
Dal 12 luglio circa 850 autovelox, sui poco più di 4 mila censiti in Italia, non possono più essere utilizzati per rilevare la velocità e fare multe. Potranno tornare in funzione dopo aver superato i controlli previsti e ottenuto l’omologazione dal ministero dei Trasporti.
La vicenda è ben spiegata da un articolo apparso su il Post di Luca Sofri.
La questione nasce da un vuoto normativo durato oltre trent’anni. Per molto tempo “approvazione” e “omologazione” sono state considerate equivalenti. Dal 2022, però, la Cassazione ha chiarito che si tratta di procedure diverse e che le multe elevate con apparecchi non omologati possono essere annullate. Da qui migliaia di ricorsi.
Il nuovo decreto prova a mettere ordine: definisce la procedura, assegna al ministero il compito di rilasciare l’omologazione e considera automaticamente conformi 25 modelli già in uso. Così circa 3.150 dispositivi continueranno a funzionare, mentre gli altri 850 dovranno essere fermati e verificati.
Ma il problema potrebbe non essere risolto per il semplice fatto che il governo è intervenuto con un decreto ministeriale, cioè con una norma secondaria, mentre la distinzione tra approvazione e omologazione è contenuta nel Codice della strada, dunque in una legge. Diversi giuristi ritengono perciò che i ricorsi continueranno.
E qui entra in scena Salvini. Per annunciare il provvedimento ha parlato di una “giungla di oltre 10 mila autovelox”. Peccato che il censimento ordinato dal suo stesso ministero abbia accertato che in Italia sono poco più di 4 mila, comprese postazioni fisse e mobili, tutor e telecamere ai semafori.
Il numero di 10 mila apparecchi era stato diffuso per anni anche dallo stesso Salvini, perché utile a costruire la solita narrazione: automobilisti perseguitati, Comuni predatori e lui nel ruolo del vero liberatore.
Gli abusi vanno combattuti: gli autovelox devono essere omologati, tarati, visibili e collocati dove servono davvero alla sicurezza, non dove è più facile fare cassa, ma il problema è anche il fatto che sulle strade italiane continuano a morire migliaia di persone ogni anno.
In Italia un Piano nazionale per la sicurezza stradale esiste sulla carta dal 2022. Quello che non si vede è una sua attuazione organica: infrastrutture più sicure, protezione degli utenti deboli, manutenzione, controlli coerenti, educazione e verifica dei risultati. Il governo ha preferito procedere per frammenti, oscillando tra l’inasprimento delle sanzioni e la propaganda contro gli autovelox. Prima presenta il pugno duro come sicurezza, poi descrive i controlli come una persecuzione: non è una strategia, è il modo di Salvini di stare contemporaneamente dalla parte della multa e da quella di chi non vuole pagarla.
Purtroppo, la verità è semplice: Salvini, più che intervenire per risolvere i problemi della sicurezza stradale, ha cercato di carpire qualche voto dagli automobilisti stufi di pagare troppe multe.
In definitiva non è riuscito neppure a bonificare la giungla di autovelox.
E quando un ministro ha bisogno di inventarsi diecimila autovelox per sembrare utile, il vero apparecchio da tarare non è quello sul ciglio della strada: è lui.
Enrico Rossi

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