“Chi ha vinto e chi ha perso la battaglia d’estate?”. Facile, purtroppo, rispondere. Perché, dopo la manovra, hanno perso tutti. Chi più, chi meno; chi per un motivo oppure per l’altro; chi più, chi meno; chi oggi e chi domani. Ma hanno perso tutti.
In primo luogo, l’Italia; che vedrà accelerata la sua corsa verso il disfacimento economico e la connessa crisi del sistema democratico. Ancora, il nostro sistema politico, forse commissariato dall’esterno; ma non fino al punto di procedere autonomamente verso l’autodistruzione.
Sconfitto anche Napolitano, il cui prestigio è sì destinato a salire; ma in misura inversamente proporzionale alla sua capacità di orientare, con i suoi buoni consigli, il corso degli eventi. Aveva auspicato, in occasione della manovra, soluzioni incisive e, se possibile, condivise. E’ accaduto esattamente il contrario.
Sconfitta, anche, l’opposizione e, in particolare, quella di sinistra. Sconfitta nella sua linea politica e sociale; dove il procedere caotico della maggioranza, e su posizioni sempre più populiste, ha automaticamente indebolito anche la valenza alternativa della proposta del Pd. Sconfitta, anche, nella sua legittima aspirazione alla diversità, con la vicenda Penati. Sconfitta, ancora, nella sua leadership, non solo per il caso milanese ma anche per il ritorno in campo del calamitoso duo Prodi – Veltroni; e sul tema, improprio e mistificante, del referendum “mattarelliano”. Sconfitta, infine, ed è questo forse il dato più drammatico, nei suoi referenti istituzionali e sociali: dal sindacato, ai comuni, allo stesso Parlamento.
A ben vedere, sono proprio questi, le principali vittime della manovra; e non solo perché colpite dai provvedimenti del governo, ma soprattutto perché parzialmente e totalmente delegittimati dal clima politico e culturale che questi provvedimenti hanno alimentato.
Sapevamo da gran tempo che gli scioperi generali avevano perso tutta la valenza politica che li aveva accompagnati negli anni sessanta e settanta. Ma il messaggio trasmesso dalle vicende recenti è che uno sciopero generale può essere definito tranquillamente non solo inutile, ma antinazionale; mentre l’agitazione di singoli gruppi o categorie a difesa dei loro interessi corporativi è non solo legittimo, ma immediatamente produttiva di effetti.
Sapevamo, ancora, che, in barba al federalismo, la capacità operativa degli enti locali è stata costantemente erosa. Ma, ora, con il “combinato disposto”dei nuovi tagli e della trasformazione dell’ente locale in “bounty killer” antievasori, è facile prevedere che il rapporto fiduciario tra amministratori e cittadini verrà colpito alla radice.
Sulle province e sul “dimezzamento dei parlamentari” (in questo caso con l’entusiastico concorso dell’opposizione) siamo proprio al delirio populista. Nulla a che fare, in questi provvedimenti, con esigenze finanziarie e men che meno con, legittime, esigenze di razionalizzazione dell’apparato istituzionale.
Moltissimo a che fare, invece, con la ricerca di capri espiatori e con il relativo “principio di decimazione”. E’ il “dagli all’untore”( nel nostro caso alla “casta”). E’ l’idea della politica (anzi dei politici) come puro e semplice costo; impossibile eliminarla(i) nella totalità, per l’intanto limitiamoci a dare un esempio. Inutile dire, in conclusione, che “dimezzare” il numero dei parlamentari non gioverà in nulla al funzionamento del sistema; e che, guarda caso, accrescerà proprio quella dipendenza dei “peones”dai loro vari padroni che alimenta la protesta di tanti. Inutile dirlo perché qui c’è già la proposta pronta; introdurre, per legge, il meccanismo delle primarie per tutti gli incarichi elettivi. Proposta da prendere con le molle; anche e soprattutto perché sarà la pietra tombale sui partiti politici; sostituiti non dai “cittadini”, ma dagli attivisti (con i risultati dirompenti cui stiamo assistendo negli Stati Uniti).
E allora ha vinto Berlusconi? Nemmeno lui ha vinto. E non solo perché ha confermato, agli occhi del mondo, la sua fama di “pagliaccio”; ma anche perché ha confermato, agli occhi della nazione, la sua totale assenza di leadership (chi si muove, sin dall’inizio, con il solo intento di non colpire i suoi elettori, perde qualsiasi titolo per chiedere sacrifici agli altri). Come non ha vinto Bossi: dieci anni di bocconi amari per avere il federalismo e siamo a questo punto.
E però, questo sì, hanno vinto le loro idee. Ha vinto il populismo. Ha vinto la personalizzazione della politica con l’annesso rapporto perverso tra il capo di turno e i suoi seguaci. Ha vinto il suo odio per i corpi intermedi e per le istituzioni e le regole. Ha vinto la visione di un sistema politico basato sulla dissoluzione dei legami di solidarietà e delle strutture collettive in un contesto in cui ognuno si difende da sé, in una logica corporativa e affida le sue speranze ai suoi legami con il centro anziché ai suoi rapporti con gli altri. Ha vinto il disprezzo per la politica e i partiti visti o come residuati del passato o, peggio, come strutture parassitarie ed inutili.
E il populismo ha vinto non per la bontà delle sue idee o per la nettezza con cui sono state enunciate. Eravamo, e siamo rimasti, da questo punto di vista, alla chiacchiera da bar sport elevata a “comune sentire”. Il dramma è che queste “chiacchiere” non sono state contrastate da nessuno. Insomma, che in questa replica (che di questo si tratta) delle vicende dei primi anni novanta, la viltà – sì la viltà morale e intellettuale – delle vittime è ancora più grande di quella di allora e sicuramente maggiore della stessa stupida aggressività dei nuovi carnefici.
Saranno giorni sempre più difficili: per la sinistra e per la stessa democrazia. Difficile pensare ad una inversione di rotta nella corsa verso l’abisso, almeno nel breve periodo. Ma se è difficile agire, qui ed oggi, in modo efficace, almeno è possibile, anzi necessario, parlare. In particolare per noi socialisti.
Alberto Benzoni (avantidelladomenica.it)

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