utopie
Vuotando le caviglie ripeto spazi ed utopie,
le esplosioni di arsure nella follia delle mie lacrime.
E’ la memoria del tuo amplesso
un tizzone del risveglio che abbevera l’angoscia,
o capriccio degli attimi
nel sublime tremore della carne,
una fiaba ove intacchi gli stampigli d’infanzia
ad insidiare scenari.
Confuso e sfigurato sarò con te nel solfeggio
per riprovare le sciarade degli anni.
Lascia cadere la fede!
Beffa che mi compiace.
clandestina
Per una volta ancora clandestina
mi vieni incontro ad ultima partita,
divagando colori alla mia mente che indugia
in apnee.
Recito le tracce dei segreti furtivi,
di quelle fenditure che sono nuove lusinghe,
senza indugio sospese al misterioso sguardo
di una ruberia di nuovo possibile.
Altre scadenze, ferite, pagine scomposte,
increspano la pelle,
e la voce é conchiglia,
e le labbra il rosa che attende farsi stelo
per un timido bacio.
Maledetta logica la scadenza prefissa,
ora che l’ultima maglia incide
il tassello che manca all’inganno.
abbandono
Era come se tutto il mondo scherzasse intorno a noi,
oscillando nel vento,
finché incontrammo l’ultimo sogno di Venere
diventare malinconia nei tuoi capelli.
Altro abbandono.
Ormai qualche nuovo mattino mi stupisce per colori,
per la freschezza di rugiada che inquietava gelosie,
e tutto rientra nelle connessioni, nella memoria,
di un paradiso che distacca lentamente dal delirio
per rompere la seduzione della nostra stanchezza,
che si affretta nelle chiare schegge di un frantoio.
Antonio Spagnuolo

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