di questi tre tabù (l’antisocialismo, la cancellazione della sinistra e della tradizione comunista) sono sotto gli occhi di tutti: un partito tutto costruito sull’antiberlusconismo, sul moralismo nuovista e sulla rispettabilità europeista, ruoli, rispettivamente, confiscati da altri o crollati sotto l’impopolarità universale con le ultime elezioni.
Ed è sullo sfondo di questo procurato disastro che frana il tentativo di Bersani. Tentativo in sé generoso e condivisibile, ma mal concepito e ancor peggio eseguito.
L’unica visibile azione di contrasto è sul papa esterno, in occasione delle primarie, con il difetto fondamentale però di essere, o quanto meno di apparire, condotta non su ragioni politiche, ma in nome della difesa dell’apparato. Per il resto una campagna elettorale tra le più insulse che la storia ricordi, una campagna in cui il rischiamo alla socialdemocrazia è inesistente o comunque senza punti di riferimento (inconsistente Vendola, latitante il socialismo europeo) mentre la tradizione del “partito di lotta” è affidata a pallide reminiscenze emiliane.
La battaglia vera allora è cominciata solo dopo le elezioni in un contesto assai poco favorevole e viene interpretata dai nemici di Bersani e del Pd in termini di irresponsabile “deriva estremistica” se non di bieco calcolo strumentale.
Arrivati a questo punto, si tratta semplicemente di sapere se la definitiva normalizzazione del nostro mohicano e dell’ala che a lui si richiama sarà totale (con la formazione di un governo di coalizione) o ancora parziale e provvisoria (con la formazione di un governo di scopo).
Ci limitiamo, qui ed ora, ad un auspicio: che, in un partito in cui le prossime scelte avranno una portata esistenziale, queste vengano discusse alla luce del sole. Per questo ci sono i congressi, almeno altrove è così.ì

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