
L’informazione italiana è diventata una poltrona da barbiere. Ti siedi per farti accorciare i capelli e ti rifilano giornaletti di cronaca nera, unti di bugie e travestiti da notiziari. I grandi network, le testate storiche, i soliti salotti hanno smesso di fare giornalismo e si sono messi a fare mercato. Non più quarto potere, ma quarto mercato. Chi paga decide il racconto.
Così un’opinione pubblica semianalfabeta di pensiero, allergica al dubbio, viene nutrita a cucchiaiate di slogan prefabbricati. Zelensky cattivo, Putin patriota. Israele genocida infantile, Hamas degli eroi. La complessità non entra in scaletta. Non fa share, non fa clic, non entra nel formato. Il risultato è una nebbia che stordisce, non informa.
Mentre i talk si rincorrono e riciclano gli stessi ospiti, Putin e Hamas stanno vincendo la guerra della disinformazione. Non serve occupare città se occupi menti. E l’Italia è un terreno morbido come pochi. Sul fronte mediorientale la manipolazione raddoppia. Si ribaltano i ruoli, si distorce ogni immagine, si riscrive la grammatica morale. Si vende emozione, non verità. La realtà viene tagliata, doppiata e riconfezionata per far sembrare vittima chi spara e carnefice chi si difende. Le bombe diventano reazioni sproporzionate. I tunnel sotto gli ospedali spariscono dalle mappe. La parola terrorismo evapora dal vocabolario. In studio il conduttore finge neutralità, il commentatore annuisce, poi pubblicità.
I sistemi di informazione non inseguono la verità. Inseguono l’audience. L’audience è la moneta che conta. Più sangue, più clic. Più propaganda, più inserzioni. La realtà vera non interessa. È lenta, contraddittoria, scomoda. Non entra in un reel di trenta secondi e perde sempre contro un titolo urlato.
Su queste macerie culturali il bipolarismo italiano è logoro fino al midollo. Il centrosinistra cavalca qualsiasi tesi purché sia contro l’esecutivo. Va bene tutto, basta che sia contro. Al diavolo contenuti, coerenza, fatica di una proposta. Nasce un’opposizione riflesso che si nutre di slogan, senza visione, senza direzione, senza un’idea di Paese. Il governo, dal canto suo, fa quello che può. Prova a dare all’Italia una traiettoria di equilibrio politico ed economico che il nostro background culturale non ha mai davvero metabolizzato. Naviga in un mare di polemiche dove ogni tentativo di stabilità viene bollato come imposizione e ogni riforma viene processata prima di nascere. La politica che dovrebbe unire razionalità e visione fatica a imporsi perché il circuito mediatico preferisce il litigio al progetto.
Il quadro internazionale amplifica il caos. Con un presidente americano che rincorre la propria consacrazione a dispetto dei santi e del buon senso, si allarga un disegno più ampio di demolizione culturale che spezza meccanismi storici ed equilibri mondiali. I mass media, intanto, toccano il paradosso. Si compiacciono dei vaneggiamenti trumpiani come se fossero prova di forza, mentre storcono il naso davanti a qualsiasi tentativo serio di riequilibrio globale. Si scambia il clamore per strategia, la posa per sostanza, la clip per dottrina. Quando la leadership diventa autoscatto, le crepe dell’Occidente si fanno voragini e gli autocrati sanno benissimo come allargarle.
Il cittadino medio, stordito dal ronzio continuo, si rifugia nelle certezze prefabbricate. Il nemico del giorno, la paura del giorno, l’odio giusto al momento giusto. Il giornalismo serio sparisce dai radar mentre applaudiamo la sua uscita di scena tra una velina patinata e un editoriale sponsorizzato. E chi controlla il racconto vince. In Italia il racconto non lo scrivono i giornalisti. Lo dettano quelli che, invece di sfamare il popolo che dovrebbero rappresentare, spendono quei soldi per pagare ed edulcorare l’informazione globale.
Non lamentiamoci poi se ci ritroviamo orde di analfabeti funzionali riversi nelle strade che gridano frifri paletastin from the river to the si e chiamano Zelensky Sniffolo, mentre nelle zone politicamente occupate Putin macina quantità industriali di russi arruolati per fame e spediti al fronte come carne da cannone.
Piero Terracina

Lascia un commento