Con la banda larga in rete devo pretendere cervelli larghi dietro la scrivania, menti larghe alla cattedra, neuroni a specchio a gogo agli sportelli. Altrimenti questa banda sedicente ultra larga rischia di diventare una banderuola.
Finalmente la banda ultra larga anche in Italia per navigare più velocemente in internet. Annuncio in pompa magna dello stesso presidente Renzi: finalmente cambiamo verso anche nel difficile e delicato mondo della rete. Decisione meritoria del Governo che ri-finalmente fa imboccare al Paese una strada di modernità e innovazione.
Lo sanno bene le aziende, gli uffici, le organizzazioni che navigare e trasmettere dati a 5 mega non è come trasmettere e ricevere a 100 mega. Ma tant’è siamo arrivati al 2015, a vent’anni dai primi italici vagiti dei “www” ma per alcune regioni italiane saremmo ancora all’abc.
Il problema della banda larga tuttavia non si esaurisce con gli investimenti e le infrastrutture tecniche e tecnologiche ma investe anche i cervelli non elettronici ma più semplicemente e miracolosamente biologici degli umani che dovranno utilizzare la banda larga. Vedo già i titoli: a che serve la banda ultra larga se i cervelli rimangono stretti?
Tradotto: serve eccome fare investimenti di miliardi di euro per adattare la nostra infrastruttura di comunicazioni di rete agli standard evoluti americani ed europei ma serve servirebbe anche formare, riformare, adeguare, innovare i sistemi mentali delle persone che navigheranno nell’ ultra largo. Altrimenti il rischio sarà quello di perdersi.
Bene dunque la banda extra large ma progettiamo subito una campagna di preparazione dei milioni di bipedi con discernimento informatico adibiti a dare un senso alla banda stessa.
Penso a due particolari e giganteschi settori del nostro sistema Paese che con la banda ultralarga potrebbero fare giravolte epocali in fatto di modernità a patto che facciano le giravolte giuste gli operatori di quei settori: la scuola e la pubblica amministrazione.
Solo nella pubblica amministrazione tra vecchie pratiche e nuovi sistemi sarebbe una rivoluzione: pensate ai documenti e alle dichiarazioni on line, pensate alle videochiamate per risolvere i problemi che ora costano ore e ore di fila allo sportello, pensate alle spedizioni digitali al posto delle consegne materiali di faldoni e di facciate di documenti e allegati; pensate alla riduzione di tempi e costi per spostamenti che una volta si facevano con furgoni, camion, auto, gru di casse di carta e raccoglitori che ora possono diventare un po’ di giga di memoria, se non soli mega.
Per non parlare del mondo “scuola”: consultazioni e collegamenti on line sempre aperti, discussioni di gruppo in collegamento, realizzazione di studi e ricerca con tutor presenti in remoto e immediatezza delle risposte, le lavagne digitali in rete, le piattaforme di consultazione per gruppi omogenei o per materia, uno stargate governato e consapevole della conoscenza per classi di interesse e non solo di età.
Idea vecchia vecchissima quella della classe per anagrafia che la banda ultralarga potrebbe spazzare via, che fa anche rima. Insomma la banda ultralarga non è solo una scommessa economica e tecnologica ma deve essere un investimento culturale e antropologico. Una mutazione neurogenetica dell’approccio al dato e alla sua trasmissione, alla relazione con il mondo che dovrà essere rivoluzionata. Pensate ad esempio che noi ci riempiamo ancora la bocca con i nativi digitali quando abbiamo già generazioni di adolescenti navigati (consiglio, a tal proposito, l’ultimo libro di Matteo Lancini “Adolescenti navigati” Erickson editore).
Con la banda larga in rete devo pretendere cervelli larghi dietro la scrivania, menti larghe (piene di pensiero laterale) alla cattedra, neuroni a specchio a gogo agli sportelli. E via di seguito
Altrimenti questa banda sedicente ultra larga rischia di diventare una banderuola di promozione e immagine. Che serve solo a fare copertine e titoli roboanti e non risolve il problema vero dell’innovazione: che sta nel neurone non nel bit.

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