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BEATO IL POPOLO CHE NON HA BISOGNO DI EROI, MA DI TESTE PENSANTI

L’imbarazzante pastrocchio verificatosi con la presentazione delle liste in Lazio e Lombardia, con conseguente rattoppo presidenziale probabilmente ancor più imbarazzante, non tanto per i contenuti quanto, diciamolo, per una certa quale atmosfera da asilo infantile con la maestra costretta a sedare la lite per il balocco – ha cominciato prima lui, no è stata lei a picchiarmi….una roba da minus habens non solo della politica ma prima di tutto della vita – ha messo per l’ennesima, e forse più eclatante volta, il dito nella piaga che sta divorando questo moribondo paese. Se è vero, e certamente lo è, che i dilettanti allo sbaraglio del Pdl sembrano più adatti a partecipare alla Corrida con la sapida imitazione dei politicanti sciocchi, è altrettanto vero che, come è stato scritto da più parti e dunque non ci dilungheremo, quanto è accaduto ha messo in luce ciò che abbiamo sempre sostenuto, ovvero che i partiti nati per fusione a freddo di realtà diverse e per di più con un atto di cesarismo destinato ad esaurirsi con il suo stesso fondatore, sono nient’altro che l’estrema ratio del fallimentare e fasullo bipolarismo all’italiana che è in grado di produrre solo coalizioni acchiappavoti del tutto prive di basi progettuali ed ideali comuni atte a garantire una accettabile capacità di governare. Non è solo il Pdl a pagare questo scotto, perché abbiamo visto il Pd sgretolarsi sotto il peso di scelte sbagliate, vedi Delbono a Bologna, di primarie clamorosamente sconfessate, vedi Vendola in Puglia, di candidature che dividono invece di unire, vedi la Bonino nel Lazio, dunque ci pare di poter oggettivamente affermare che questo problema tocca profondamente i due principali schieramenti, mentre la Lega, le cui liste non per caso non conoscono problemi, è a tutt’oggi l’unica entità partitica che poggia su una certa identità e su un radicamento autentico sul territorio, piaccia o no l’unica realtà strettamente e diremmo anche schiettamente politica nel panorama di ectoplasmi che costituisce la scena italiana. Ma il dato più inquietante è un altro, e bisognerà pur prenderne atto, per cominciare almeno, si spera, a parlarne, ovvero che il consociativismo che ha dominato tutta la vita repubblicana italiana, traghettandosi tranquillamente indenne [..] [segue]

di Chiara Boriosi | 7 Marzo 2010

L’imbarazzante pastrocchio verificatosi con la presentazione delle liste in Lazio e Lombardia, con conseguente rattoppo presidenziale probabilmente ancor più imbarazzante, non tanto per i contenuti quanto, diciamolo, per una certa quale atmosfera da asilo infantile con la maestra costretta a sedare la lite per il balocco – ha cominciato prima lui, no è stata lei a picchiarmi….una roba da minus habens non solo della politica ma prima di tutto della vita – ha messo per l’ennesima, e forse più eclatante volta, il dito nella piaga che sta divorando questo moribondo paese. Se è vero, e certamente lo è, che i dilettanti allo sbaraglio del Pdl sembrano più adatti a partecipare alla Corrida con la sapida imitazione dei politicanti sciocchi, è altrettanto vero che, come è stato scritto da più parti e dunque non ci dilungheremo, quanto è accaduto ha messo in luce ciò che abbiamo sempre sostenuto, ovvero che i partiti nati per fusione a freddo di realtà diverse e per di più con un atto di cesarismo destinato ad esaurirsi con il suo stesso fondatore, sono nient’altro che l’estrema ratio del fallimentare e fasullo bipolarismo all’italiana che è in grado di produrre solo coalizioni acchiappavoti del tutto prive di basi progettuali ed ideali comuni atte a garantire una accettabile capacità di governare. Non è solo il Pdl a pagare questo scotto, perché abbiamo visto il Pd sgretolarsi sotto il peso di scelte sbagliate, vedi Delbono a Bologna, di primarie clamorosamente sconfessate, vedi Vendola in Puglia, di candidature che dividono invece di unire, vedi la Bonino nel Lazio, dunque ci pare di poter oggettivamente affermare che questo problema tocca profondamente i due principali schieramenti, mentre la Lega, le cui liste non per caso non conoscono problemi, è a tutt’oggi l’unica entità partitica che poggia su una certa identità e su un radicamento autentico sul territorio, piaccia o no l’unica realtà strettamente e diremmo anche schiettamente politica nel panorama di ectoplasmi che costituisce la scena italiana. Ma il dato più inquietante è un altro, e bisognerà pur prenderne atto, per cominciare almeno, si spera, a parlarne, ovvero che il consociativismo che ha dominato tutta la vita repubblicana italiana, traghettandosi tranquillamente indenne dalla Prima alla Seconda Repubblica, preoccupandosi solo di garantire la propria sopravvivenza attraverso una costante continuità nella conservazione, ha di fatto impedito ogni possibilità di ricambio non solo in senso generazionale, ma soprattutto in senso qualitativo. Se i partiti allevano servi sciocchi, peones che facciano numero in Parlamento ma che non influiscano in alcun modo sulle decisioni della Casta dei pochi che agisce indisturbata, rappresentando se stessa e le lobbies che la sostengono ma non i cittadini, i risultati sono quelli che vediamo oggi in forma talmente evidente da essere ridicoli, ma che già dovevamo vedere in un recente passato, se avessimo avuto l’accortezza di allungare lo sguardo oltre le cortine fumogene alzate dalla stagione del giustizialismo degli anni Novanta. La fine del sistema bipolare – perché tale era – della Prima Repubblica, fu infatti reso ancor più traumatico dalla evidente mancanza di persone qualificate, per preparazione, esperienza e capacità individuali, ad affrontare una crisi così grave che investiva non solo la politica ma l’intera vita sociale e civile di un paese e richiedeva qualità umane ed intellettuali non indifferenti per essere superata e rivolta positivamente in una nuova stagione di crescita democratica. Ma i partiti di allora, smantellati dalle inchieste e piegati dalla loro stessa decrepitezza congenita, non avevano nessuno in grado di fare questo, perché non avevano pensato a crescere teste pensanti, ma tutt’al più grigi burocrati di nessun peso né morale né intellettuale, del tutto incapaci di far fronte a qualcosa di più di una semplice navigazione quotidiana. Così ci fu chi si rifugiò nel fasullo mito della superiorità morale, per sfuggire ai conti da chiudere con il proprio passato, e chi invece fece del marketing politica, vendendo abilmente l’altro fasullo mito dell’innovazione e della “straordinaria” rivoluzione bipolare offerta al popolo, ma la carenza di qualità c’era e restava, e fino ad oggi ce la siamo portata, aggravata ed avallata da leggi illiberali che hanno escluso definitivamente i cittadini da ogni possibilità di partecipazione e di scelta. Certo, avremo potuto seguire l’esempio di paesi più avanzati e previdenti del nostro, come la Francia, dove dal 1872 le classi dirigenti si formano all’Institut d’etudes politiques de Paris, che fu fondato proprio per dotare la neonata Terza Repubblica di persone qualificate a governarla e che da allora costituisce un serbatoio altamente selezionato di politici di ogni livello atti a gestire la cosa pubblica francese. Ma evidentemente questa cultura della formazione politica, gestionale, individuale e meritocratica è del tutto sconosciuta al nostro Dna, che si fonda oggi più che mai sul clientelismo, sul familismo, sul lobbismo, ma soprattutto sull’aurea mediocrità della manodopera affatto qualificata ma molto consenziente, a tutto. Il fallimento totale ed irrevocabile della nostra politica, e di un intero paese, sta tutto qui: con buona pace di Di Pietro, non abbiamo bisogno di un Robespierre, ma neanche di un più sguaiato Masaniello, no, non abbiamo bisogno di eroi per un giorno o per una breve stagione, abbiamo invece purtroppo bisogno di quello che non abbiamo saputo ma, soprattutto, voluto crescere in tutti questi anni. Gente che valga, che abbia idee, capacità, coraggio ed abnegazione, che il senso dello stato ce l’abbia davvero e non solo nei discorsi elettorali, e che sappia agire e decidere con coscienza e sapienza, supportata dalla approvazione popolare e sottoposta al giudizio della stessa, con un voto valido e non solo formale. Non abbiamo nulla di tutto questo, dunque non abbiamo futuro, se per esso si intende una reale prospettiva di crescita qualitativa e costruttiva: non è un gran risultato, e le colpe hanno padri i cui nomi sono noti, uno per uno, a destra come a sinistra. Ma questo non ci consola, perché siamo tutti sulla stessa barca ed affonderemo tutti insieme, sotto il peso dell’ignavia di chi ha creduto e ci ha imposto di poter governare solo con la servitù: ma la libertà esige qualità, e prima o poi presenta il conto. Abbiamo appena iniziato a pagarlo, sarà una lunga liquidazione, e senza redenzione alcuna.

ChiBo

Pubblicato in : L'Angolo di Chi.bo

Info Chiara Boriosi

Chiara Boriosi, umbra di nascita e fiorentina di adozione, laureata in Lettere all’Università di Firenze con il Prof. Giorgio Luti, accanita lettrice, scocciatrice per vocazione, polemica di natura…insomma, Chi.Bo.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. puccio cartoni

    11 Marzo 2010 alle 08:54

    Beh ,Chiara ,sai bene che l’esempio francese poteva essere seguito dal Cesare Alfieri di Firenze (Scienze Sociali e Politiche),ove sotto l’indirizzo del prof Maranini , furono attivi tra gli altri anche quel prof Sartori che poi abbiamo trovato in giro per il mondo,od il prof Spadolini ( altro nome noto ).Tanto per citare qualcuno.
    Purtroppo ,nel nostro Paese ,la spinta massificante dell’equalitarismo ,con il voto politico e bestialità consimili, ha fatto strame di concetti come merito e qualità ; dilagando per tutto il nostro sistema di acculturazione.
    Adesso il Paese si trova in ritardo ed in affanno , e l’eloqio e le idee di un Di Pietro ,assieme alle virtuose e meritorie dimostrazioni quotidiane dei nostri “onorevoli” e “probiviri”, sono la perfetta esemplificazione della situazione nella quale ci troviamo.
    Mentre la “elezione” (termine attualmente fuoriviante ,obbiettivamente ) costituisce per quelli prima una “botta di vita” e forse poi ,in ultima istanza ,un impegno verso la res publica….anche se non è detto ! Quello che certo risulta ,è l’impegno al mantenimento della poltrona!

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