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Art.18, la toppa è peggiore del buco

di Maurizio Ballistreri | 10 Marzo 2012

Licenziamenti più facili sulla base del “più mercato, meno Stato”.

In Italia ci sono 2,364 milioni di dipendenti a tempo determinato e 385 mila collaboratori a progetto, secondo i dati Istat del terzo trimestre del 2011, persone senza quel “posto fisso” che tanta “esecrazione” ha suscitato nel premier Mario Monti.
Dichiarazioni in linea con una politica economica deflattiva, che riduce il potere d’acquisto delle famiglie e le tutele sociali per sostenere il mercato autorganizzato, in cui si inserisce il tema dell’art. 18, con l’ipotesi di cancellazione della norma dello Statuto dei lavoratori che, in caso di licenziamento illegittimo, consente la reintegrazione e il risarcimento, a seguito di pronunzia giurisprudenziale, del lavoratore, nelle aziende con più di 15 dipendenti, poiché in quelle minori l’eventuale alternativa è la scelta attribuita alle aziende tra riassunzione e indennizzo monetario.
L’art. 18 è una norma di civiltà giuridica, che nasce dal principio fondativo del moderno diritto del lavoro, secondo cui a uno dei due soggetti contraenti il rapporto subordinato, il lavoratore, debba essere accordata una tutela speciale e differenziata, mentre l’idea del governo è quella dell’equiparazione della libertà economica dell’imprenditore alla libertà personale del suo dipendente: il licenziamento con un trattamento più prossimo a quello previsto per le dimissioni volontarie.
L’ipotesi sembra essere quella di rafforzare il licenziamento cosiddetto “oggettivo”, quello non intimato per motivi legati a comportamenti del lavoratore riconducibili a “notevoli” inadempienze contrattuali, che il lessico giuridico definisce “soggettive”, ma per motivi “inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa”.
Il rafforzamento avverrebbe sottraendo ai giudici del lavoro il potere di sindacare nel merito del recesso per cause produttive, lasciando ad essi solo il compito di verificare la sussistenza del nesso di causalità tra la motivazione del licenziamento e la decisione di licenziare, convalidando la valutazione compiuta dall’impresa, assunta sulla base di una mera analisi di convenienza. Il licenziamento potrebbe diventare, di conseguenza, lo strumento ordinario e normale di gestione delle imprese, al di fuori di ogni regolazione sociale, sulla base della vecchia ideologia “più mercato, meno Stato”.

Pubblicato in : Primo piano

Info Maurizio Ballistreri

Professore di diritto del lavoro nel Dipartimento di Scienze Politiche e Giuridiche dell’Università di Messina, ha insegnato alla Luiss, nell’Università di Extremadura in Spagna, in seminari alla Sorbonne-Pantheon di Parigi, all’Università di Santiago de Compostela, all’Università economica di Cracovia, nelle Università di Kiew e Zagabria, autore di libri e di pubblicazioni scientifiche sui temi del diritto del lavoro e delle relazioni industriali. Avvocato di Cassazione e Revisore legale dei conti.
Già deputato socialista nella XIV Legislatura all’Assemblea Regionale Siciliana e dirigente sindacale della UIL, ha svolto importanti incarichi istituzionali quale consigliere di amministrazione dell’IRCAC, l’Istituto per il credito alla cooperazione della Regione siciliana, dell’Università degli Studi di Messina in rappresentanza del CNEL, della Società “Stretto di Messina” Spa.

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