Il Sì alla TAV, ha assunto una valenza che va ben oltre alla contrapposizione tra la presunta strategicità dell’opera e sua inopportunità, oggi i discrimini sono aumentati. Dalle manifestazioni di Torino, si sta consolidando uno spaccato trasversale, che pur per ragioni diverse, converge nel pretendere l’immediato proseguo: il rischio di isolamento dall’Europa, della regione Piemonte in primis e dalle altre regioni del Nord interconnesse dalla A4; la seconda è l’esigenza di attivare consistenti commesse per il settore della grande edilizia, che da oltre un decennio, patisce le conseguenze di: ritardi decisionali, condizionamenti burocratici e ripensamenti causati sia dall’indeterminatezza delle visione e sia per la necessità di appalesare discontinuità, tra le diverse maggioranze che si succedono al governo in merito alle strategie d’investimento nelle grandi opere infrastrutturali. Ultima, ma solo per ragioni di tempo è l’emergere di una presa di coscienza che interessi ed esigenze della ‘macro area’ del Nord, sono sempre più divergenti da quelli di molti altri territori del Paese.
Il No alla TAV o la sua derivata, la revisione del progetto, così come l’escamotage bisbigliato da parte della Lega, della possibilità di ricorre ad una consultazione popolare per l’avallo legittimante, non sono altro che l’evidenza di una mancanza di visione complessiva di dove dovrebbe indirizzarsi il Paese. La valutazione di strategicità o di inutilità di una grande opera, così come quelle per investimenti strutturalmente prospettici non sono altro che il derivato di ‘vision’ di dove voler indirizzare il Paese. Nelle governance, espressione di coalizione, diventa fondamentale la ricerca di compromessi per convergenze e complementarietà tra visioni diverse, ma nel caso dell’attuale maggioranza, ciò che manca non sono i compromessi, bensì le visioni: si procede solo con un colpo al cerchio e uno alla botte, rispettando più o meno il ‘contratto’, una specificità del provincialismo nostrano che esprime il decadimento politico del Paese-
In politica, la pratica del colpo al cerchio e del colpo alla botte, esprime il disimpegno dalla responsabilità generale, che imporrebbe il dovere di indicare la direzione nella quale si vuole portare il Paese, l’Italia ideale sulla quale si vorrebbe modellare quella reale, ma di tutto ciò in Italia, non vi è sembianza..
In ogni manuale che si rispetti , è ben evidenziato che le analisi costi e benefici, sono la corretta premessa per valutare iniziative in contesti socioeconomici noti e strutturati, collocabili in archi di tempo limitati al fine degli interventi oggetto di studio per trarne plausibili conclusioni. Diventa tempo sprecato e ingiustificatamente costoso indagare sulla TAV perché le conclusioni a cui si arriverebbe finirebbero per essere banali o peggio ancora, ispirate dal pregiudizio. ‘L’analisi di costi e benefici su infrastrutture secolari non hanno alcun senso, è un esercizio pseudo scientifico, che si presta ad ogni sorta di truffa, manipolazione e imbroglio ’ esclama l’ex preside della facoltà di architettura di Torino, il professor Matteoli.
Nella settimana testé conclusa, l’ISTAT ha certificato due dati negativi: l’impennata dello spread, alimentata più che da dati oggettivi, dall’insulsaggine e dall’irresponsabilità del provincialismo politico di cui soffre il Paese, che è costata la modica cifra di 1,7 miliardi, che avrebbero meritato una migliore destinazione; a seguire, che a Novembre il calo della produzione industriale è stato del 2,6%, e che quasi certamente anche Dicembre chiuderà col segno meno, e ciò significa, senza tanti giri di parole: recessione. Partendo da queste premesse, prevedere una ripresa nel primo trimestre 2019 è solo un azzardo, perché il quadro generale non induce a facili ottimismi. La Francia è alle prese con i suoi disordini interni, la Germania va peggio del previsto sia per il rallentamento dell’interscambio con la Cina e sia per le condivise imposizioni alla produzione dei diesel. L’Italia ne risentirà sia per la forte incidenza dell’interscambio con la Germania e sia per il sensibile impatto sull’export, da parte dell’automotive. Ulteriore fonte di preoccupazione, è il dato sul fermo degli investimenti, che al di là delle soggettività di pessimismo o ottimismo, è dovuto all’incertezza dell’indirizzo politico, confuso tra propensioni per la decrescita e miopia elettoralistica, che influiscono sull’andamento dello spread, che si ripercuote sul costo del credito. L’accordo con gli altri Paesi UE, tappa solo il buco del 2019, ma la recessione e l’assenza di una visione differenziata dei problemi del Paese, getta più di un serio allarme sugli anni 2020 e 2021.
Senza lo sforzo di una visione politica capace di produrre soluzioni efficaci nel medio e lungo e termine, sarà impossibile declinare congiuntamente, povertà ed emarginazione, paure di impoverimento, percezioni di non riuscire a crescere economicamente, conservare patrimonio e reddito senza alcuna responsabilità civica e sociale, il tentarlo rischia di diventare un pericoloso velleitarismo politico e sociale.
Non solo TAV, ma anche la Legge di Bilancio inducono nella convinzione che l’attuale Governo non sia in grado di rispondere sia alle sfide del nostro tempo e sia alle diversità geo sociali del Paese con il loro differenziale di esigenze. La Legge di Bilancio 2019-2021 è lungi dal proporre ricette di indirizzo economico, in grado di promuovere provvedimenti in grado di far coincidere la crescita della prosperità, welfare e giustizia sociale, e tende ad aggravare la qualità della vita nelle comunità strategiche per la crescita.
I sindaci del Nord accorsi Torino, sono stati portatori delle preoccupazioni che derivano alle loro comunità, dalla mancanza d’investimenti strutturali, mentre a Milano la sera prima, il Sindaco Beppe Sala, esprimendo la propria solidarietà alla vasta comunità di portatori d’interesse sociale e solidale convenuti, ha criticato i recenti provvedimenti del Governo, ispirati da un’autocrazia e un assolutismo, che ripudiano il principio del rispettoso confronto, con il sistema istituzionale del Paese. Nel forsennato nonché pericoloso sforzo di onorare i debiti elettorali, i provvedimenti che si assumono, sono orientati a privilegiare le singole frazioni del sodalizio a scapito delle comunità territoriali strategiche, condizionate da gestioni più complessa, sottraendo loro ulteriori risorse vitali a conservare la qualità che si erogano, e penalizzando chi agisce ‘ad aiuvandum’, nei servizi pubblici di prevenzione e assistenza alle emarginazione, di promozione e gestione della solidarietà, per di più aggravando la sicurezza delle comunità, aggiungendo ai problemi di gestione della complessa povertà presente anche quella ‘d’importazione’, senza peraltro offrire alcun contributo e decisioni che che ne aiutassero una gestione improntata alla pacifica convivenza.
Il Governo, sta ulteriormente aggravando la differenziazione delle specificità territoriali, amplificandone altre come quelle tra comuni grandi e comuni piccoli, più in ragione di ingiustificabili debiti elettorali che non da un impianto visionario, e tutto ciò non può che imporre una profonda riflessione sulla pressione disgregatrice in atto che, come si sa, è il primo propellente del potere autocrate.
Chi ha colto la gravità del contesto e il sindaco di Milano Beppe Sala, che pur anteponendo il principio di coerenza nel rapporto tra istituzioni, focalizza la matrice dei complessi problemi che comporta per il Paese. la strumentale sottovalutazione del successo acquisto da Milano nel globo. In un Paese necessitato ad essere presente nella competizione globale, le decisioni del Governo, producono profonde differenze in termini di produttività e di competitività tra i territori: il differenziale tra Nord e Sud e tra città e contado, non possono esser declinati in funzione degli interessi elettorali della Lega nazionalista di Salvini.
E’ illusorio ipotizzare che dal sottobosco della Lega, possa sbocciare il fiore serio per l’autonomia che occorre alla Lombardia e al Nord. Nessun progetto di autonomia che discrimini anziché ritenere indispensabile il ruolo strategico delle grandi città può essere funzionale a salvaguardare il Paese dal sindacalismo territoriale, e lo sarà ancor di più se le aspirazioni autonomistiche sono condite con la salsa unitaria delle ambizioni di Salvini.
La visione antitetica a quella di Salvini, è andata in scena a Milano, non a Torino, la vocazione europea e globale del Nord, non può che essere trainata da Milano e dalle altre città che stanno al centro dei processi di cambiamento, al fine di evitare che la declinazione di un’autonomia funzionale per il Paese e non sia quella tutelante dei privilegi e dei vizi territoriali. E’ solo nelle città che vi è quella visione ampia e corroborata da conoscenze che non si limitano ad esaurirsi nel richiedere il trasferire di funzioni al solo scopo di battere cassa a discapito di ogni principio di solidarietà nazionale.
Per Milano l’autonomia non è una novità, per la sua autonomia religiosa e non solo si batté, più in modo estemporaneo e un po’ velleitario il Vescovo Dionigi, ma alla fine fu sconfitto dagli ariani, però più in seguitoi venne da Trevi, Ambrogio, che riuscì ad affermare nonché a far riconoscere la legittimità del ‘Rito Ambrosiano’, un unicum della storia delle religioni.
Dopo aver dato prova di saper affrontare e vincere le sfide nelle quali si è cimentato, a Sala oggi compete l’indilazionabile impegno di sfidare le contraddizioni del Governo, a salvaguardia dell’autonomia di Milano, delle altre città della Lombardia e del Nord, in funzione di riscatto del Paese intero, partendo dai presupposti del Rito Ambrosiano: visione intraprenditrice e propensione solidale.
Beppe Merlo (lavocemetropolitana.it)

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