• Passa al contenuto principale
  • Skip to after header navigation
  • Skip to site footer

Iscriviti alla newsletter

  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
Pensalibero.it, Informazione laica on line

Pensalibero.it, Informazione laica on line

Quotidiano on line indipendente di area laica dove parlare di politica e tanto altro

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

Barr: ministro di Giustizia per l’America o per Trump?

Barr in effetti ci dà tutte le impressioni di essere divenuto un ministro di Giustizia di parte senza riflettere l’autonomia necessaria della sua carica.

di Domenico Maceri | 15 Aprile 2019

Jeff Sessions era stato uno dei primi fra i leader repubblicani a offrire il suo supporto a Donald Trump durante la campagna per le primarie repubblicane  nell’elezione del 2016 ed era stato “ricompensato” ottenendo l’incarico di ministro della Giustizia.  Poco tempo dopo l’insediamento di Trump a presidente e l’inizio dell’indagine di Russiagate sull’interferenza russa nell’elezione, Sessions si è ricusato per l’ovvio conflitto di interessi.

Il 45esimo presidente non ha gradito questa decisione di Sessions dicendo in non poche occasioni di non avere “un ministro di Giustizia” e che se Sessions lo avesse informato della sua ricusazione non lo “avrebbe nominato”. Trump ammetteva in termini chiarissimi che il ministro di Giustizia lavora per lui e il suo ruolo consiste di proteggerlo. Il 45esimo presidente non sembra o non vuole capire che il ruolo del ministro di Giustizia consiste di tutelare tutte le leggi, specialmente quando vi possano essere trasgressioni dall’inquilino alla Casa Bianca.

Trump ha trattato Sessions  come tanti altri suoi collaboratori. Quando non lo soddisfano, li licenzia, anche se prima li sottomette a insulti spesso pesanti. Lo ha fatto ovviamente, come abbiamo scritto in queste pagine, anche con Sessions, deridendolo in tipica maniera trumpiana e accusandolo di essere poco intelligente. Alla fine, il licenziamento nel mese di novembre dell’anno scorso e la nomina temporanea di Matt Whitaker.

Whitaker si era spianato il cammino al nuovo incarico con non pochi interventi televisivi in cui aveva attaccato la legittimità dell’inchiesta del Russiagate e la nomina di Robert Mueller a procuratore speciale, attirando l’attenzione di Trump, vorace seguitore di programmi televisivi. La nomina di Whitaker, anche se ad interim, aveva causato timori poiché avrebbe potuto chiudere o almeno ostacolare le indagini del procuratore speciale. Il vero pericolo però a queste indagini lo ha rappresentato il successore di Whitaker, William Barr, nominato da Trump a ministro di Giustizia nel mese di dicembre del 2018 e confermato dal Senato nel mese di febbraio di quest’anno con voti principalmente repubblicani (54 sì, 45 no, tre dei “sì” voti democratici).

Barr aveva ottenuto la nomina con una metodologia simile a quella di Whitaker facendo in effetti “un provino”. Barr si era incontrato con Trump nel mese di giugno del 2017 ma non aveva accettato l’incarico di divenire avvocato personale di Trump. Un anno dopo però Barr ha inviato un dossier di 18 pagine alla Casa Bianca dove chiariva le ragioni legali per cui il presidente degli Stati Uniti è “il potere esecutivo” ma anche i motivi per cui le indagini di Mueller dovrebbero essere bloccate poiché basate su speculazioni dei mass media.

Dopo la nomina e la conferma Barr si è rivelato il tipo di ministro di Giustizia che fa al caso di Trump. La prima prova è stata offerta da Barr con le sue quattro pagine di commento sul rapporto del Russiagate che Mueller gli aveva consegnato dopo 22 mesi di indagini. Barr ha sintetizzato il rapporto, annunciando che il procuratore speciale non aveva provato collusione fra la campagna di Trump e i russi. Sulla questione di ostruzione di giustizia però la lettera di Barr cita una parte del rapporto spiegando che il presidente non “è esonerato completamente”.

Trump e i media hanno interpretato la frettolosa analisi di 400 pagine come grande vittoria per lui perché non è stato incriminato, aggiungendo legna al fuoco che le indagini di Russiagate erano iniziate come caccia alle streghe, frase ripetuta alla nausea dall’attuale inquilino alla Casa Bianca. L’analisi di Barr è stata criticata da pochi ma ha sorpreso però la reazione di alcuni membri della squadra di Mueller i quali hanno  dichiarato al New York Times e il Washington Post che l’evidenza sull’ostruzione era “allarmante e significativa”, molto più pericolosa di ciò che Barr aveva dato ad intendere. Inoltre, sempre secondo fonti di questi giornali, la squadra di Mueller aveva preparato riassunti delle diverse parti del rapporto da rilasciare al pubblico immediatamente. Barr però ha preferito fare la sua breve analisi che odora di poca obiettività.

I democratici hanno richiesto che tutto il rapporto di Mueller venga reso pubblico per poterci vedere chiaro senza dovere dipendere dalla “traduzione” sospetta di Barr. Il ministro della Giustizia ha promesso che rilascerà il rapporto di Mueller ma dovrà prima censurare alcune parti per ragioni di sicurezza nazionale e per proteggere altre indagini ancora in corso. I presidenti di parecchie commissioni alla Camera, dominata da democratici, stanno mettendo pressione per il rilascio dell’intero rapporto e si è anche parlato di costringere Barr mediante subpoena, citazione in giudizio per forzargli la mano.

Barr nelle ultime dichiarazioni avvenute in recentissime testimonianze alla Camera ha continuato ad insistere che il pubblico e il Congresso vedranno la versione del rapporto con i dovuti omissis. Barr ha anche continuato insinuando che l’origine dell’inchiesta di Russiagate è sospetta e che ha già in mente un gruppo di investigatori per andare a fondo onde determinare se vertici della Fbi, come l’ex direttore James Comey e il suo vice Andrew McCabe,  hanno agito in modo appropriato. Queste dichiarazioni di Barr saranno state musica per le orecchie di Trump che sin dall’inizio ha etichettato le indagini sul Russiagate come corruzione del dipartimento di Giustizia.

Barr in effetti ci dà tutte le impressioni di essere divenuto un ministro di Giustizia di parte senza riflettere l’autonomia necessaria della sua carica. Rispondendo a una domanda nella sua recente testimonianza alla Camera, Barr ha dichiarato che la Casa Bianca non ha richiesto di partecipare alle modifiche del rapporto dietro richiesta di privilegi esecutivi. Trump ha completa fiducia in Barr. Finalmente ha trovato il “suo” ministro di Giustizia.

Domenico Maceri

Pubblicato in : EditorialeTag: casa bianca, conflitto di interessi, dichiarato, giornali, mass media, new york times, primarie, stati uniti

Info Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Interazioni del lettore

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sidebar

Iscriviti alla nostra Community WhatsApp

Ultimi commenti

  • Anna La Mattina su Sánchez chiude il ciclo e porta la Spagna alle urne: la casa fa saltare la maggioranza!
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Luca Bagatin su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Salvatore D'ostuni su L’habitat che ci pensa dentro
  • Luca Bagatin su La rivoluzione del lavoro e la fine del socialismo novecentesco
  • Luca Bagatin su L’aggressione russa alla democratica Ucraina: una guerra dimenticata
  • Puccio Cartoni su Il ricatto della storia: firmare o sparire
  • Cesare Valletta su L’Italia che ripudia la guerra ma finanzia chi la alimenta: la frattura che violenta la Costituzione

Argomenti

aduc anni berlusconi cina commissione consenso conti costi costituzione crisi democrazia dichiarato elezioni euro europa firenze francia futuro germania giovani governo italia lavoro lega mercato merito milano mondo movimento nato natura notizia parlamento pd persone processo renzi repubblica roma scuola soldi stati uniti sviluppo toscana usa

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Pensalibero.it

REDAZIONE

Direttore Responsabile
ad interim
Cesare Mannucci

Vice Direttore
ad interim
Claudio Tirinnanzi

WebMaster
Claudio Tirinnanzi

redazione@pensalibero.it

Rimani aggiornato

Attraverso la nostra newsletter riceverai settimanalmente tutti i nostri aggiornamenti

Iscriviti ora

Chi siamo

  • Chi siamo
  • Credits
  • Autori
  • Accesso autori

Note

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Copyright 2004 © Tutti i diritti riservati. Iscrizione al Tribunale di Firenze n. 5418 del 21-4-2005. I contributi al sito non sono retribuiti