Mi fu chiara l’inutilità di una gonna vedi-non-vedi se non sapevi fare vedi-non-vedi.
In fatto di dimestichezza nei rapporti con l’altro sesso avevo scelto uno peggio di me, ma ero terribilmente attratta dalla sua alterigia. Si sentiva investito di grandi doveri e grandi responsabilità. Fratello maggiore di quattro, si comportava come un cane da pastore, ma lo sguardo era quello del lupo. Ero invaghita di lui, della sua sicumera, di come fosse capace di snobbare il mondo tutto (per me, era un gran figaccione).
Cosa avrei dovuto fare a quel punto, rimaneva un assoluto mistero.
Dopo settimane di circospetta indecisione, pensai di lanciarmi senza paracadute e giungere ad una qualche conclusione. Usai quella che credevo potesse rivelarsi l’arma finale: fu la mia prima volta con una minigonna. Me la prestò mia cugina. Quando mio padre mi vide uscire di casa, capì che ero alle corde. Alle prese con qualcuno di (veramente) duro da conquistare, altrimenti non lo avrei fatto. Mi guardò con tenerezza (non con la solita complicità tra padre e “maschiaccio”). Aveva capito a cosa stavo andando incontro.
Quella sera camminavo a gambe strette e non mi sarei chinata neppure se mi fosse caduto un lingotto d’oro. Non mi sedetti per ore. Ballavo come un bastone. Lui non mi degnò di uno sguardo. Io feci altrettanto. Fu terribile. Un insuccesso di dimensioni clamorose.
Capii, sulla mia pelle, che (come per i pneumatici) la potenza è nulla senza il controllo. Capii che non serviva mostrare le gambe se rimanevi un pezzo di legno. Mi fu chiara l’inutilità di una gonna vedi-non-vedi se non sapevi fare vedi-non-vedi. E poi i gesti. Tutte quelle mani delle mie amiche che si muovevano articolando battute, coprendo sorrisi e risatine, rincorrendo bracciali, muovendo capelli, toccando orecchini. I loro smalti. I fiocchi. Il trucco. Ero una scimmia alla prima della Scala. Umiliante.
Il ritorno a casa fu terribile. Per tre giorni divenni intrattabile. Solitamente ero solo un’attacca brighe, peggiorai trasformandomi in un cinghiale inferocito.
Fu allora che mio padre si arrese all’idea che la sua bambina fosse cresciuta e che avesse (ora) una femmina per figlia. E se proprio doveva essere, tanto valeva esserlo in modo intelligente (pensò lui). La sua forza era questa: capire le situazioni, indicarmi delle opzioni. Passammo una (bellissima) serata a parlare di cosa fosse la femminilità e fu in quella occasione (come raccontai) che decise di mostrarmi un grande film: “Il caso Thomas Crown” e mi spiegò che avrei potuto ispirarmi a lei: Vicki Anderson (Faye Dunaway). La scelta era azzeccata. Non poteva che propormi una sgobbona, ambiziosa e smaliziata, che usava la femminilità senza crederci fino in fondo. Una libera giocatrice della gonna e del rossetto in assetto da guerra, indisponibile a cedere alla forza di nessuno (tanto meno di un uomo). Infondo, sarei stata io dieci anni dopo.
Sul problema impellente non seppe dirmi gran che, se non sii te stessa. Aggiungendo che non ero una ragazzina convenzionale. Tanto valeva non nasconderlo. Lo presi alla lettera.
La sera successiva mi rimisi i pantaloni macchiati, le scarpe da ginnastica e la maglietta sdrucita, mi sedetti sulle sue ginocchia. Lo guardai. Sorrisi. E aggiunsi solo: “Ora baciami”. E lui lo fece. Ricordo quel bacio. Fu il primo per me (e durò un paio d’ore).
Da allora non ho mai smesso di chiedermi cosa fosse importante (come donna), e cosa avrei dovuto cedere alle necessità della mia femminilità. La lista è stata lunga: comprendeva i capelli sporchi di terra; le scarpe da puzzola; le risse in un campo da calcio e tanto altro.
Lo incontrai anni dopo. Eravamo grandi. Bevemmo in un pub nei pressi di Cannon Street. Tutti e due con le nostre storie sentimentali in corso. Disse che una donna in gamba, per lui, non aveva le palle. Perché non le aveva. Era quello il punto nodale. Una donna in gamba, per lui, lo era non a prescindere dalla sua essenza femminile, ma lo era in forza di quella stessa essenza. Fu la più sintetica ed efficace definizione di femminismo che sentii da un uomo.
Aggiunse anche che era dispiaciuto di avermi conosciuto troppo presto.
Non dissi nulla, ma era così davvero. Tre anni dopo, al suo matrimonio, non m’invitò. Mi fece arrivare solo una rosa ed un biglietto d’addio. La parentesi era chiusa. Sua figlia si chiama come me.
A Fiumicino (pronta al Gate)

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