Un’ azione quasi meccanica: entri nel bar e ordini un caffè. Magari guardando il giornale o parlando al telefono. E poi ti affidi alla barista o al barista per cominciare bene o meno bene la giornata. Perché è al barista che affidiamo i nostri primi sentimenti, le nostre prima ansie, i nostri primi quesiti.
Da come è andata con il barista o con la barista dietro il banco la mattina presto o meno presto per il caffè o il cappuccino dipendono buoni pezzi della giornata. Diciamocelo: il barista è il nostro primo inconsapevole ( a volte consapevolissino) terapeuta.
Se abbbiamo voglia di parlare ci risponde con le note amenità dal tempo al traffico, dal runore alle immondizie; se non abbiamo tempo o voglia ci cura con lo sguardo e indicandoci senza parlare dov è la polvere di cacao o il cornetto che preferiamo. Ci capisce a vole come la mamma.
Se ci vede imbronciati è capace di una battuta o anche di stare zitto o zitta e rimandare la conversazione alla seconda puntata. Anche gli psicologi sanno della forza psicologica del barista che può mettere di buono o cattivo umore un intero gruppo e noi singolarmente. Una forza.
La psicoterapeuta bolognese Caterina Ferraresi ha usato questa figura come titolo del suo ultimo libro a tratti molto ironico ed autocritico sulla forza e sulle debolezze della psicoterapia: “L’elogio del barista” Corbaccio editore. Di riflessioni semi serie sulla inutilità della psicoterapia c’è spesso bisogno per capuire quando è utile.
La seria ironia dell’autrice si incontra subuto : «Qualcuno – non ricordo chi – ha detto: se hai un problema puoi fare tre cose, parlarne con il tuo barista, andare in analisi o tenertelo per te. Il risultato alla fine sarà lo stesso.». Barista come occasione di incontrare sé stessi e di riflettere sulle conseguenze del litigio con la propria sorella o se è stato risolto il conflitto di venti anni prima con il compagno di banco a cui non facevamo copiare la soluzione del problema.
Ho incontrato Caterina Ferraresi per presentare il suo libro e due cose devo dire mi hanno molto colpito: la già citata seria ironia con cui tratta storie anche delicate di conflitti e disagi e la chiarezza disarmante delle descrizioni.
“Credo, mi ha detto, che non ci sia un rapporto più complicato al mondo di quello tra sorella e sorella. E io non ho sorelle”. Il messaggio chiave è in qualche maniera semplice e universale : il disagio esistenziale o l’infelicità, l’incapacità di vivere bene la propria vita possono derivare da traumi più o meno profondi, o da personalità particolarmente complesse, ma attenzione a non far diventare queste cause delle scuse per arrendersi, prima ancora di cominciare a voler cambiare in meglio la propria vita. Inutile che vieni da me, mi dice la Ferraresi,e pensi di affidare tutta la tua vita a me. Come esci da questo studio riprenditela in mano.
Caterina Ferraresi invita tutti a non perdere di vista il concetto chiave: la nostra responsabilità per ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. «Perché la vita sia una cosa leggera, da intraprendere con passo lieve e con il cuore puro.» . Come quando entri la mattina dal barista e ordini “un caffè grazie”.
Fabrizio Binacchi

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