
Le riunioni in Vaticano, per preparare programmi tv e relative riprese erano solitamente lunghe e austere, anche piene di previsti ed imprevisti. Le riunioni e gli incontri tra Basilica, tetto, piazza e Vicariato furono una decina. Lambivano spesso tradizioni e devozioni dalle radici territoriali. Come quella volta in cui si annunciò la traslazione di San Pio X nei luoghi d’origine e sussurrai che fu vescovo di Mantova. Sguardi riflessivi e qualche “ah già!”. Quando si è lì si è di fronte al mondo e al tempo senza tempo, sai quanti vescovi! sai quanti papi!, sai quante diocesi! Sai quanti secoli che sembrano mesi. Noi che siamo abituati a vedere e a sentire come cuore le nostre origini dovremmo sempre fare un salto in alto, un passo di lato e capire e immaginare che questo mondo della Chiesa è il mondo-totale, e che c’è la Diocesi di Roma come c’è la Diocesi di Firenze. e c’è la Diocesi di Buéa, di Kumba o Manfe in Camerun. E i millecinquecento della Mongolia, conosciuti nella vsìisita papale dell’agosto ’23. Per dire.
Le riunioni duravano dalle due alle quattro ore. Capitava di fare le riunioni in piedi anche in Basilica o sotto il Colonnato, una sera, anzi una notte. Anche sul braccio di Costantino, lato Palazzo Apostolico. Era una riunione per una sigla di programma natalizio compreso sopralluogo per provare a girare con un telecamera sul drone dalla piazza al sagrato, mica poco. Sera fredda, scorta dei gendarmi, aiuto dei vigili del fuoco vaticani, necessità di coordinare i droni vaticani con i droni della Polizia italiana. Mica poco. Faceva un certo effetto stare in fondo al braccio di Costantino e girarsi ed avere a portata di sguardo ravvicinato, nella notte fredda, la finestra del Papa. E stare attento dove mettevi i piedi perché lì ci sono le gradinate in acciaio che ospitano gli spettatori delle grandi occasioni. Altre riunioni erano di giorno sul tetto, dietro le statue, i giganti lassù in cielo, bella vista sulla piazza e sul mondo. Capitava di fare riunioni in strada in via della Conciliazione dove per molti di fa la visita della vita e per noi era luogo di lavoro quasi quotidiano, di cronaca, di ricerca e di studio. Dove incontravi e incontri cardinali e frati, vescovi e comitive, preti e suore che parlano tutte le lingue del mondo. E quella volta girai quelle immagini simboliche di quattro giovani che giocavano a calcio, sfondo Cupolone, ed erano cinesi, americani, indiani e africani. Altre riunioni ancora, diciamo più normali, dentro in Vicariato, oppure in una navata, oppure sul bordo del cornicione interno base della Cupola, così da avere gli occhi all’altezza dei mosaici e della scritta “Tu es Petrus..”.Prima di arrivare al Vicariato facevamo il transito dalla Gendarmeria per la sicurezza, e lì si incontra un bancomat dello IOR, Istituto Opere di Religione, la Banca vaticana. Un prelato prelevava. Per arrivare agli uffici del Vicariato si costeggia il Cimitero Teutonico, abbastanza noto per varie cronache. Passi di gendarmi, in lontananza le guardie svizzere davanti alla Domus.
Negli uffici del Vicariato Vaticano, sotto la Cupola di San Pietro e davanti a Santa Marta per lunghe ore. Che emozioni! Un progetto di programma sullo sfondo. Da preparare con approfonditi colloqui conoscitivi. In una sala del Vicariato della Città del Vaticano, nel piano degli uffici del Vicario del Papa per la Città del Vaticano, per ore ad ascoltare, fare qualche domanda, prendere appunti. La sala era spaziosa ed ariosa con grandi finestre aperte nei giorni di fine estate su piazza Santa Marta. Tavolo delle riunioni di un legno che parlava da solo di storia, hic et nunc. Parlavamo, appuntavamo, confrontavamo, programmavamo, ascoltavamo. Cardinali, vescovi, ingegneri, monsignori, architetti, storici, suore, laici, addetti ai vari uffici. Le riunioni erano approfondite, pacate, articolate. Argomento di fondo: la “vita in San Pietro”, dall’alba al tramonto, ma anche dal tramonto all’alba. Una volta la riunione venne ospitata addirittura nella sala del consiglio d’amministrazione della Fabbrica di San Pietro, a due passi ma veramente due passi dall’ufficio del Cardinale Vicario. E noi seduti lì a parlare di mosaici e sanpietrini, di celebrazioni e riprese, di luci e impianti, e poi apparve il Cardinale Vicario a salutarci. “Buon lavoro!” “Grazie altrettanto”. A volte erano riunioni allargate, a volte in tre o quattro. A volte passava una suora e ci offriva un caffè: “No grazie molte, a posto così”. Dalle due finestre su piazza Santa Marta entravano rumori che sembravamo già storia. A volte mi davo pizzicotti sulla guancia per capire che ero io, proprio io, davvero lì in quel salone del Vicariato ad ascoltare e scrivere appunti di cronaca che diventavano già storia. I rumori di porte che si chiudevano, trilli di telefoni sentiti da lontano, parole sussurrate in corridoio, ombre oltre una vetrata, un porta di un’automobile che si chiudeva attorno alle 13. Il Papa che rientrava in Santa Marta. Qualcuno di noi avrebbe avuto il desiderio di affacciarsi, ma tutti si rimaneva lì seduti e composti. Bastavano i rmori per vedere anche senza affacciarsi. A quell’ora il Papa rientrava in Domus per il pranzo dopo le udienze e i labori d’ufficio nel Palazzo Apostolico. Una volta finita la riunione, in tre con la collega della Comunicazione attendevamo l’ascensore al piano degli uffici del Cardinale Vicario. Sul fondo del corridoio sentiamo rumori e vediamo un giovane sacerdote, con insegne da monsignore, che spinge un mobile, forse una scrivania, con l’aiuto di una suora. Dallo scalone arrivavano due inservienti per aiutare ed accelerare lo spostamento. Poi coninciarono rintocchi di campane, lì sopra. Momenti di vita normalissima in uno dei palazzi “cuore” della Città del Vaticano. E quei rumori, che sembravano così normali, apparivano ed erano già pezzi di storia.
Fabrizio Binacchi

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