Ora che i ballottaggi sono passati, mettendo in crisi un po’ tutti: Renzi che ha perso, i grillini inesistenti, la speranza di Berlusconi di ridimensionare Salvini, possiamo sperare che la legge elettorale torni nel mirino delle priorità?
Ne dubitiamo, perché quella che sembra rassegnazione, in realtà è furberia a partiti unificati, nel senso che ciascuno vede – nel non far nulla – una possibile convenienza. Così come si presenta – assemblata in due tempi dalla Corte – è pressochè certo che produca un Parlamento senza maggioranza, e cioè un futuro di incertezze che potrebbe portarci via tutto il 2018, forse nuove elezioni, speculazioni in agguato e lo spettro del 2011.
Un destino che è toccato alla Spagna, con votazioni ripetute, ma almeno era protetta da interventi europei pregressi, poco gradevoli e motivo di successo per i “podemos” di turno, ma che avevano messo in sicurezza le Banche e alimentato la ripresa più velocemente che da noi.
L’Italia non può permettersi di star ferma, mentre Francia e Germania riannodano le loro intese, ma, allo stato, sembra per nulla turbata del fatto – in sé mortificante – che il Parlamento si è autoespropriato del diritto dovere di darsi delle regole, e si è consegnato alla Magistratura, sia pure quella della suprema Corte. Nella fallita riforma della Costituzione si parlava addirittura di parere preventivo proprio sulle leggi elettorali. E pensare che alla Costituente, Palmiro Togliatti aveva considerato la Consulta una “bizzarria” che metteva in discussione la sovranità popolare. Chi sono, diceva, questi signori che nessuno ha eletto e si permettono di bocciare le leggi? Non sapeva, il Migliore, che proprio dalla fallace sovranità referendaria di Mariotto Segni sarebbe nato un tormentone infinito, che ci ha dato leggi elettorali declinate in latino, ma una peggio dell’altra.
Ma perché diciamo che lo stallo attuale è prova di una furberia? Perchè ciascuna delle opzioni possibili piace a ciascuno e a tutti, ovviamente esclusi gli elettori.
Piace ai sostenitori del proporzionale e a quelli del maggioritario contemporaneamente, un capolavoro. Con beffa più pesante per i nostalgici del maggioritario, a cui saranno serviti sul piatto inutili effetti collaterali del sistema: un candidato premier non previsto dalla Costituzione, programmi enciclopedici che nessuno leggerà, presentazioni spettacolari di squadre di governo che non potranno reggere alle mediazioni successive delle coalizioni da tentare. Con i 5Stelle che assicurano di proporre a settembre il loro Governo presunto, a sprezzo del pericolo di furiose litigate interne e di selezioni in rete di tecnici improbabili ancorchè ambiziosi. Un casting già visto a Roma.
A tutti e tre i blocchi maggiori, comunque, piace l’idea di raccontare agli elettori che, almeno alla Camera, ognuno di loro può aspirare al 40% e quindi al premio, facendo scattare una logica maggioritaria. Ipotesi inverosimile ma non importa, perchè consentirà a Grillo, Berlusconi e Renzi di parlare di voto utile. Quanto ai piccoli partiti, consapevoli che basta il 3% per cavarsela, festeggiano lo scampato pericolo della legge tedesca, che poteva far scomparire metà degli attuali frequentatori televisivi: da Alfano a Bersani.
Partendo da questi presupposti, c’è spazio soprattutto per i sostenitori delle cosiddette grandi coalizioni, naturalmente da negare in campagna elettorale. Con il puzzle proporzional-maggioritario della Corte, è pressochè certo che la maggioranza non ci sarà e ben che vada sarà diversa nelle due Camere. Per i piccoli, è vero che lo sbarramento del Senato all’8% sarà proibitivo, ma c’è spazio per manovrare prima del voto, cercando ammucchiate di piccoli eterogenei o alleanze malmostose dei minori con i grandi. Insomma: da un lato tutti insieme al centro, e dall’altro provare a far rientrare nel tubetto il dentifricio di sinistra uscito con la scissione sulla data elettorale. Fratelli coltelli prima, coltelli e basta dopo.
E poi, per i capi partito, la grande manna dei 100 capolista bloccati che consentono di mettere chi si vuole e soprattutto di escludere chi non si è comportato bene: non con gli elettori, si intende, ma con il boss di riferimento.
E infine il ritorno ai collegi grandi, grandissimi al Senato, dove puoi paracadutare qualche altro amico utile sconosciuto al territorio, lasciando le briciole ai malcapitati che correranno per le preferenze in luoghi immensi, inseguiti da venditori di spot e volantini e sotto l’occhio prevenuto delle Procure, se spenderanno troppo.
Possibile che l’Italia non riesca a darsi una regola sensata? Per gli americani la legge è secolare, e più o meno lo stesso può dirsi per i britannici. I francesi sono per la repubblica semipresidenziale dai tempi di De Gaulle e i tedeschi hanno risolto la cosa dagli anni 50.
Noi no. Abbiamo buttato tutto all’aria nel 1993 perché non volevamo le preferenze plurime e ci ritroviamo con la candidature blindate ancora più plurime…
Beppe Facchetti

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