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Antefatti assemblea Telecom/1: accuse e autoassoluzioni Pd

di Giuseppe Mele | 29 Dicembre 2013

Il caos dell’azienda è figlio dello stato confusionale in cui versa il suo feudatario, l’ambito partitico di Pd e dintorni. Qui si muovono in direzioni contrarie l’ex giornalista del Corrierone, Muchetti ed i centristi Pd, da Boccia a quelli di Agcom, Aspen e Vedrò.

massimomuchettiAntefatti della cronaca dell‘assemblea milanese di Telecom Italia del 20 dicembre. Le grandi banche, il management proprietario della rete telefonica italiana, espressione della leadership del Gsm e della Confindustria di settore europei, assieme a Telefonica, colosso dei due mondi ispanici delle Tlc, tutti assieme nel 22,4% della scatola finanziaria Telco, sono in trepidazione. Aspettano con ansia di capire quanti dei fondi d’investimento, azionisti minori ma detentori di più dell’80% di Telecom, di solito sparpagliati e astensionisti, saranno presenti. Più saranno (si vocifera di affluenza record al 60%) e più il CdA rischierà la sfiducia. Uno stato di cose ai limiti dell’incredibile, determinato dal giudizio di mercato. Le azioni Telecom, un tempo quinta al mondo, sono ormai spazzatura o speculative e le società consulenti Iss e Glass Lewis che solitamente orientano il voto dei fondi, hanno pronunciato pollice verso invitando a votare contro il CdA. Il caos dell’azienda è figlio dello stato confusionale in cui versa il suo feudatario, l’ambito partitico di Pd e dintorni. Qui si muovono in direzioni contrarie l’ex giornalista del Corrierone, fresco onorevole democratico, Muchetti ed i centristi Pd, da Boccia a quelli di Agcom, vicini al premier sia in Aspen che nel think tank Vedrò. L’ex firma del Corrierone, assieme a Matteoli di FI, con un emendamento presentato a più riprese, ha organizzato la rivolta politica contro l’operazione di Telefonica che con 700 milioni si è garantita il controllo di Telco facendo rientrare dall’esposizione debitoria le partner banche italiane. Al grido di Olimpia humanum (la scatola finanziaria del 2001 di Tronchetti Provera. Benetton, Gnutti con Banca Intesa e Unicredit), Telco diabolicum, il neonorevole chiede al Pd di cambiare pagina. Sotto gli occhi di un silenzioso neosegretario Renzi, il premier Letta ondeggia, richiama la golden share in una norma ad hoc, la riduce al solito specchietto per le allodole, poi, giusto prima dell’assemblea, rigetta la mozione che avrebbe costretto gli spagnoli a pagare, in un’Opa, per i 15 miliardi di effettivo valore di Telecom. Gliel’aveva detto a Muchetti, in un colloquio riservato, Galateri, già presidente Telecom, ora delle Generali, 2° azionista Telco, di lasciar perdere. Avesse voluto, con uno stop alle banche, Letta avrebbe evitato di far precipitare gli eventi. Non lo ha fatto per le banche o per indicazioni europee che spingono, nel nuovo regolamento pacchetto del “continente connesso”, la competizione tra le grandi Telco con l’intento di diminuirne il numero? Inutilmente Muchetti rende pubblici gli avvertimenti ricevuti e sostiene a spada tratta, per la prima volta anche in Tv, le tesi di Asati, l’associazione dei piccoli azionisti Telecom, cui mai è stata data possibilità di intervenire sulle sorti aziendali, grazie ad un ferreo controllo esercitato, come si fa nella cucina politica di tipo proporziale, attraverso accordi di controllo conclusi fuori mercato e fuorionda.  La situazione è precipitata anche per i pesanti interventi decisi mesi prima dall’Agcom, authority di regolamentazione delle Tlc e non solo. Il suo commisario Decina, guru di sinistra per le tlc, ha appena denunciato ad un convegno Asati i rischi per l’occupazione digitale di 150mila posti di lavoro. Telecom, in calo di ricavi, rischia di precipare con sé anche i piani di Agenda digitale e di banda larga. Agcom risponde al bocconiano Cardani, fedele di Monti, appena messo alla sua testa, ma non è indifferente al potere del suo ex presidente calabrese Calabrò, che in auge dai tempi di Moro è passato dal settennato Agcom al governo. Telecom sta cercando di ricapitalizzare e diluire la presenza ingombrante di Telefonica e banche. Spera nel  sostegno di Agcom che invece a luglio gli abbassa del 6,47% (da quasi €10 a 8.68) il prezzo dell’affitto della rete Telecom alle altre Telco. Decina indica in ca. 200 milioni i mancati ricavi per Telecom e si dimette da commissario. La decisione destabilizza l’azienda provocando, agitazione, pessimismo e confusione tra i lavoratori la fuga dei possibili nuovi partner, l’accantonamento della riorganizzazione, la messa a rischio degli investimenti, l’ascesa di Telefonica, la fuga delle banche, le dimissioni del presidente Bernabè, la vendita precipitosa di Telecom Argentina, l’indebolimento del management a rischio processo e sfiducia assembleare. Prima dell’assemblea, con grande ritardo, l’euroCommissione pretende che l’Agcom riporti il prezzo a €9.16, accusando Agcom di violazione dell’art. 8 della direttiva del 2002, di calcoli erronei, alla luce della comparazione con i valori utilizzati in Spagna, Portogalo ed Eire e di scoraggiare gli investimenti e le decisioni degli operatori. L’Agcom, però è in un momento di deliro di onnipotenza. A dicembre non ha ancora accolto il nuovo commissario, in quota Pd, Nicita eletto da un mese a sostituto di Decina. Ha emesso il 12 dicembre un regolamento sul copyright in rete che scavalca Parlamento e codici. Con il sostegno del regolatorio europeo, Berec, va dritto allo scontro di competenza e alla vertenza giudiziaria con la Commissione, non riconoscendone l’autorità. Il giorno prima dell’apertura dell’assemblea Telecom, l’Autorità conferma il suo prezzo. Gli eventuali investitori su nuove reti fanno due conti e vedono tutto lo svantaggio di operare in Italia rispetto ad altri mercati dove i Roi con i parametrati dalla Commissione sono migliori. Così Telefonica quasi finisce per meritarsi l’aureola. Il primo ed unico sostegno offerto da Bruxelles a Telecom appare del tutto teorico, giusto un buon argomento offerto all’autodifesa del CdA. Se Agcom ha il consenso del premier, è meno chiaro chi e cosa sostengano Muchetti. Il mondo managerialaccademico, professionale e professorale, gramscianamente egemonizzato, quello da almeno 5 incarichi a testa, epigone per 20 anni delle public company innovative, ora senza reticenze, ammette gli errori di visione e gestione. Non ha solo abbandonato l’ex presidente Bernabè due volte innalzato e due volte cacciato, il suo giovane erede Ad Patuano ed il management Telecom; li ha gettati alle ortiche. I loro ultimi 7 anni fatti di spending review interna, di salasso e di affidamento alla tabula rasa delle procure, tanto premiati e lodati un tempo, ora vengono definiti “cattiva gestione aziendale”. Si ammette che Telecom è stata, dall’inizio della privatizzazione, malata di politica e di Pd; vittima del muro di Milano, secondo il quale, le Tlc devono essere un fedudo di sinistra, perché la Tv lo è di destra e l’editoria è divisa a metà. E se Telecom è un’affaire del Pd, deve essere di sinistra anche Internet, ridotta alla demagogia degli slogan della democrazia dal basso, del digital divide e null’altro. Non c’è bisogno di chiedere da quale follia di pensiero derivi poi una norma come la Web o Google Tax. L’autoflagellazione professorale, però, non è una resa. E’ solo una manovra di alleggerimento, dovuta all’urgenza del mea culpa rigeneratore voluto da Renzi; all’effetto dell’assoluzione Scaglia, seguita, nell’ombra, dal proscioglimento anche dei Mazzitelli e degli uomini della Telecom internazionale, a lungo proscritti dai loro stessi colleghi e mai degnati di un cenno di scusa. E’ l’ammissione delle giuste ragioni, in via di principio di Muchetti, e con lui di Matteoli; ed è insieme, con un gigantesco e furbesco colpo di coda del mondo gramsciamanageriale, la flautata scoperta che purtroppo quelle ragioni non potranno avere più conseguenze pratiche. Tra le righe, si suggerisce anche ai  Muchetti, e forse ai Renzi che il disastro della visione e delle decisioni Pd hanno portato troppo in là, ormai; che sia meglio mollare le difese, lasciar perdere l’italianità perché in fondo non vale più la pena di difendere Telecom, neanche dalla scalatina spagnola di 700 milioni che punta a prendersi 15 miliardi di valore aziendale. Uno sconsolato discorso, che in apertura d’assemblea, offre al giornalista politico d’assalto la medaglia al merito per avere difeso l’onore del Pd, per aver evidenziato che anche nelle file che hanno deciso il peggio per le Tlc italiane, ci sia qualcuno con attenzione agli investimenti fatti con i danari degli italiani. Dato al Giacchetti digitale il suo onore al merito ed a Renzi ampie assicurazioni, che malgrado giudizio e intendimenti del mercato internazionale, sono stati presi gli accorgimenti necessari per evitare la clamorosa revoca e perdere quanto resta del controllo politico sulla baracca, lo scontro finisce in un bicchiere d’acqua. In alto mare restano le sorti della produzione digitale italiana, ma non si può avere tutto del resto.

Pubblicato in : Editoriale

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

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