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Barka dei casamonica

di Giuseppe Mele | 8 Novembre 2015

La Barka è l‘opera che, dall’ottobrina XI giornata d’arte contemporanea fino a gennaio, caratterizzerà il museo  romano Maxxi. Un barcone stile Malavoglia, posto in mezzo alla hall di  accesso alle sale, fatto di centinaia di scarpe incollate. Sandali, scarpe sportive, ciabatte da mare, pochi scarponi balcanici, moltissimi colori plastici accesi, stivaletti accatastati, incollati e sovrapposti, sulla forma della barca, dalla mano di Sislej Xhafa, kossovaro di Broccolino, New York. Evidentemente riferita alle emergenze sbarchi immigratorie, l’opera venne pensata ai tempi dell’esodo africano del 2011 a Lampedusa; promossa dalla solita Galleria Continua di San Gimignano ed ora concessa in comodato dalla Nomas Foundation, alias i romanissimi fratelli Sciaretta. Nomas è un logo omaggio al berberismo nomade sahariano anche se il business dei fratelli, tra un’esposizione, una ristrutturazione e l’altra, poggia sul wellness di trattamenti e massaggi orientali della società Kami, ambient scintoista alle spalle di Piazza Barberini. A nessuno comunque guasta il mercato captive offerto dal Maxxi, rinato a fondazione di ricerca per giustificare lo stipendio della presidente Melandri, finora protetta dal ministro Franceschini dai risvolti della vicinanza all’arrestato Odevaine. Nel decentrato spazio museale, ogni cosa, dalla progettazione dell’irakena Zaha Hadid all’onnipresente Anish Kapoor, dal kossovaro ai tanti anonimi cinesi, ricorda quanto oggi l’arte contemporanea si identifichi nel nuovo terzomondismo chic. Come a casa della bionda presidentessa ex ministra e deputata, la cui sorella Elisabetta presiede l’onlus Cies che in 30 anni si è fatto anche un suo Centro archivistico immigratorio dietro il Colosseo. Le scarpe, però, sono un’entrata fallosa in area di rigore per l’arte calzaturiera, cosa italiana portata in tutto il mondo da emigrati nostri come il siciliano Ferragamo. In Italia, per prima cosa. si guardano le scarpe e due mocassini in morbida pelle giustificano qualunque look trasandato. E proprio le scarpe, troppo belle, spesso hanno fatto dubitare dello stato di bisogno degli immigrati sbarcati in nome della disperazione. A ben guardarla, la Barka ha qualcosa di familiare. Ricorda i tanti oggetti rastrellati dai cassonetti dall’esercito nomade romano intento al suo riciclo della rottamazione altrui. A migliaia cercano scarpe tra l’immondizia ed a quanto pare le trovano, a parte ovviamente i tacchi a spillo, incettati dai trans. In effetti l’unica scarpa mancante nella Barka è proprio il tacco 12. Evocatrice di mondi lontani, l’opera si rivela come cosa locale, anima del terzomondo da sempre presente dei rastrellatori, rottamatori, rivenditori del mondo Casamonica. Avevano bisogno di alias per poter presentare un’attività più che artistica, da fiera commerciale. In omaggio alla Barkamonica, l’Enel, ultimamente sempre in soccorso governativo, è entrata in Fondazione Maxxi, destinandole 1,8 milioni in tre anni, forse anche grazie al nuovo metodo di riscossione del canone Rai. E magari per sostituirsi, in caso di diluvio epocale, alle ultime esodate ed emigrate dalla politica. Che hanno pronta la scialuppa dove imbarcarsi.

Pubblicato in : ArteTag: 2011, anni, franceschini, italia, mare, mercato, mondo, rai, rottamatori, rottamazione, trattamenti

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

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