
I colloqui tra Iran e Stati Uniti si terranno venerdì in Oman (è un Paese arabo del Medio Oriente nel sud-est della penisola arabica) con la partecipazione del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi e dell’inviato statunitense Steve Witkoff, ha riferito mercoledì l’agenzia di stampa semi-ufficiale iraniana ISNA, (agenzia giornalistica iraniana) confermando quanto anticipato nelle scorse ore dalla testata investigativa statunitense Axios. I negoziati seguiranno un formato simile a quello dei precedenti round, ha aggiunto l’ISNA. “Interventi dall’esterno creeranno rischi per l’intera regione”. Lo ha affermato il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, parlando della situazione in Iran, nel contesto delle tensioni con gli Stati Uniti e di un possibile intervento militare di Washington. “La diplomazia dovrebbe essere utilizzata per arrivare a una soluzione”, ha aggiunto il leader turco, durante una conferenza stampa congiunta con l’omologo egiziano Abdel-Fattah El-Sisi a Il Cairo, trasmessa dalla tv di Stato Trt, facendo riferimento ai negoziati sul dossier nucleare iraniano tra Teheran e Washington che sono in programma venerdì in Oman. “Ci auguriamo che possa andare a buon fine il colloquio tra americani e iraniani per scongiurare una guerra”. Lo ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani affermando di aver parlato ieri con i ministri degli esteri turco, quello egiziano e del Qatar. “Parlerò con il ministro degli esteri dell’Oman per appoggiare tutte le azioni di mediazione per impedire che sia la forza a prevalere sul dialogo, però dipende anche da ciò che faranno gli iraniani come risponderanno alle richieste americane”. “Ci preoccupa l’escalation nucleare da parte iraniana, quindi mi auguro che possano di nuovo inviare gli ispettori dell’Aiea in Iran a vedere ciò che accade, potrebbe essere un primo segnale che gli iraniani potrebbero dare agli Stati Uniti e a tutta la comunità internazionale. Non c’è bisogno di un’escalation atomica in questo momento”. “Gli iraniani hanno chiesto un incontro in Oman e gli americani hanno approvato il luogo, ma le modalità sono ancora in discussione”, ha detto il diplomatico sotto copertura di anonimato, aggiungendo che la situazione potrebbe evolvere. Il ministero degli Esteri russo ha dichiarato che la proposta di rimuovere l’uranio dall’Iran come parte di un accordo volto ad alleviare le preoccupazioni degli Stati Uniti è ancora sul tavolo, ma che spetta a Teheran decidere se rimuoverlo o meno. Le donne in Iran possono ora ottenere formalmente la patente per i veicoli a due ruote, secondo quanto riportato mercoledì dai media iraniani, ponendo così fine ad anni di ambiguità giuridica sulla guida di motociclette e scooter. Il codice della strada non vietava esplicitamente loro di guidarli, ma in pratica le autorità non rilasciavano loro la patente. A causa di questa ambiguità, le motocicliste, sempre più numerose nel Paese, erano fino ad ora legalmente responsabili in caso di incidente, anche se ne erano vittime. Martedì il primo vicepresidente iraniano, Mohammad Reza Aref, ha firmato una risoluzione, approvata alla fine di gennaio dal Consiglio dei ministri, volta a chiarire la situazione, secondo l’agenzia Ilna (è un’agenzia di stampa iraniana). L’annuncio arriva dopo una serie di manifestazioni iniziate alla fine di dicembre contro il costo della vita e poi intensificatesi l’8 e il 9 gennaio con rivendicazioni politiche. Le autorità riconoscono la morte di migliaia di persone, ma affermano che la stragrande maggioranza erano forze di sicurezza o passanti uccisi da “terroristi” che agivano per conto degli Stati Uniti e di Israele.
Le autorità della Repubblica islamica sono responsabili di un grave peggioramento della situazione dei diritti umani in Iran nel 2025, anno in cui si è registrato un numero di esecuzioni capitali senza precedenti dalla fine degli Anni ’80 e sono state represse ferocemente massicce proteste a livello nazionale. A denunciarlo è la Ong Human Rights Watch (Hrw) che nel suo annuale rapporto sullo stato dei diritti umani nel mondo, “World Report 2026”, parla di una situazione ormai diventata una vera e propria crisi. “La repressione mortale delle proteste scoppiate a fine dicembre si è intensificata bruscamente all’inizio del 2026, quando le forze di sicurezza hanno compiuto uccisioni di massa di manifestanti e passanti, con un bilancio delle vittime che ha raggiunto le migliaia”, scrive Hrw che riferisce di aver “trovato prove di un’escalation coordinata nell’uso della forza illegale e letale da parte delle autorità dall’8 gennaio, con casi di manifestanti e passanti uccisi o feriti da colpi d’arma da fuoco alla testa e al torace”.
Giuseppe Basilico

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