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Basta silenzi e attendismi sulla continuità al Quirinale e a Palazzo Chigi è il momento di assumersi le responsabilità.

di Enrico Cisnetto | 6 Dicembre 2021

Manca un mese e mezzo alla prima “chiama” del 18 gennaio per l’elezione del Presidente della Repubblica. Troppo, in una situazione normale, per pretendere che i protagonisti vengano già allo scoperto. Poco, maledettamente poco, in una situazione di impasse politica come quella che stiamo vivendo, per non esigere che la partita si giochi senza carte coperte. Tanto più di fronte ad una possibile riapertura dell’emergenza sanitaria e al fatto che ci stiamo giocando tutto, rischiando l’osso del collo, sul fronte dell’avvio concreto dei progetti del Pnrr. Per questo è necessario fare appello al senso di responsabilità di ciascuno, in primis il Capo dello Stato uscente e il presidente del Consiglio, affinché sia sgombrato il campo dai tatticismi e dalle furbizie (da quattro soldi) di cui i partiti stanno dando prova senza risparmio.

In prima battuta, sarebbe utile che Draghi si pronunciasse sulla questione Quirinale. Fin qui, comprensibilmente, non lo ha fatto per rispetto a Mattarella. E non era solo una questione di bon ton istituzionale. Ma ora è opportuno uscire dal riserbo e dire se ha o meno l’intenzione di proseguire nel suo attuale lavoro a palazzo Chigi. Non occorre parlare del Colle, basterebbe fare chiarezza circa le sorti del governo. E Dio solo sa quanto ce ne sia bisogno. Certo, la legge di Bilancio andrà in porto entro fine anno, pur condizionata da calcoli elettorali che l’hanno resa troppo simile alle finanziarie del passato, e il programma vaccinale relativo alla terza dose è avviato, ma ci sono i cantieri del Pnrr da aprire, ci sono le famose riforme strutturali (ben 23) da finalmente realizzare, e c’è un assetto europeo, in attesa delle elezioni francesi e ora che la Germania varerà il nuovo governo in un contesto politico inedito (Cdu-Csu all’opposizione e i liberali alleati con Spd e Verdi), che va consolidato. Draghi intende essere ancora della partita, o ritiene (legittimamente, sia chiaro) che il suo servizio al Paese sulla impegnativa e logorante tolda di palazzo Chigi sia in qualche modo esaurito?

Non c’è dubbio che le forze di maggioranza abbiano radicalmente modificato atteggiamento rispetto alla fase iniziale dell’esecutivo, caratterizzata dalla assoluta insindacabilità delle decisioni del presidente del Consiglio: le forti resistenze al cambiamento mostrate un po’ da tutti in nome di interessi di bottega o, peggio, di beghe dentro e tra i partiti – tali da aver indotto il presidente della Confindustria, Carlo Bonomi, a lanciare l’accusa “stanno inceppando Draghi”, con annesso allarme sui fondi europei – hanno rallentato vistosamente il cammino del governo e reso più fragili le sue prospettive. Basti pensare ai 6.290 emendamenti presentati in commissione Bilancio al Senato, di cui “soltanto” 785 sono a firma dell’unico partito di opposizione, Fratelli d’Italia. Tutti gli altri sono tutti varianti richieste dalle forze di maggioranza con in testa, può sembrare strano ma è così, Forza Italia, che divide con il Pd, che è terzo in questa speciale classifica di “correttori di tiro”, la palma di forza più vicina al presidente del Consiglio. Anche se una volta “scremati” gli emendamenti si ridurranno a meno di un migliaio si tratta comunque di una mostruosità. Pericolosa, nella misura in cui in ballo ci sono temi di bandiera, come la flat tax per gli autonomi proposta dalla Lega – che la vuole pagare togliendo risorse al reddito di cittadinanza voluto dai 5stelle – o la semplificazione del superbonus e il taglio dei costi dell’energia, indicati dal Pd, che sono altamente divisivi.

Il tutto all’insegna della spesa pubblica senza freni – uno sport praticato da decenni e che oggi trova sostegno nello sdoganamento del debito pubblico per far fronte alla crisi provocata dalla pandemia, senza capacità di discernere il debito “buono” da quello “cattivo” – che è la vera fonte del populismo, come ha mirabilmente scritto Alberto Brambilla sul Foglio. Cioè esattamente quello che Draghi al governo avrebbe dovuto combattere. Cosa che è andata via via attenuandosi negli ultimi mesi, con il crescere della conflittualità e l’inclinazione del capo del governo alla mediazione, il che ha fatto bene alla stabilità formale ma ha finito con l’alimentare l’instabilità sostanziale, visto che leader politici deboli si sono sentiti incoraggiati ad alzare continuamente la posta.

Tuttavia, non può essere sottaciuto che questo crescere della sindacabilità di Draghi è andato di pari passo con il suo eloquente silenzio sulla questione quirinalizia, che non poteva e non può che apparire come una dimostrazione dell’esistenza di sue ambizioni in merito. Per questo mi sono permesso di dire che è venuto il momento di parlare. E, non essendo ingenuo né volendomici atteggiare, lo dico (anche) nel suo interesse. Insomma, se Draghi intende davvero tenersi aperta la strada per il Quirinale, deve rendere esplicita questa intenzione costruendo le condizioni del suo “dopo” a palazzo Chigi, in modo da tagliare le unghie al partito – minoritario ma esistente – delle elezioni anticipate. Se invece egli intende proseguire nel suo impegno attuale, lo faccia sapere in modo sia da sgombrare dal tavolo tutte le speculazioni che aleggiano sul suo presunto trasloco al Quirinale, sia, soprattutto, tacitare le richieste di ogni tipo che in modo esponenziale tutti si sentono nella condizione di avanzare al governo. D’altra parte, un presidente del Consiglio che si presume candidato in pectore alla presidenza della Repubblica è inevitabilmente esposto alle pressioni di chi suppone di poter sfruttare ai propri fini quella ambizione. E lo è molto di più rispetto a colui che, invece, avesse reso esplicita la sua intenzione.

A fronte di ciò che è legittimo aspettarsi da Draghi, c’è anche ciò che, non meno legittimamente, è opportuno che faccia Mattarella. Da tempo vado ripetendo che, pur essendo perfettamente comprensibile e per molti versi apprezzabile che l’attuale inquilino del Quirinale non voglia ripetere quanto fatto dal suo predecessore, c’è una ragione istituzionale, e quindi oggettiva, che può – e dovrebbe – spingerlo a rendersi disponibile ad un mandato bis. Si tratta della modifica che il corpo elettorale del Presidente della Repubblica subirà tra un anno, quando con la fine della legislatura numero di parlamentari sarà decurtato di un terzo. Un cambio – contro il quale mi sono opposto, ma che tuttavia è passato sia al vaglio delle Camere che alla verifica referendaria – che rende opportuno attendere il dopo elezioni del 2023 per individuare il “nuovo” presidente. Naturalmente il mandato bis sarebbe pieno, come prevede la Costituzione, ma è chiaro che il riferimento a questa motivazione istituzionale indicherebbe implicitamente la data di scadenza del nuovo mandato. Ora, si è aggiunta anche un’altra motivazione, che si somma a quella che da mesi vado indicando: la proposta di un paio di parlamentari (di peso) del Pd di abolire il semestre bianco e nello stesso di indicare la non immediata rieleggibilità del Presidente della Repubblica uscente. Anche questa novità istituzionale, che per passare al vaglio parlamentare richiede un tempo più lungo del mese e mezzo che ci separa dal prossimo voto quirinalizio, se tutte le forze politiche dovessero mostrarsi favorevoli, renderebbe ancor più opportuno un bis di Mattarella, perché se cambiano le regole d’ingaggio del Capo dello Stato, è bene che ciò avvenga prima che s’insedi per sette anni un nuovo inquilino al Quirinale, non subito dopo.

Insomma, Mattarella ha davanti a sé tutte le motivazioni per obbedire al dovere di accettare quella che sarebbe una proroga del suo mandato (anche se non formalmente). E se ha intenzione di piegare la sua personale intenzione di riposarsi, che in queste settimane ha reso più che mai esplicita, alle superiori esigenze istituzionali che ha di fronte, sarebbe opportuno farlo intendere con chiarezza. Il Paese ha assolutamente bisogno che il fronte della stabilità prevalga, e chi è nelle condizioni di rispondere a questa esigenza lo faccia al più presto, tagliando le gambe alle speculazioni irresponsabili. E pazienza se a questo risultato si arriva per effetto di quello che Stefano Folli ha chiamato “equilibrio delle impotenze”, in base al quale al grosso dei partiti sta bene trattenere Draghi a Chigi non per il bene dell’Italia ma perché si sono accorti che è l’unico in grado non solo di reggere questo governo e mettere insieme questa maggioranza di (pur fittizia) unità nazionale, ma di costituire l’unico governo e l’unica maggioranza possibili prima di andare al voto. Dopo il fallimento delle due alleanze di governo emerse dalle elezioni del 2018, che ha consumato la residua credibilità delle forze politiche che le hanno animate, Draghi rappresenta per il sistema politico in default, e per il Paese che affronta emergenze epocali, l’unica e ultima spiaggia. Sara bene che tutti, a cominciare da lui stesso, ne prendano atto. È ora di rompere i silenzi e riporre gli attendismi.

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, capo del governo, capo dello stato, commissione, confindustria, costi, costituzione, crisi, debito pubblico, draghi, elezioni, fallimento, fine anno, fini, germania, governo, italia, la germania, lavoro, lega, legislatura, Liberali, merito, nuovo governo, opposizione

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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